Suikinkutsu: la Risonanza del vuoto

Suikinkutsu: la Risonanza del vuoto


Eco cosmico che suscita e scorre

Interludio a quattro mani con Fabio Pasquarella


Plonk, plonk, plonk…

un ritmo sordo e liquido invita a prendere familiarità con l’acqua e la pietra. Ci troviamo sotto una tettoia, nei pressi di uno tsukubai, circondati da un boschetto florido e ombroso. Gli tsukubai sono lavabi in pietra che si trovano generalmente adiacenti a templi buddhisti e case del tè. Il nome deriva dal verbo accovacciarsi ed è quello che dobbiamo fare per apprestarci alla purificazione. Accovacciarsi significa rendersi umili, ma anche tornare a se stessi, verso uno stato primigenio.

Lo tsukubai discende dallo chōzubachi dei più antichi santuari Shinto: la funzione è la medesima.

Sembra che originariamente questi riti fossero eseguiti nei luoghi ove sgorgavano sorgenti naturali, o in riva al mare, prevedendo il risciacquo di mani, bocca, e talvolta tutto il corpo. Il lavaggio con acqua è gesto comune in moltissime culture, rappresentando la purificazione di corpo e mente prima di partecipare a una funzione o approcciarsi a un luogo sacro.

Ci aiutiamo con un mestolo di bambù, hishaku, con il quale versiamo l’acqua prima sulla mano sinistra, poi sulla destra, poi in bocca, attenti a non toccare con le labbra lo strumento.

Lo tsukubai presenta un incavo centrale quadrato che raccoglie l’acqua, ai cui lati sono incisi quattro ideogrammi. La cavità riproduce l’ideogramma di bocca 口, radicale a sua volta di ciascuno dei quattro ideogrammi. La frase che si viene a formare nel gioco sintattico può esprimersi con: “io, così come sono, conosco l’essere colmo“.

E proprio così come si è, siamo invitati a colmarci dello scorrere inconsistente e transitorio delle cose. L’acqua ci ricorda l’assenza di natura propria, ma anche il principio vitale che permea il tutto. Continuamente riceviamo, continuamente lasciamo andare. Nel fluire della vita tutto si specchia: noi, il boschetto, lo tsukubai stesso con le nostre impurità finalmente mondate. Ma dove porta tutto questo?

Il suikinkutsu ( 水琴窟 ) è lo spazio vuoto ipogeo in prossimità dello tsukubai, destinato a convertire la materia in suono.

Portato a maggior notorietà dal maestro del tè Kobori Enshu, nella sua semplice essenza è un vaso interrato capovolto, nel quale risuona l’acqua di deflusso, il ventre cosmico attraverso cui l’universo celato può essere solo ascoltato.

L’elemento liquido prende corpo nella terra e poi si dirige nelle risonanze dell’altrove. Nulla è mai fisso.

Chiudiamo un momento gli occhi e poniamo attenzione. Rivolti al muro dello zazen, udire diventa uno sguardo in profondità, dove il tutto parla da sè.

Nel mondo superno si distinguono ancora le cose, nell’altro si dissolvono: sembra esistano due verità, ma in effetti ce n’è una sola. L’acqua ce lo insegna.

La creazione di questi spazi vuoti e musicali, presuppone una tecnica raffinata, e fruirne è un traguardo della coscienza. Il giardino ci conduce attraverso lo specchio nelle profondità recondite di noi stessi. Il senso di pace che si respira in questo luogo ci pervade.

Il maestro di tè Enshu, attraverso il suikinkutsu riuscì a sintetizzare i principi fondamentali dell’estetica del giardino giapponese: miegakure 見え隠れ (nascondere e rivelare), wabi-sabi 侘寂 (bellezza colta trascendendo l’impermanenza), shouryaku省略 o yutori ゆとり (agio, nella prospettiva dello spazio), Yojo 余剰 e Yoin 余韻 (il vuoto e la risonanza).

