Piango sul riso bollito

Piango sul riso bollito

Kamogawa ishi “Utsu no yama


Questa bellissima pietra, molto antica, ha un nome poetico che mi ha incuriosito : “Utsu no yama” ( 宇津乃山 ) , ” Monte Utsu”. Misura ‘solo’ 14,5 cm in lunghezza, è una pietra del fiume Kamo e fu di proprietà del famoso collezionista Suifu Sanjin (1921 – 1994).

Il vero nome di Suifu Sanjin era Masashi Usui (薄井正志) ed era nato a Ibaraki. Prese il nome Suifu , l’antico nome della sua città natale, e Sanjin, che significa literati, quindi come riferimento ai letterati dell’antichità. Bonsaista e calligrafo, ha realizzato anche pregievoli vasi bonsai che a causa della produzione limitata hanno quotazioni molto alte. Realizzava a volte anche i daiza delle sue pietre e, come in questo caso, scriveva sul kiribako la storia e le sue impressioni sul suiseki.

Il kiribako di “Utsu no yama”

L’iscrizione non è antica, ma è dello stesso Suifu Sanjin. Identifica la pietra come una Kamogawa ishi e dice che in precedenza era di proprietà di Matsudaira Harusato, signore del feudo di Matsue, e famoso maestro del tè sotto il nome di Matsudaira Fumaiko (1751–1818).

Bene, se avessi il dono dei viaggi nel tempo correrei lì, per scoprire, se possibile, come e quando e da chi la pietra fu accostata al monte Utsu, forse in una cerimonia del tè ?

In effetti, esiste un monte Utsu, nella prefettura di Shizuoka, non molto alto ma con un valico difficile da fare a piedi, a quei tempi. E quello che ho scoperto va oltre la mera orografia giapponese: il monte Utsu è un meisho, un luogo che diventa famoso in quanto citato nella poesia e nei dipinti antichi, quindi deduco che una pietra esteticamente ‘superiore’ sia stata collegata a qualcosa di ancora più alto, nel campo artistico. Quando e perchè sia successo, non mi è possibile raccontarvelo, non lo so. Ma ben prima dell’anno 1000, il monte Utsu era stato teatro di uno degli episodi de ‘Ise monogatari‘- I racconti di Ise, una raccolta di poesie waka e narrativa, risalente al periodo Heian, di centoventicinque racconti di viaggio, che diventano l’occasione per la composizione e la declamazione di versi poetici. Non sono accertati nè la data esatta di composizione nè la paternità, ma nel Kokin Waka Shu sono presenti 30 poesie de ‘Ise monogatari’, tutte attribuite al poeta Ariwara no Narihira (825-880).  

Nel capitolo 9 è presente un brano molto famoso che cita il monte Utsu. Vorrei procedere accompagnando i brani di narrativa e poesia ai tanti frammenti pittorici che hanno ‘raccontato’ questa storia nei secoli successivi.

“Tempo fa un uomo aveva l’impressione che restare nella capitale fosse diventato pericoloso e pensò di cercare una nuova abitazione nelle province orientali, verso cui si incamminò con un paio di vecchi amici. Poiché nessuno conosceva la strada, procedettero con esitazione, finché giunsero in un luogo chiamato Yatsuhashi.

Scesi da cavallo, si sedettero all’ombra di un albero, nei pressi di una palude, e fecero uno spuntino di riso bollito. Nei dintorni c’erano iris meravigliosamente fioriti. Osservandoli, uno del gruppo si rivolse all’uomo, esortandolo a comporre una poesia che avesse per tema ciò che provava in cuor suo: ogni strofa doveva iniziare con una sillaba del nome del fiore kakitsubata” ( Iris laevigata ).

Questa tecnica, chiamata oriku, era spesso usata come una sorta di gioco intellettuale fra poeti. Attenzione… HA può anche essere letto BA.

Yatsuhashi, “Otto ponti”

Allora l’uomo recitò la poesia che dice:

Karakoromo
Kitsutsu narenishi
Tsuma shi Areba
Harubaru kinuru
Tabi o shi zo omou

“In terra lontana vaga il mio pensiero
rotto dal pianto per questo lungo viaggio.
Io ricordo la donna che nella capitale attende
simile a quest’abito cinese che da sempre m’accompagna.”

Nessuno riuscì a trattenere le lacrime che scesero abbondanti sul riso bollito.

Rimessisi in cammino, giunsero nella provincia di Suruga. Dopo aver raggiunto il monte Utsu, la strada si fece scura e stretta, circondata da una densa macchia di edera e aceri. Si sentivano ormai profondamente scoraggiati dalla dura esperienza alla quale si stavano sottoponendo, quando, d’improvviso, comparve loro dinanzi un monaco errante, il quale domandò dove stessero andando per una simile impervia via.

Osservatolo, l’uomo comprese che si trattava di un volto conosciuto in precedenza nella capitale, dove il monaco stava tornando.
Pensò allora di inviare un messaggio nella sua città e scrisse una lettera con una poesia d’amore, piena di desiderio, disperazione e tristezza, da consegnare alla donna amata.

“La via dell’edera attraverso il Monte Utsu (Utsu no hosomichi)” – 1815
Sakai Hōitsu (1761–1828)

Harvard Art Museums

 

Suruga naru
Utsu no yamabe no
utsutsu ni mo yume ni mo hito ni
awanu narikeri

“Presso il monte Utsu
nella provincia di Suruga
son giunto.
Non nella veglia e neppure in sogno
riesco ad incontrarti.”

