Esiste un’arte antica, poco nota ma profondamente attuale, che ci insegna a guardare con occhi nuovi ciò che spesso ignoriamo: il suiseki.
In questo articolo esploriamo, attraverso questa pratica tradizionale, un modo di educarci alla bellezza delle forme naturali concentrandoci in particolare sul suo impatto trasformativo interiore.
Nel mondo occidentale siamo abituati a cercare il bello in ciò che è grande, complesso, frutto di abile ingegno umano: opere architettoniche imponenti, monumenti, installazioni che raccontano la fatica e la creatività di chi le ha concepite, esempi di una bellezza che si impone, che cattura lo sguardo e seduce con la sua grandiosità. Eppure, esiste un’altra idea di bellezza: una bellezza silenziosa, discreta, che nasce non dalla trasformazione della materia, ma dalla sua accoglienza. Questa è la via sottile del suiseki, l’antica arte giapponese della pietra che invita alla contemplazione. Si parla di arte ma in verità non si scolpisce, non si dipinge, non si modella: si scopre.
Ed è proprio in questa non-azione, in questo rispetto profondo per la natura e la sua evocazione, che risiede la sua forza.
Chi si avvicina a un suiseki non cerca di imprimere sulla pietra la propria visione, bensì di rivelarne un possibile volto nascosto, quell’anima segreta che si è formata nel corso di millenni grazie all’azione paziente degli agenti naturali. Il valore di un suiseki non risiede dunque nella tecnica scultorea, ma nello sguardo di chi sa riconoscere in un piccolo frammento di roccia una presenza viva e suggestiva. Per chi sa vedere, una singola pietra può racchiudere la suggestione di un intero paesaggio: il profilo di una montagna isolata, il lento fluire di un fiume, la potenza di una cascata sommessa. Può evocare emozioni profonde, persino un’intera filosofia del tempo che scorre. In questo senso, il suiseki diventa uno strumento potentissimo per affinare la nostra sensibilità e percezione estetica, cogliendo i minimi dettagli di una storia scritta nella pietra.
Ci insegna quella capacità, rara e delicata, di entrare in relazione profonda con ciò che ci circonda, andando oltre l’apparenza e scoprendo la ricchezza nascosta nel semplice e nel naturale. È un invito a rallentare, a osservare con calma, e a trovare la meraviglia in ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare insignificante.
Nel nostro tempo iperveloce e ipervisivo, abbiamo perso la capacità di fermarci e guardare con profondità. Siamo costantemente esposti a immagini, a stimoli visivi, a informazioni che ci incalzano e ci riducono a spettatori distratti, ma raramente le vediamo davvero.
Il suiseki ci propone un gesto controcorrente, persino rivoluzionario: fermarsi, posare lo sguardo, imparare a cogliere i dettagli, le sfumature, i silenzi visivi, lasciarsi coinvolgere da ciò che appare inerte, insignificante, marginale. In questo atto semplice e radicale è racchiusa l’essenza dell’educazione alla lentezza. Ed è qui che entra in gioco la sensibilità estetica: non intesa come gusto, ma come facoltà percettiva. Osservare un suiseki significa allenare lo sguardo non solo nell’aspetto ottico, ma anche in senso più ampio e spirituale. Così imparare a percepire le sfumature di colore, il gioco delle ombre, la torsione delle venature, il peso visivo e simbolico di ogni tratto sulla superficie della pietra, diventa un esercizio quotidiano di attenzione, che possiamo estendere poi a tutto ciò che incontriamo nella vita di tutti i giorni: un albero, una goccia di rugiada, la piega di una foglia.