La presenza del suikinkutsu non offre l’unico esempio di esperienza acustica. Nel monastero della scuola buddhista Tendai Mikkyō, Daiji-ji, situato nella prefettura di Tochigi, il suono del vento che soffia tra i pini che crescono sul sito dal XVII secolo, ci ricorda il mare che circonda le isole raffigurate nel famoso giardino. Una sorta di giardino acustico per un’esperienza immersiva ante litteram.

Sostiamo qualche altro istante, quindi ci incamminiamo sulla via del ritorno. La melodia accompagna il nostro percorso verso l’uscita.

Plonk, plonk, plonk.


Il Noce, il gigante caduto

Il Noce, il gigante caduto


“Se tu guardi un albero e vedi soltanto un albero
non hai visto un albero.
Se guardi un albero e vedi un miracolo allora finalmente hai visto un albero”.
( A. De Mello )


La resilienza degli alberi è quella particolare capacità che hanno alberi e foreste di resistere a eventi avversi che li colpiscono e di adattarsi alle nuove opportunità che si manifestano (Giorgio Vacchiano).

E’ la magia dell’albero, un invito a trovare una relazione profonda tra noi e la natura stessa. L’albero come giardino: diventa un luogo d’incontro tra natura e cultura, ne diventa il riflesso. Contemplare la natura e coglierne la vera essenza in una illimitata connessione delle cose, in continuo mutamento, forma e distruzione, morte e rinascita, e che dunque non può prescindere dall’essere, dall’accadere, concepita nello spazio e nel tempo. Natura dunque come Essenza e Tempo, come Essere-Tempo.

Ed è proprio di questa Essenza che voglio raccontarvi la storia, di un albero che dobbiamo imparare a guardare, dello spirito che si cela in esso, di quella forza divina che si manifesta e lo contraddistingue: ciò che nella mitologia giapponese è definito “kodama” (木魂).

Impariamo alfabeti e non sappiamo leggere gli alberi”… scrive Erri De Luca, ci si accorge che le piante hanno un carattere diverso, c’è chi risplende in forza e flessibilità come il bambù, chi ha la tranquillità della Quercia, e chi invece, la tenacia del Noce.

Ed è proprio del Noce la storia che vi voglio raccontare, il Juglans major, un albero monumentale all’interno del Museo Orto botanico di Roma, in cui ricordiamo la presenza di una ventina di esemplari monumentali di altre specie.

Sarà forse per passione o per leggenda, ho voluto credere che in questa storia incredibile si celasse qualche misterioso segreto della natura, quasi un potere sovrannaturale che quel giorno mi ha regalato la certezza che dietro ogni albero c’è qualcosa di più grande e potente, tanto da salvare il protagonista di questa così strana avventura.

Tutto è accaduto un pomeriggio della metà di maggio 2008, sono passati dodici anni e il ricordo è ancora vivo nella mia mente.
E’ stato improvviso! un suono sordo, un lento e inesorabile piegarsi verso la terra accompagnato dallo spostamento d’aria ha congelato il mio sguardo. Il gigantesco Noce si è accasciato al suolo lentamente, senza far rumore. La morbidezza del fogliame piegato dal peso della chioma ha trasmesso all’albero quella flessibilità, che gli ha permesso di non venire spezzato, ma di adagiarsi lentamente alla sua terra assumendo la posizione che attualmente occupa.

L’Orto botanico di Roma è un giardino storico, presenta un interesse pubblico e come tale possiamo considerarlo un monumento. Il giardino richiede cure continue da parte di personale qualificato, il cui compito non è soltanto quello di far crescere e prosperare le piante in uno spazio verde, ma di mantenere l’armonia di qualcosa di vivo e in continuo mutamento, di custodire e conservare la specie.

E così si è intervenuti subito, per capire la soluzione migliore per salvare la vita dell’albero. Dopo un’attenta analisi si è provveduto ad una potatura di rami rotti o spezzati e quaranta metri cubi di terriccio per ricoprire parte della zolla che si era sollevata dal terreno esponendo in superficie circa il cinquanta per cento dell’apparato radicale. Un gesto di cura che ha permesso all’albero di autorigenerarsi e risvegliarsi a nuova vita.