Scritta la lettera, l’affidò al religioso e proseguì il suo viaggio verso Edo.“.

Scena dai Racconti di Ise: “Monte Utsu”
Fukae Roshū (1699-1757)
Metropolitan Museum of Art

 

Utsu è un gioco di parole sulla parola utsutsu, il cui significato letterale è “realtà” (quindi risveglio dal sogno) e anche “montagna di tristezza“, perchè non riuscire a vedere l’innamorata neanche in sogno significa che lei non lo sta pensando. Nell’antica tradizione giapponese, infatti, si riteneva che vedere il proprio amante in un sogno significava che entrambi pensavano intensamente all’amato.

I primi due versi servono a fornire un’indicazione indiretta del luogo in cui si trova il poeta e a introdurre ‘utsutsu‘ (“realtà”, “momento di veglia”) attraverso un’identità di suoni tra utsu e utsutsu.

Potrei continuare in questo percorso, tra “Le cinquantatré stazioni di posta del Tokaido” di Hiroshige e la sua visione del passo del monte Utsu, e “Lo stretto sentiero verso il profondo Nord” di Basho, che hanno, fra pittura e versi, il motivo del viaggio. Oppure parlarvi del dramma Nō “Kakitsubata” che ha come protagonista lo spirito dell’iris d’acqua (shite) che danzando racconta a un monaco errante la storia di Ariwara no Narihira e del suo amore per la principessa Takako.

E pensare che eravamo partiti da una piccola pietra che porta il nome di un monte sconosciuto.


Il KAIYUSHIKI-TEIEN: “ Lo stile circolare”

Il KAIYUSHIKI-TEIEN: “ Lo stile circolare”

Nel momento in cui varchiamo le soglie del giardino, capiamo immediatamente per quale motivo gli sia stato attribuito il significato di “Giardino da passeggio”: il criterio progettuale, la tecnica, la scelta del dettaglio, tutto è volto a rendere il percorso non solo elemento paesaggistico, ma vero e proprio itinerario filosofico e religioso. Gli stessi ideogrammi che compongono il nome, tra l’altro, possono essere tradotti come “Giardino che gira intorno”, accezione utilizzata dall’architetto Frank Lloyd Wright che definisce il giardino proprio in “stile circolare”.

L’accuratezza degli elementi che lo compongono denota come questo stile possieda una maturità evidente: tale aspetto deriva dall’origine storica di questo stile compositivo che risale al periodo Edo (1603-1867), e che raccoglie tecniche, soluzioni formali, stili elaborati in altre composizioni di giardini precedenti.

“ Un uomo virtuoso è colui che ama, in solitudine, la quiete delle montagne.
Un uomo saggio è colui che apprezza la purezza dell’acqua. Non bisogna essere sospettosi del folle che trova piacere nelle montagne e nei corsi d’acqua. Piuttosto bisogna misurare quanto costui applica il suo spirito grazie a ciò”.

(Musō Soseki)

Esso è dunque un luogo in cui si sviluppa un testo narrante, secondo un filo conduttore che è il sentiero sinuoso, serpeggiante e digressivo che lo attraversa e che collega tutte le vedute.

ll sentiero che si prospetta dinnanzi ci cattura fin dal primo passo, dando avvio a un viaggio profondo dentro la natura e noi stessi. In questo cammino tortuoso e zigzagante, abbiamo immediatamente la percezione di trovarci a nostro agio, e tutto attorno sembra accuratamente ordinato per permetterci il passaggio: i nostri piedi lentamente calcano la strada, così che abbiamo il giusto tempo per guardarci intorno e osservare la natura. A tratti sembra quasi di toccare con mano un’opera d’arte, e anzi addirittura di attraversarla, e che i paesaggi riprodotti all’interno del giardino siano stati creati proprio per essere proiettati in quel tempo e in quello spazio.

Mentre avanziamo sul sentiero, scopriamo nuovi aspetti dell’ambiente circostante, nuovi profumi, nuovi colori, nuove forme: in fondo è proprio questo lo scopo, non abituare mai gli occhi e la mente, e rimanere sempre costantemente pronti a sorprendersi; le linee ondulate del sentiero non consentono di poter scorgere ciò che ci si offrirà presto alla vista, e questo non fa che aumentare il desiderio di proseguire e lasciarsi accogliere dall’atmosfera che l’osservazione ci suscita.

La bellezza che emana il giardino risiede proprio nella capacità di trovare armonia anche nell’apparente discontinuità del paesaggio, che è invece parte del concetto stesso del giardino, e di quello “stile circolare” a cui abbiamo precedentemente alluso.

L’armonia che percepiamo costantemente durante il nostro percorso sembra improvvisamente avvolgerci, evocando una dimensione completamente altra: la Natura, o meglio il modo in cui la Natura è nel giardino, assume un significato trascendente, religioso, quasi metafisico. Il giardino è là fuori o risiede dentro di noi?

Non importa tentare di rispondere, lo stupore e la meraviglia nell’entrare a far parte della Natura ci dà un senso di pacificazione. Ad ogni passo corrisponde dunque a un passo verso la nostra interiorità: il giardino creato per la mente e vissuto con i piedi.


Credit.

Si ringrazia Fabio Pasquarella, autore dell’immagine di copertina.


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