Ogni pietra ci parla, ma soprattutto ci svela qualcosa di noi stessi: la forma che attribuiamo alla pietra finisce per riflettere la nostra sensibilità, i nostri ricordi, le emozioni che portiamo dentro. In questo dialogo muto tra osservatore e pietra, il suiseki diventa anche uno specchio. La pietra non cambia, ma è capace di mutare il nostro atteggiamento: ci spinge a mettere da parte giudizi frettolosi e a coltivare uno spazio di accoglienza verso l’ignoto e il non trasformato. Il bello non è il risultato di un’opera d’arte grandiosa, ma è frutto della maturazione di un’attitudine d’animo: la bellezza diventa un’esperienza del cuore e della mente, capace di manifestarsi anche nella pietra più umile, nel frammento più anonimo. Così, in quest’epoca di frenesia e di abbondanza visiva, questa antica arte si propone come antidoto per ritrovare il ritmo lento e circolare della natura: un invito a rallentare il flusso del pensiero e dello sguardo, a riscoprire il valore del silenzio e dell’ascolto. Ci richiama alla pazienza dei tempi naturali, ci insegna che ogni elemento del mondo, per quanto modesto, porta con sé un racconto antico. E ci ricorda che la ricchezza del mondo non è nell’esibizione ostentata, ma nel dialogo discreto che si instaura fra l’osservatore e il paesaggio racchiuso persino in un piccolo frammento. In questo scambio silenzioso la vera grandezza si rivela nella profondità dell’esperienza, non nell’eloquenza dell’apparenza. Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che si apre un autentico percorso del suiseki: un cammino che non si esaurisce nella pura contemplazione, ma si traduce in un’azione e trasformazione meditativa, fatta di gesti e attenzioni consapevoli.
Coltivare il suiseki, dunque, non è solo raccogliere pietre dal momento che ogni fase – la ricerca, la selezione, la pulizia, l’osservazione, la collocazione – diventa un passo meditativo verso una maggiore consapevolezza di sé e del mondo.
Chi pratica il suiseki impara a sviluppare:
L’intuizione: scegliere una pietra significa saper cogliere un aspetto nascosto.
La pazienza: talvolta passano anni prima che una pietra “parli” davvero.
L’umiltà: non si tratta di creare, ma di riconoscere e custodire ciò che la natura ha già concepito.
La presenza: osservare un suiseki richiede di essere lì, davvero, con tutto se stessi.
Si comprende quindi che in questo senso il suiseki può condividere molto con le pratiche contemplative orientali, tese a trasformare il nostro modo di stare al mondo.
Il suiseki non chiede di essere capito, ma ascoltato. Non vuole impressionare, ma accompagnare. Ed è proprio in questo silenzioso accompagnamento che si rivela il suo potere più profondo: non dire chi siamo, ma aiutarci a scoprirlo.
Véronique Brindeau, con il suo stile evocativo e ricco di sensibilità, ci invita a un viaggio attraverso la tradizione giapponese con il suo libro “Il sentiero che porta alla casa del tè. E altri percorsi tra i giardini del Giappone”, pubblicato da Casadeilibri nella collana Porte d’Oriente. Splendidamente tradotto da Lorenzo Casadei, questo volume è un raffinato omaggio ai giardini giapponesi, alla loro estetica e al loro profondo significato spirituale.
Arricchito da un notevole apparato iconografico, il libro si presenta come una porta d’accesso a un mondo fatto di bellezza, introspezione e armonia, capace di coinvolgere sia l’occhio che l’anima. La raccolta si compone di quattro saggi che, pur distinti, si intrecciano in un’armonia narrativa, esplorando temi come il rito del tè, l’arte del bonsai, i giardini abbandonati e l’integrazione paesaggistica tra natura e architettura sacra. Ogni capitolo è una finestra su un universo simbolico che invita alla riflessione e alla contemplazione, con uno stile che bilancia poesia e rigore analitico.
Il sentiero che porta alla casa del tè.
Il primo saggio, che dà il titolo all’intera raccolta, si concentra sul roji, il “sentiero di rugiada” che collega il mondo esterno al padiglione del tè. Questo spazio, apparentemente semplice, è in realtà un microcosmo che incarna la filosofia zen e il principio di rallentare per entrare in sintonia con l’essenziale. Brindeau descrive come ogni elemento del roji – dalle pietre irregolari ai muschi, dalle lanterne al silenzio che permea il percorso – sia progettato per favorire la transizione dal caos quotidiano alla quiete contemplativa del rito del tè.
Un ruolo centrale è svolto dal tsukubai, il bacino per le abluzioni, che rappresenta un momento di purificazione fisica e simbolica. Il gesto di chinarsi per raccogliere l’acqua diventa un atto di umiltà e di rinascita interiore, incoraggiata dall’incisione, su molti tsukubai tradizionali: “Io so soltanto ciò che basta” (吾唯足知 ), un invito a riflettere sull’essenzialità e sulla capacità di apprezzare ciò che si possiede.