Oggi il Noce a distanza di dodici anni è ritornato ad essere forte e vigoroso dando origine ad altri alberi, ciascuno dei rami esili nel fianco non adagiato a terra ora sono diventati i fusti di “un bosco spontaneo del vecchio tronco”, cambiando la sua precedente forma architettonica vegetale.

Curiosità: in Giappone il bonsai è l’arte del paesaggio, si prende in prestito dall’osservazione della natura, e così tra i tanti stili nel bonsai ce ne è uno chiamato ikadabuki (stile a zattera da tronco). Con questo termine viene realizzato in vaso uno stile che rappresenta la storia di un albero crollato, ed i suoi vecchi rami sono diventati alberi di un tronco allungato ma saldato alla base.

Che non sia questa la forma naturale dell’architettura del nostro Noce dal quale prendere spunto?

Fagus crenata stile ikadabuki
Autore: Nicola Kitora Crivelli
nicolakitoracrivelli.com


(Per le foto del Noce, si ringrazia Silvia Stucky)


I tre amici dell’inverno

I tre amici dell’inverno


Sekikazari di Paco Donato:
Pino nero “Villetta Barrea” (Italia), shikishi di Prunus (a firma di Ryuzen Murai), shitakusa con bambù


In Giappone il fiore di pruno diventa molto popolare in epoca Edo, ma precedentemente in epoca Heian (VIII-XII sec.) era motivo ben apprezzato tra i nobili di corte, essendo una pianta importata dalla Cina, dove era ritenuto simbolo della vita umana; infatti riuscendo a fiorire anche al gelo, assunse significato di forza che vince contro le avversità.

Inoltre, dall’epoca Heian in poi, il fiore di pruno viene associato anche all’ideale della conoscenza secondo la testimonianza di una poesia, forse apocrifa, che collega il fiore allo studioso Sugawara no Michizane (845-903), statista politico, studioso e poeta di corte vissuto tra il IX-X secolo nel racconto del suo esilio.

Quando soffierà il vento dell’est
affidagli il tuo profumo
o fiore di susino che ho lasciato nella capitale
anche se non hai più il tuo padrone
non ti dimenticare della primavera.

(Sugawara no Michizane – 901)

A settant’anni dalla morte, Sugawara no Michizane fu deificato come Tenjin-sama, kami protettore delle lettere e della calligrafia. E così una leggenda narra che questi fiori sboccino rigogliosi solo nelle epoche in cui la scienza e gli studi prosperano.

Successivamente, in epoca Edo (XVII-XIX sec.) il fiore di pruno si legò spesso al motivo del pino e del bambù, simboli dell’inverno con funzione augurale, motivo artistico-simbolico che prende il nome di “I tre amici dell’inverno“.

Essi rappresentano longevità, perseveranza e resilienza, spesso presenti nell’arte cinese e nelle altre culture da essa influenzata. In Giappone vengono indicati come Shō Chiku Bai (松竹梅), e sono associati all’inizio del nuovo anno per la loro resistenza alle rigide temperature e per il significato loro attribuito di augurio per il nuovo anno.

Pino – lunga vita
Bambù – resilienza e flessibilità
Ume – coraggio e rinascita


Mitate, una scelta che accende la fantasia

Mitate, una scelta che accende la fantasia

Il concetto di mitate è intrinseco nella cultura giapponese, divenendo un modo di pensare che è ancora oggi pietra di fondamento di alcune correnti artistiche e stilistiche, non di meno elemento fondamentale per la conoscenza e la comprensione del giardino kare-sansui (枯山水) – il Paesaggio secco – in cui gli elementi nello spazio non si limitano ad una funzione rappresentativa del paesaggio naturale, vanno oltre, stimolano un trascendimento del dato sensibile per cogliere l’idea stessa della natura e del cosmo. (Komiyama, 1987).

