Nel mondo del suiseki, una semplice roccia si trasforma in pietra, e poi ancora in simbolo, in paesaggio, in presenza silenziosa da contemplare. Questa metamorfosi non ha bisogno di scalpello né di parole, non mostra segni evidenti del cambiamento: avviene nello sguardo di chi osserva, nel gesto di chi sceglie, nel tempo di chi contempla. In questa pagina, attraverso l’analisi dei termini che compongono la definizione di suiseki, si percorre un cammino che parte dalla materia e giunge all’esperienza estetica, passando per la selezione, la visualizzazione e l’intimo apprezzamento. È un viaggio in cui nulla sembra accadere — eppure tutto cambia. Una riflessione sul gesto silenzioso che riconosce la bellezza, sull’arte senza autore, e sul valore delle cose che, in apparenza, non vogliono essere nulla.
Un suiseki (dal giapponese 水 sui [acqua] e 石 seki[pietra] ) è una roccia, selezionata e visualizzata ai fini di un apprezzamento estetico.
Esaminiamo allora i termini che costituiscono questa definizione : roccia, pietra, selezione, visualizzazione, apprezzamento estetico.
Roccia o pietra?
Ecco la prima metamorfosi : da roccia a pietra.
Sebbene i due termini potrebbero essere, in linea di massima, intercambiabili, la trasformazione del termine ‘roccia’ nella parola ‘pietra’ è rappresentativa del processo di creazione di un suiseki. E sembra che ‘roccia’ sia il termine utilizzato in geologia per definire un aggregato naturale di minerali solidi, diverso da un minerale, per i nostri fini un materiale naturale grezzo, che potrebbe anche avere una qualche utilità pratica.
“La spiegazione del kanji 石 sembra essere semplice se consideriamo la parte inferiore 口 come una pietra, come fanno molte fonti. L’idea di ‘rocce sotto una scogliera di montagna’ ha portato al significato di ‘pietra’. Esiste un’altra interpretazione. Come abbiamo visto in molti kanji, Shizuka Shirakawa interpretava il simbolo 口 come una ‘scatola in cui vengono poste parole di preghiera’, piuttosto che accettare le opinioni più diffuse che lo consideravano una bocca, una scatola, una roccia o una finestra. La sua interpretazione ha un impatto significativo sul significato di molti kanji. Il kanji 石 è uno di questi: un contenitore per preghiere posto sotto una scogliera per rivolgersi al dio della montagna ha finito per assumere il significato di ‘pietra’. “
(da Key to Kanji: A Visual History of 1100 Characters – Noriko Kurosawa Williams)
Lo studio dei kanji è affascinante ma complesso e anche un pittogramma apparentemente semplice come 石 (seki) può far sorgere dubbi o domande. L’interpretazione di un kanji richiede sempre cautela, perché questi caratteri hanno subito secoli di evoluzione in Cina prima ancora di essere adottati e adattati alla lingua giapponese, dove hanno acquisito letture e significati ulteriori.
Selezionare.
“Selezionare” è il gesto da cui parte il sottile cambiamento terminologico, da roccia a pietra. Il semplice atto di designare una roccia come “pietra” è la prima e forse più significativa modifica al nostro “agglomerato naturale di minerali”. Cambia la nostra percezione del suo stato, della sua vita, del suo scopo.
Roccia ? Pietra ? Suiseki ?
Il trasferimento di una roccia dal suo habitat naturale conferma la designazione originale e trasforma l’oggetto trovato da una roccia ordinaria in una pietra, forse in un futuro suiseki, che invita a un attento esame, forse alla contemplazione e, in alcuni casi, persino alla venerazione.
La selezione non è solo un atto fisico: è un atto di attenzione, di ascolto silenzioso. È il momento in cui l’occhio dell’osservatore riconosce nella roccia qualcosa di più di un semplice frammento della natura; intravede una forma, una storia, un’armonia che merita di essere portata alla luce.
La selezione può avvenire anche acquistando la pietra, non solo trovandola in natura: non saremo i protagonisti assoluti della sua trasformazione ma del suo riconoscimento fra tante. Non è un possesso, ma una forma di connessione profonda con quella pietra, un atto che richiede rispetto, pazienza e una particolare sensibilità. La pietra selezionata non è più solo una parte del paesaggio; diventa, attraverso il nostro riconoscimento, un piccolo mondo da osservare e meditare.
Visualizzare.
“Visualizzare” è la manifestazione fisica del “selezionare”. È il volto pubblico di una scelta privata, intima, personale. È in questa fase che l’attività del collezionista si avvicina di più a quella dell’artista. Scegliendo il miglior volto della pietra, l’angolo appropriato per la sua esposizione, il tipo e il design del supporto (daiza, o vassoio, tavolo o jiita), le piante o gli oggetti di accompagnamento, oppure il nome poetico, si fanno scelte analoghe alle scelte di una artista, che sia un pittore o un fotografo, che attraverso la sua arte esprime anche se stesso, oltre a portare all’attenzione di molti qualcosa di oggettivo.