La suddivisione del roji in sotoroji (il sentiero esterno) e uchiroji (il sentiero interno) sottolinea una progressiva transizione sia fisica che spirituale: il primo invita a lasciarsi il mondo alle spalle, mentre il secondo accompagna verso un’introspezione profonda. Questo cammino è permeato dal concetto di Ichigo-Ichie (“un incontro, una volta sola”), che ricorda al lettore la preziosità dell’irripetibilità di ogni esperienza.
Brindeau non si limita a descrivere il roji come uno spazio fisico, ma lo trasforma in una metafora del viaggio interiore verso la consapevolezza e l’armonia, guidando il lettore in una riflessione che unisce estetica, spiritualità e natura.
Le radici: Paesaggio con bonsai
Il secondo saggio si addentra nell’arte del bonsai, un’antica pratica che unisce l’armonia naturale con la creatività umana. Brindeau analizza come il bonsai non sia una semplice pianta miniaturizzata, ma un’intera visione del mondo in miniatura, capace di esprimerne l’essenza attraverso la cura e l’attenzione del bonsai-ka.
L’autrice dedica particolare attenzione al nebari, l’intreccio delle radici visibili alla base dell’albero, simbolo di stabilità e connessione tra il mondo terreno e l’aria. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, incarna una profonda riflessione sull’equilibrio tra opposti: forza e fragilità, permanenza e transitorietà.
Brindeau intreccia la narrazione con riferimenti alla pittura monocroma cinese e alla filosofia giapponese del mono no aware, sottolineando come l’arte del bonsai sia un’espressione della bellezza effimera e della sensibilità verso il ciclo vitale della natura. La descrizione degli stili neagari e bunjin, rispettivamente caratterizzati dall’esposizione delle radici e da una semplicità asimmetrica, amplifica l’idea che ogni bonsai racconti una storia unica, radicata nella tradizione ma aperta all’interpretazione personale.
Il giardino dimenticato di Komatsu
Nel terzo saggio, Brindeau esplora un giardino abbandonato, un luogo dove muschi e ombre si intrecciano per creare un microcosmo che riflette il concetto giapponese di kage (ombra) e l’estetica del wabi-sabi. Qui l’abbandono non è percepito come trascuratezza, ma come una restituzione della natura al suo ciclo vitale.
Il muschio, simbolo di resilienza, e l’ombra, con la sua mutevolezza, diventano protagonisti di un dialogo che richiama la fragilità e l’impermanenza della vita. Brindeau arricchisce il saggio con riferimenti culturali, come il teatro Noh di Zeami e il celebre saggio Elogio dell’ombra di Jun’ichirō Tanizaki, che approfondiscono il legame tra estetica, memoria e introspezione.
Questo giardino “dimenticato” si trasforma così in un luogo di meditazione, un rifugio che invita a riflettere sul rapporto tra uomo e natura, tra cura e abbandono.
Sul ciglio dell’Entsu-ji
Il volume si conclude con un viaggio nel giardino del tempio Entsu-ji a Kyoto, dove la filosofia dello shakkei (“paesaggio preso in prestito”) trova la sua massima espressione. Incorporando il MonteHiei all’orizzonte, il giardino dissolve i confini tra spazio naturale e costruito, creando un dialogo tra vicinanza e distanza, tra finito e infinito.
Brindeau esplora come la disposizione degli elementi del giardino inviti alla contemplazione e alla lentezza, trasformandolo in un luogo di connessione spirituale. Seduti ai margini del giardino, con lo sguardo rivolto alla montagna, ci si ritrova immersi in un’esperienza che trascende il quotidiano, riscoprendo l’interconnessione tra tutte le cose.
Il sentiero che porta alla casa del tè è molto più di una semplice raccolta di saggi: è un’opera che invita il lettore a un’esperienza sensoriale, intellettuale e spirituale. Véronique Brindeau, con la sua scrittura poetica e densa di significato, ci guida attraverso giardini che non sono solo luoghi fisici, ma anche metafore di un cammino interiore. Ogni pagina è un invito a rallentare, a osservare il mondo con occhi nuovi e a riflettere sull’essenza della vita.