– Ciò che vediamo dipende da noi stessi –

La parola mitate (見立て), che letteralmente significa “ vedere come” prende il significato di “metafora” (Filippucci, 2006). Si tratta di un principio in cui una certa realtà fisica è riprodotta in miniatura o in grande scala, come il bonsai mostra in modo chiaro, o il far riferimento a una montagna con una piccola pietra o l’evocare una foresta con una semplice macchia di muschio, o come dirà Plinio il Vecchio in una lettera al fratello, il sentire sgorgare una sorgente attraverso i rami di una capelvenere.

Tutto è reso possibile dalla libertà che concediamo all’immaginazione e alla mente quando siamo in giardino.

In origine la parola mitate significava guardare con i propri occhi per fare una scelta, ovvero descrivere con un paragone qualcosa usandone un’altra del tutto differente.

“ Senza che si levi il più piccolo granello di polvere,
svettano le montagne.
Senza che una goccia cada,
i ruscelli si riversano a valle ”.

( Musō Soseki Kokushi, 1275-1351)

Prendo in prestito questa bellissima poesia scritta in cinese, dal titolo “Poesia sul giardino secco” del Maestro zen e costruttore di giardini Musō Soseki Kokushi, conosciuto come il creatore dei giardini del Saihō-ji (西芳寺) e del Tenryu-ji, in cui il concetto di giardino trova espressione nella sua vera essenza, che si cela dietro alla reale rappresentazione: il flusso impetuoso del torrente che prende vita da una cascata, scende con fragore attraverso imponenti montagne percorrendo valli incassate in un paesaggio roccioso interrotto qua e là da alberi battuti dal vento. Continua la sua corsa il torrente, generando rapide che oltrepassano una diga, poi all’improvviso cambia scenario: il torrente è diventato un fiume, il corso si fa più lento allargandosi in una vasta pianura in cui si innalzano delle colline; una barca, senza fretta, segue la corrente d’acqua che scorre lentamente. E, finita la sua corsa, il grande fiume va ad immettersi in un oceano senza fine.

E’ il giardino del Daisenin dove caratteristica saliente è l’abbondanza di pietre, se ne contano circa un centinaio in un’area di circa settanta metri quadrati. Ed il suo carattere pittorico è accentuato da pietre figurative che rappresentano il ponte e la barca.

Il mitate dunque significa anche saper cogliere l’illuminazione che si cela dietro alla semplicità delle cose così come appaiono, e che non sarebbe possibile esprimere altrimenti.
E’ una scelta, e noi la compiamo con i nostri occhi per svelare la vera realtà, e accende in noi la fantasia di poter immaginare il vero significato di ciò che effettivamente abbiamo davanti a noi.


L’Inafferrabile

L’Inafferrabile

… Misterioso, Poetico:
L’Universo in un piccolo spazio.

Trasformare il mondo in un giardino e il giardino in un mondo. Il giardino è immagine e metafora del vivere in armonia per disporsi a una relazione, che va ripensata, fra uomini, animali e natura” (Massimo Venturi Ferriolo)

Interpretare e comprendere il giardino giapponese come studio del rapporto Paesaggio – Natura – Universo, permette in ogni luogo e tempo di essere identificato come realizzazione di un unico obiettivo: dare vita al mondo ideato.

Ciò diviene possibile attraverso cinque “stratagemmi“ con i quali il giardino si realizza e dà vita ai seguenti movimenti: Ricevere, Espandere, Rievocare, Concentrare e Trasformare.

Questi, come scriverà Sachimine Masui nel libro “San Sen Sou Moku” sono ricollegabili a cinque espedienti, che fanno del giardino giapponese “specchio dell’universo” :

Ospitalità

Attraversamento

Riproduzione

Riduzione

Astrazione

Possiamo definire pertanto il giardino giapponese come uno spazio in continuità con l’ambiente circostante. Uno spazio dove pur non conoscendone gli aspetti architettonici e filosofici, intuitivamente è come se riscoprissimo una sacralità di fondo, che ci coinvolge e ci calma, invitandoci a passeggiare lungo i suoi viali e a contemplare le varie forme che si dipanano sotto i nostri occhi.

Alla sua base un atteggiamento ricettivo ed interattivo nei confronti del mondo naturale, che porterà a soluzioni armoniche basate sul principio dell’Asimmetria.

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