Attenzione: è solo in questa fase che possiamo, forse, avvicinare il termine “arte” al suiseki.
L’uomo non crea, ma scopre; non plasma, ma riconosce.
Nel suiseki, l’intervento umano si limita alla cura, alla scelta, all’ascolto silenzioso di una forma già perfetta nel suo equilibrio spontaneo. È un atto di umiltà, più che di espressione.
Chiamarlo arte rischia di spostare l’attenzione dalla pietra/roccia… alla mano che lo espone, mentre il cuore del suiseki è proprio nell’assenza di artificio, in una bellezza che emerge senza intenzione.
Nel mondo occidentale, l’artista è tradizionalmente visto come un creatore. Dalla visione rinascimentale in poi, l’artista è colui che esprime la propria interiorità, la propria visione del mondo, attraverso un atto creativo intenzionale. L’opera d’arte nasce quindi dall’io, è segno di genio individuale, e porta con sé una firma, un’identità precisa.
L’artista è colui che crea qualcosa di nuovo, che plasma la materia per dare forma a un contenuto interiore.
E nel pensiero moderno e contemporaneo, questa centralità dell’individuo è ancora più marcata: l’arte può anche essere provocazione, concettualizzazione, gesto personale.
In Giappone, invece, l’artista è spesso concepito come un veicolo, più che un creatore. L’accento non è posto sull’espressione personale, ma sull’armonia con la natura, sulla disciplina, sulla ripetizione consapevole di gesti essenziali. Nelle arti tradizionali come la cerimonia del tè (chanoyu), l’ikebana, la calligrafia (shodō) o il suiseki stesso, l’artista si annulla per lasciar parlare l’oggetto, l’azione, il momento. È l’assenza dell’ego a fare spazio al significato.
L’artista giapponese non impone, ma si accorda. Non inventa, ma rivela.
È proprio in questo sottile confine — tra il non-intervento e la scelta consapevole — che si colloca il suiseki: un’arte senza artista, o meglio, con un artista silenzioso, non consapevole — la Natura — e un testimone attento — l’uomo, il collezionista.
Apprezzamento estetico.
La frase “apprezzamento estetico” indica che la pietra viene scelta per le sue qualità spirituali e/o il suo potenziale evocativo, e non per il suo valore geologico o per una supposta utilità materiale. Si può essere attratti da una pietra puramente per la bellezza della sua consistenza, forma, colore o composizione. Ma l’apprezzamento estetico nel suiseki va oltre il semplice piacere visivo; l’attrazione può risiedere nella capacità della pietra di evocare immagini o sensazioni più profonde, come una catena montuosa lontana, una figura umana, o l’energia che anima l’universo.
Tutto dipende dal piano di lettura in cui ci riconosciamo: per molti il suiseki è un gioco divertente, una ricerca di forme e significati, mentre per altri rappresenta un modo di esplorare spazi infiniti, dentro e fuori di noi, come un’esperienza meditativa. Qui, l’estetica non è solo un oggetto da ammirare, ma un incontro tra il nostro essere e il mondo naturale, un riflesso della nostra interiorità.
Qualunque sia la ragione per l’attrazione verso una pietra particolare, un suiseki è una pietra da guardare, da “sentire”. E sei tu, collezionista, che determinerai come e in quale modo, almeno inizialmente, la tua pietra sarà vista. Il suo valore estetico nasce dal nostro rapporto con essa: ciò che vediamo non è mai solo ciò che è, ma ciò che noi, nel nostro vissuto, decidiamo di attribuirle.
Nel corso delle fasi di selezione e visualizzazione di una pietra, si acquisisce familiarità con le sue caratteristiche e si costruisce un contesto per la pietra, che guiderà le percezioni degli altri verso l’apprezzamento di quelle qualità. Il tuo sguardo diventa, in un certo senso, il veicolo che trasforma la pietra da un oggetto naturale a un’opera di contemplazione. E se continui a esporre la pietra, a proporla e a discuterne — come facciamo da queste pagine, o come si fa in una mostra o in una collezione — si accresce il percorso iniziato nel momento in cui si è scelta quella roccia da un letto di torrente, in montagna o in un negozio, e si è visto in essa il potenziale di diventare un suiseki.
Il suo apprezzamento non è mai definitivo: ogni nuovo incontro, ogni nuova riflessione, ogni nuova esposizione rivela nuovi strati di significato. In questo modo, la pietra continua a “crescere”, proprio come cresce il nostro legame con essa, ed è proprio in questo processo che l’estetica del suiseki trova il suo pieno compimento.