Grazie alla sua profondità e alla sua bellezza, questo libro si rivolge tanto agli appassionati di cultura giapponese quanto a chiunque cerchi una pausa contemplativa nella frenesia del quotidiano. Un’opera da gustare lentamente, come un rituale, lasciandosi ispirare dal senso di armonia che ne emerge.
Comunicato stampa.
Giovedì19 dicembre alle ore 16:00, al Museo Orto Botanico di Roma (Aranciera), Lorenzo Casadei (traduttore e curatore) e Pasqualino Donato presentano una raccolta di scritti di Véronique Brindeau, autrice de “L’elogio del muschio” e di “Hanafuda il gioco dei fiori”, che nel suo nuovo libro ci accompagna in quattro percorsi tra i giardini del Giappone.
“Il sentiero che porta alla casa del tè – titolo di questa raccolta – è l’immagine perfetta della Via: la prepara e la riassume […] Il cammino del tè è attenzione e presenza. Passo dopo passo, ad ogni passo si è già alla meta, e i piedi calpestano la Terra pura (jo do), quel regno della grazia che per lo zen si apre nel qui ed ora. Anche se rappresenta un pellegrinaggio montano, questo cammino spesso è davvero corto – come brevi sono i quattro scritti qui riuniti – ma è un vero viaggio quello richiesto al visitatore e nel nostro caso al lettore, invitato a imboccare un sentiero che potrebbe portare al di là del tempo e dello spazio.”
Nel vasto mondo della scrittura giapponese, ogni kanji non è solo un semplice segno grafico, ma un accesso verso significati profondi e complessi che riflettono esperienze universali della vita umana. Spesso, questi caratteri nascondono connessioni simboliche che rivelano interpretazioni sorprendenti.
Durante la partecipazione ad un seminario intitolato: “La visione della natura e l’arte dei giardini giapponesi”, un punto di partenza interessante è stato l’analisi del kanji di kon 困 koma(ru), il cui significato è “essere in difficoltà”. Sebbene condivida alcuni elementi grafici con altri caratteri, il suo significato evoca sensazioni specifiche e distintive, offrendoci uno spunto affascinante per comprendere come la stessa radice visiva possa condurre a interpretazioni diverse.
Il kanji 困 è composto dall’immagine di un albero (木) confinato in un recinto (囗), trasmettendo così un’idea di costrizione e difficoltà. Questo carattere racchiude un’immagine che evoca una condizione di disagio: un albero intrappolato all’interno di un recinto, che suggerisce l’idea di una crescita in qualche modo ostacolata e limitata.
L’origine di questo carattere affonda naturalmente le sue radici nella scrittura cinese, dove nel corso del tempo il significato si è evoluto, passando dall’idea di “confinamento” a quella di difficoltà o “essere in difficoltà”.Ciò che inizialmente può apparire come un “giardino protetto” può in realtà rappresentare un muro di confinamento, ricordandoci quanto possa essere ingannevole l’apparenza.
Allo stesso tempo, questo paradosso ci suggerisce la possibilità di trasformare il recinto in un giardino e di trovare bellezza e crescita anche nelle situazioni di difficoltà.
Questa riflessione sul kanji 困 può essere ulteriormente arricchita da un interessante similitudine con l’Hortus conclusus medievale. Entrambi i concetti, seppur provenienti da culture diverse, esplorano la complessità del rapporto tra limitazione e potenziale, protezione e crescita. Mentre nel kanji giapponese l’idea di confinamento si traduce in una tensione tra ostacolo e opportunità, l’Hortus conclusus occidentale celebra la sacralità di uno spazio delimitato, un luogo protetto dal caos esterno. Ciò che per il kanji rappresenta una costrizione che limita la crescita, nell’Hortus conclusus diventa una barriera protettiva che preserva la bellezza e l’introspezione. Tuttavia, in entrambi i casi, il confine definisce un microcosmo, uno spazio in cui è possibile una riflessione profonda e una crescita interiore. La dualità presente nel kanji 困, tra difficoltà e potenziale di trasformazione, trova eco nella duplice natura dell’Hortus conclusus, che, sebbene chiuso, racchiude infinite possibilità.
Entrambi ci invitano a riconsiderare il significato del confinamento: non solo come un limite, ma come una condizione che può stimolare la crescita e la creazione di qualcosa di straordinario. Questa comparazione tra culture diverse ci spinge a riflettere su come diverse tradizioni abbiano sviluppato concetti affini per esprimere l’equilibrio tra le sfide e le opportunità che la vita ci offre.
Il concetto di spazio confinato, ricordato sia dal kanji 困 che dall’Hortus conclusus, trova una sua ulteriore e raffinata espressione nell’arte dei giardini giapponesi.In questi spazi che rappresentano una sintesi eloquente tra il naturale e l’artificiale, tra libertà e contenimento, ritroviamo l’idea di natura “confinata”, ma qui il confinamento non è percepito come limitazione, bensì come cornice che esalta la bellezza intrinseca degli elementi naturali. Gli alberi, le pietre, l’acqua e i sentieri sono tutti disposti in modo da creare un paesaggio che non è solo esteticamente piacevole, ma che induce alla riflessione. Questa disposizione ci rimanda alla trasformazione del “recinto” in “giardino”, dove la difficoltà può diventare un’opportunità di crescita e bellezza. La coesistenza di spontaneità naturale e intervento umano nei giardini giapponesi riflette la dualità presente sia nel carattere 困 che nell’Hortus conclusus. Come l’albero nel quadrato del kanji rappresenta una sfida da superare, gli elementi naturali nel giardino sono guidati e distribuiti in schemi ordinati, simboleggiando il perenne tentativo dell’uomo di trovare equilibrio tra il caos della natura e il desiderio di ordine.
Karesansui
Un perfetto esempio di questa dualità espressa dal carattere 困 lo troviamo nel piccolo universo di un bonsai.
Quest’albero confinato in un vaso, che funge da recinto, oscilla perpetuamente tra questi due stati dell’essere. A prima vista, il bonsai potrebbe rappresentarne il simbolo del carattere; un albero intrappolato in un vaso, con le radici limitate, i suoi rami potati e una crescita controllata. È un essere vincolato, apparentemente in perenne difficoltà.
Eppure, in questa lotta emerge la bellezza.
Il vaso non è un ostacolo, ma uno spazio di cura, un giardino in miniatura. Le mani dell’uomo diventano strumenti di cura e nutrimento e, in questo microcosmo curato, l’albero trova la sua espressione più sublime, diventando una rappresentazione perfetta dell’armonia tra natura e intervento umano. Il bonsai ci insegna che non rappresenta solo difficoltà, ma può essere il catalizzatore per la creazione di bellezza. Le limitazioni imposte diventano la cornice entro la quale l’arte può fiorire.
Come disse il poeta Matsuo Bashō “il pino impara dal pino, il bambù dal bambù”. Nel contesto del bonsai, potremo dire: “l’albero impara dal vaso, il vaso dall’albero”. In questa reciproca influenza tra contenuto e contenitore, troviamo la vera essenza del bonsai.
Così come nel bonsai, anche nelle situazioni più confinate possiamo trovare spazio per la crescita e la bellezza, ricordandoci che la difficoltà può essere il terreno fertile su cui far sbocciare nuove possibilità.
Ricettività e conoscenza sono due concetti intimamente intrecciati e complementari nella loro natura. Come sottolineato da Ryckmans, essi riflettono gli insegnamenti buddisti, dove la ricettività rappresenta il modo in cui la mente interagisce con il mondo esterno, percependolo, mentre la conoscenza si riferisce alla capacità della mente di comprendere e discernere.
Nel contesto dell’arte, questo binomio assume un significato ancora più profondo, come illustrato nei “Discorsi sulla Pittura del Monaco Zucca Amara” di Shitao. Prima di immergersi nella creazione artistica, il pittore abbraccia una disciplina che va oltre la semplice osservazione: diventa un contemplativo, un individuo che penetra nell’oggetto osservato per diventarne parte integrante, ricevendo e trasmettendo uno sguardo vivido.
Tuttavia, la ricettività non si limita a una mera positività passiva: essa rappresenta un’attività, un processo di percezione attenta e intuitiva che coinvolge attivamente il soggetto con l’oggetto. In questo contesto, la ricettività e la conoscenza si alimentano reciprocamente nel percorso di crescita individuale e collettiva.