La radice della cultura giapponese nei Giardini Imperiali dello Shūgakuin
Sono finalmente tornato in Giappone dopo sei anni di assenza. L’ho trovato molto cambiato, e non necessariamente in meglio, anche se devo riconoscere che questo mio sentimento è naturale e inevitabile quando ci si accorge, e si accetta, che il tempo passa e porta via con sé cose che hanno significato la vita.
Io e la mia sposa abbiamo deciso di evitare per quanto possibile la congestione del turismo di massa e dedicarci ai giardini delle ville imperiali dello Shūgakuin e di Katsura. Sognavo di visitare questi giardini fin dai tempi dell’università. Ho trascorso più di metà della vita ad aspettare la possibilità di realizzare questo desiderio, ed ogni secondo di attesa è valso la pena. Mentre ci lasciavamo Katsura alle spalle, ho capito perché ho dovuto aspettare così tanto. Dovevo vedere Katsura dopo essere diventato un marito e un padre, e con la mia sposa accanto, ma questa è un’altra storia.
Siamo arrivati a Kyōto al mattino presto e ci siamo precipitati allo Shūgakuin. La visita è gratis, ma deve essere prenotata in anticipo. La presenza delle guardie imperiali all’ingresso e il fatto che l’accesso è possibile solo a un piccolo gruppo, e solo con un accompagnatore autorizzato, fa subito capire che questo non è un luogo qualsiasi. Ufficialmente è ancora una villa imperiale, ed è tenuta come tale.
Dire “imperiale” è fuorviante. Il tennō 天皇 giapponese non esercita il potere effettivo da oltre mille anni e la Costituzione del ’46 lo esautora da qualsiasi diritto politico, compreso il diritto di voto. Basta pensare che nel 2017 è stato necessario passare una legge apposita perché il tennō precedente manifestasse il desiderio di abdicare in favore del figlio. Tennō dunque non corrisponde all’imperator latino, nel senso che non detiene affatto l’imperium: storicamente, il tennō giapponese è la fonte della legittimità del potere, ma non è lui (o lei, come è accaduto diverse volte in passato) ad esercitarlo concretamente.
C’è un bel libro di Fosco Marini intitolato L’Agape Celeste, che descrive i riti di consacrazione del tennō quando viene “incoronato”. Il significato di alcuni di questi riti è andato perduto, almeno ufficialmente, ma in senso generale si può dire che lo scopo di questi riti sia ribadire e formalizzare il collegamento tra il Cielo e la Terra. Lo stesso vale in particolare per il Daijōsai 大嘗祭, che il tennō compie solo una volta nella vita e che lo rende manifestazione concreta del legame tra il cielo e la terra. I dettagli non sono mai stati divulgati, ma si tratta di un’offerta di riso prodotto in due zone diverse del Giappone, una nell’est e una nell’ovest, e di sakè.
Nella mitologia shintō, la religione autoctona del Giappone, la nascita del mondo viene raccontata come una vera nascita, cioè come il frutto del rapporto sessuale tra Izanagi no mikoto e Izanami no mikoto. In questo modo, si stabilisce un rapporto familiare tra la realtà e i kami che ne sono all’origine. Al vertice del pantheon shintō c’è Amaterasu Ōmikami, figlia di Izanagi no mikoto, la quale ordinò al proprio nipote Ninigi no mikoto di completare il processo di colonizzazione dell’arcipelago giapponese. Il primo sovrano pienamente “umano”, per così dire, fu Jinmu tennō, il pronipote di Ninigi no mikoto. In questo modo, lo shintō stabilisce un rapporto di discendenza diretta tra la stirpe dei kami celesti e la dinastia dei tennō sulla Terra. Questo rapporto viene rinnovato nel corso dei riti di consacrazione al trono, specialmente durante il Daijōsai.
C’è una precisazione importante da fare, ed è utile ricorrere alla differenza tra latria e dulia così come spiegata da Tommaso d’Acquino nella Summa Theologiae. Nella tradizione cristiana occidentale, i santi e Maria possono essere oggetto di dulia, cioè di venerazione e rispetto, ma non di latria. La latria è specificamente il culto riservato esclusivamente alla divinità, e l’unico oggetto accettabile della latria è Dio stesso. I kami in Giappone sono oggetto di dulia, non di latria.
Così, il tennō non è mai stato considerato un “dio in Terra” nella maniera in cui noi comprendiamo questa espressione in Europa, cioè come un essere superiore dotato di poteri sovrannaturali. La particolarità del tennō rispetto al resto del genere umano deriva dal suo essere sede e manifestazione della continuità tra il Cielo e la Terra. In questo senso, a mio modo di vedere, la presenza del tennō come continuità con il passato, e non di un tennō specifico in quanto tale, è la radice della cultura e della nazione giapponese.