Cascata Mingxianquan e monte Hutouyan Sen-oku Hakuko Kan (Shitao) (Collezione Sumitomo, Kyoto)
La ricettività apre la mente a nuove idee, prospettive ed esperienze, favorendo l’ascolto attivo, l’apertura mentale e la disponibilità ad apprendere in qualsiasi situazione. La conoscenza, a sua volta, è il frutto della ricettività trasformata in apprendimento: è la somma delle informazioni acquisite, delle competenze sviluppate e delle intuizioni elaborate nel tempo. Importantissimo sottolineare che la conoscenza non è statica, ma dinamica: si evolve continuamente attraverso l’aggiornamento costante delle informazioni e l’integrazione di nuove scoperte. Questo costante ciclo di ricezione, comprensione e trasformazione è il cuore pulsante della creatività e dell’apprendimento, un concetto fondamentale che collega la pratica artistica, la crescita personale e la comprensione del mondo che ci circonda.
Mountains in the mist (1702, Shitao) (FonteWikiArt.org)
Il suiseki offre un’esemplificazione magistrale di questo intreccio virtuoso. Nel suggestivo mondo del suiseki, la ricettività e la conoscenza emergono come pilastri fondamentali, plasmando l’esperienza di coloro che si immergono in questa forma d’arte e di contemplazione della natura.
La ricettività nel suiseki si manifesta attraverso la capacità di percepire la bellezza e la storia racchiusa in ogni singola pietra. Allo stesso modo, la conoscenza in questo contesto non si limita a una mera raccolta di informazioni, ma abbraccia una comprensione profonda delle caratteristiche peculiari di ciascuna pietra. La padronanza delle varietà di rocce, delle loro origini e dei significati spirituali attribuiti ad ognuna arricchisce il collezionista di suiseki, trasformando il suo percorso in un continuo viaggio di apprendimento.
Pietra del fiume Seta(Giappone) “Mushin” (Collezione Daniela Schifano)
Per i pittori cinesi, il paesaggio shanshui è
“canto dei pini palpitanti, canto dell’acqua che scorre, nuvola bianca che sorvola la cima senza disperdersi, alto picco che raggiunge il cielo senza arrestarsi”
e così lo dipingono.
L’acqua è cosa viva, mentre la pietra sembra essere un’entità stabile, eppure è presenza in movimento, fluida quanto l’acqua.
(Daniela Schifano)
La curiosità diviene la chiave della ricettività nel suiseki. La ricerca di significato dietro ogni dettaglio, la cura nell’allestimento delle pietre in un’esposizione, sono manifestazioni di una mente aperta alla bellezza della natura e desiderosa di apprendere da essa.
Analogamente alla pittura orientale, anche l’approccio al suiseki richiede una sensibilità peculiare verso la forma e la presenza delle pietre, piuttosto che un’enfasi eccessiva sulla definizione precisa dei contorni.
La filosofia dell’arte giapponese/cinese, volta a rappresentare la vita piuttosto che la mera realtà, si riflette nella pratica della raccolta delle pietre.
Nella visione del suiseki, accennare alla forma della pietra anziché definirla completamente consente al “vuoto” di fluire liberamente attraverso e oltre i suoi limiti, influenzando la percezione dell’osservatore. Questo vuoto intorno alla pietra diventa parte integrante della sua espressione, agendo come un elemento dinamico che permette un legame più profondo con la natura.
In sintesi, nel suiseki, la rappresentazione artistica si discosta dai concetti occidentali di dettaglio e colore, abbracciando la filosofia orientale dove l’assenza diviene parte integrante dell’espressione artistica. La presenza della pietra emerge attraverso il vuoto, trasmettendo la vitalità e l’armonia della natura in una forma d’arte che celebra la sottigliezza e la suggestione.
Siamo lieti di pubblicare un estratto del testo di Paco Donato, co-autore di Shakkei.
Chi troverà interesse nel leggere l’articolo, può venirci a trovare al Congresso Nazionale della Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe, che si terrà a Buttrio (Udine) dal 29 Settembre all’1 Ottobre, dove tra le varie conferenze verrà approfondito l’argomento.
Nel vasto panorama dei giardini giapponesi, spicca una forma unica di espressione artistica: il Karesansui, noto anche come giardino seccogiapponese. Questa forma di giardino è intrisa di profonde sfumature filosofiche e simboliche, che invitano l’osservatore a una riflessione profonda sulla natura, sull’impermanenza e sull’interconnessione tra gli elementi del mondo.
In questo articolo, condurremo un’analisi comparativa nel mondo del Suiseki, focalizzandoci soprattutto sull’espressione di “formazione dell’assenza di forma” nel Karesansui. Analizzeremo brevemente il significato di questa enigmatica espressione, le sue implicazioni culturali e la sua rilevanza nell’odierna società.
Formazione dell’assenza di forma: una contraddizione apparente
Il termine “Formazione dell’Assenza di Forma” potrebbe a prima vista sembrare una contraddizione, ma è proprio questa apparente incongruenza che getta luce sul profondo significato sottostante ai giardini Karesansui. L’obiettivo di creare una “forma provvisoria” all’interno di un giardino senza forme fisse, richiama l’attenzione sulla natura mutevole della realtà. Questo concetto, sostenuto dalla poesia di Muso Soseki, sottolinea che, nonostante la fugacità e la transitorietà della vita umana, è possibile trovare momenti di bellezza e significato in ciò che è temporaneo e mutevole, proprio come le forme temporanee create nella ghiaia e nella sabbia del giardino.
Simbolismo e astrazione: pietre e ghiaia come montagne e fiumi
Il cuore del Karesansui risiede perciò nella sua capacità di evocare paesaggi naturali attraverso elementi inorganici come pietre e ghiaia. L’espressione “pietra e ghiaia sono come montagne e fiumi” sottolinea la natura simbolica di queste rappresentazioni. Le pietre e la ghiaia non sono montagne e fiumi reali, ma tramite la loro disposizione e il loro posizionamento creano un’immagine mentale che incarna l’essenza di tali elementi naturali. Questo richiama l’attenzione sulla connessione profonda tra l’arte del giardino e la filosofia dell’impermanenza e della transitorietà, invitando l’osservatore a riflettere sulla natura mutevole della vita e dell’universo.
Dal codificato al concettuale: il processo creativo del Karesansui
La trasformazione del Karesansui da una forma codificata, ossia attraverso delle regole, a una forma concettuale è un viaggio che rispecchia il passaggio dalla rappresentazione fisica all’interpretazione soggettiva. Inizialmente caratterizzato da una disposizione strutturata di pietre e ghiaia, secondo tradizioni e stili specifici, il Karesansui si presta alla lettura personale dell’osservatore. Questo passaggio permette di attingere a significati più profondi e personali, rendendo il giardino una tela su cui dipingere le proprie emozioni e riflessioni. Questa transizione riflette la flessibilità e la fluidità della visione estetica giapponese, che abbraccia appunto sia la tradizione che l’interpretazione personale.
I giardini Karesansui rappresentano un paradigma unico nell’arte del paesaggio giapponese, invitando l’osservatore a considerare la bellezza dell’effimero e l’interconnessione tra forme fisiche e significati simbolici. La filosofia intrisa in questi giardini trasmette un messaggio universale sulla natura mutevole dell’esistenza e la bellezza intrinseca dell’impermanenza. In un mondo sempre più affollato di distrazioni e fugaci gratificazioni, il Karesansui ci ricorda l’importanza di fermarsi e contemplare la profondità delle cose, anche quando non hanno una forma definita, celebrando la connessione tra uomo, natura e universo, tutto espresso attraverso l’assenza di forma che trova proprio la sua forma nel cuore di chi osserva.
Nel contesto del Suiseki, la pietra è originariamente senza forma predefinita, ossia non plasmata secondo un’idea pre-concepita. Viene così enfatizzata la connessione tra l’essenza della pietra e il mondo naturale, rafforzando l’idea di contemplazione della natura nella sua forma più pura e spontanea. È interessante notare che il carattere per seki (pietra), ricorda un masso che si stacca da una parete rocciosa: quasi a ricordare che la pietra in sé non è significativa, ma lo è come parte di una montagna a portata di mano, anche quando la sua forma non evoca esplicitamente quella di una montagna. Questo qualificare la singola pietra come parte di un intero è un aspetto particolarmente significativo, perché rinvia alla generale visione del mondo che accomuna le principali civiltà dell’estremo oriente, in base alla quale ogni fenomeno ed evento specifico, deve sempre mantenere e presentare i segni del suo rapporto con lo sfondo da cui emerge, con la “matrice”, da cui sorge, identificandosi con la natura e l’universo.