Si potrebbe essere tentati di associare “imperiale” a “ricco, sfarzoso”, ma non c’è nulla di sfarzoso nello Shūgakuin. Le strutture sono in stile Shinden-zukuri, uno stile sviluppato in epoca Heian sulla base del modello architettonico cinese, ma la sensazione è distintamente giapponese: i colori sono naturali, i materiali sostanzialmente nella loro forma spontanea, senza decorazioni aggiunte.
Il vero capolavoro, però, è il giardino. La teoria del giardino giapponese è l’opposto del giardino all’italiana. La maestria risiede nel non rendere manifesto l’intervento dell’uomo, mentre in realtà ogni pianta è stata selezionata con un certo criterio, ogni scorcio progettato accuratamente per essere ammirato da una certa prospettiva, e per offrire qualcosa di diverso in ciascuna stagione.
Vi sono numerosi esempi di shakkei, i paesaggi “presi in prestito”, che ricostruiscono in piccolo luoghi famosi della tradizione cinese e giapponese. Per capire la citazione di uno shakkei si deve conoscere la poesia cinese, e quindi la lingua cinese classica. Questo significa che quando si percorre il giardino dello Shūgakuin e si conosce il “codice”, per così dire, ci si muove all’interno di un mondo che è simultaneamente simbolico e concreto, letterario e fisico, che conversa con l’osservatore attraverso i colori, la forma degli alberi, il suono del vento tra le foglie, le parole messe in poesia dal cuore di altri uomini centinaia di anni fa e ritrasformate in giardino.
Se tutto questo sembra retorica, un’occhiata all’introduzione in kana alla raccolta di poesia Kokin wakashū, compilata nel X secolo d.C. a cura di Ki no Tsurayuki, può essere utile per mettere le cose in prospettiva:
“La poesia giapponese ha il proprio seme nel cuore umano, e si manifesta in migliaia di foglie di parole. Poiché le persone in questo mondo sono piene di emozioni, esprimono ciò che sentono nei loro cuori attraverso ciò che vedono e ciò che odono […]
“La poesia, senza usare la forza, muove il Cielo e la terra, fa sì che perfino i kami invisibili e gli spiriti provino compassione, addolcisce la relazione tra uomini e donne e conforta il cuore dei rudi guerrieri”.
C’è quindi un legame indissolubile e concreto tra la poesia e il giardino, tra la realtà del mondo fenomenico, i sentimenti che essa ispira e le parole usate per esprimerli. In molti casi, i membri della Corte che visitavano lo Shūgakuin insieme al tennō non avevano mai visto i luoghi di cui scrivevano nelle loro poesie, o gli originali ai quali sono ispirati gli shakkei del giardino. Un po’ come nell’Europa medievale, in cui i pavimenti delle chiese e delle cattedrali erano decorati con labirinti che sostituivano metaforicamente il pellegrinaggio in Terrasanta, il giardino dello Shūgakuin è un viaggio attraverso alcuni dei più bei luoghi della Cina e del Giappone. Un viaggio che si compie a livello fisico, emotivo e psicologico: camminando, esprimendo in poesia i sentimenti del proprio cuore, trovando consolazione in una bellezza quieta e pacata.
Quando la guida ha aperto la porta di legno che dà accesso al giardino, la sensazione che ho provato è stata simile a quella che mi prese salendo sull’Acropoli di Atene al mattino presto. Mentre però l’Acropoli è decisamente il dominio dell’essere umano e della sua logica, l’ingresso allo Shūgakuin mi ha ricordato perché l’etimologia di “paradiso” è “giardino circondato da un muro”.
La cosa più stupefacente, dal mio punto di vista, è stato vedere delle risaie e degli orti all’interno dell’area dello Shūgakuin. Un tempo ero più affascinato da quello che portava l’essere umano al di sopra di se stesso, ma con il passare degli anni ho cominciato a sentirmi più a mio agio con quello che porta l’essere umano all’interno di se stesso. Ora, mentre cammino per questo giardino insieme alla mia sposa, sono dove sono in questo momento, né prima né dopo, e la presenza di un orto in un giardino imperiale in un certo senso mi risana, perché mi pare dimostri che il legame tra il Cielo e la terra è ancora integro.
Se è così, allora il Giappone che ho amato, pur nel cambiamento, è ancora vivo.
Credits.
Shakkei è felice di riprendere la collaborazione con Emanuele Bertolani, pubblicando alcune sue personali e intime riflessioni, nate durante la visita alla villa imperiale Shūgakuin, luogo che fu dimora di un “Celeste Signore”, mediatore tra il mondo divino e quello umano. Qui, ora come allora, sembra che, così come dovrebbe essere, cielo e terra non sono opposti, ma danzano insieme, al punto che lo spazio coltivato, la risaia, è parte integrante del progetto visivo e spirituale. Come sempre, al lettore curioso Emanuele offre molti spunti di approfondimento storico e culturale, e non solo.
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