Alcuni dei concetti inerenti al Karensasui trovano luogo elettivo nell’ambito del suiseki. E così come anche nel caso di altre forme, il suiseki può avere sia una forma fisica che un significato simbolico o concettuale. Le pietre (Suiseki), selezionate per la loro bellezza naturale e le caratteristiche uniche, possono essere esposte in modi che enfatizzano le loro forme, colori e tratti distintivi. Tuttavia, oltre alla loro presenza fisica, le pietre spesso evocano emozioni, sensazioni e concetti ampi. Quando si osserva una pietra, è comune per gli appassionati riflettere su ciò che la pietra potrebbe rappresentare o suggerire. Potrebbe evocare paesaggi, stagioni, concetti filosofici o anche stati d’animo. Quindi così come nel Karesansui, c’è spazio per un passaggio dall’aspetto esteriore di una pietra, a una interpretazione soggettiva e simbolica, donando al suiseki significati profondi. Vediamo ora un esempio di parallelismo tra Karesansui e Suiseki.
Il giardino Choontei: un’armonia di movimento e tranquillità nel tempio Kenninji
Situato all’interno del complesso del Tempio Kenninji a Kyoto, il giardino Choontei si erge come un esempio dell’arte giapponese del paesaggio, trasmettendo una profonda comprensione del movimento e della quiete attraverso l’uso mirabile delle linee nella ghiaia. Definito “il giardino del suono delle onde”, questo giardino esemplifica la natura transitoria e dinamica della vita stessa, benché sia immerso nell’apparente staticità del giardino secco Karesansui.
La scuola Rinzai del buddismo zen ha influenzato profondamente il Tempio Kenninji, che risale al 1202, durante il periodo Kamakura. Il giardino Choontei è un riflesso tangibile delle dottrine zen, un connubio di serenità e mutevolezza. L’illusione di dinamismo nella quiete viene data attraverso l’uso sapiente delle linee nella ghiaia: il giardino cattura l’essenza delle onde in movimento. Questo raffinato equilibrio tra forma e concetto porta il visitatore a riflettere sulla natura effimera del mondo, incorporando il cuore della filosofia zen.
Mirei Shigemori e la modernità nel giardino giapponese
Mirei Shigemori, noto architetto paesaggista e studioso, ha affermato che l’ammirazione profonda per i giardini giapponesi rivela la scoperta della modernità ancor prima dell’età moderna. Gli antichi giardini giapponesi non si sono limitati a riprodurre paesaggi naturali in modo pittorico, ma hanno intrapreso un percorso di astrazione che ha anticipato l’approccio moderno all’arte. Questa astrazione si manifesta come un processo in cui l’esperienza di calma e tranquillità viene interrotta dalla profondità di un pensiero o di uno stato mentale concettuale. Questo processo trova applicazione nei contesti di meditazione e contemplazione, dove l’obiettivo di raggiungere uno stato di quiete può portare a una riflessione più profonda. Analogamente, nel disegno di un’onda, si passa da una superficie d’acqua calma a una in movimento, evocando una sensazione di cambiamento e movimento.
Nel Suiseki: catturare l’essenza del movimento
Nel contesto del suiseki il concetto di catturare il disegno di un’onda si traduce nella presenza di linee, forme e colori che suggeriscono il moto dell’acqua. Tramite l’astrazione delle caratteristiche naturali della pietra, si crea un’immagine mentale di energia e movimento, esaltando l’essenza dell’onda stessa.
Sia nel giardino Choontei che nel suiseki, la forma tangibile cede il passo a una forma impermanente, un’espressione essenziale in cui pietre e ghiaia rivelano una forza espressiva più profonda. La quiete e il movimento, l’essenza e la forma, si intrecciano in un abbraccio armonioso che rappresenta la stessa danza della vita.
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