Metamorfosi del Nulla Apparente

by | Apr 29, 2025 | In evidenza, Suiseki | 0 comments

Metamorfosi del Nulla Apparente

Nel mondo del suiseki, una semplice roccia si trasforma in pietra, e poi ancora in simbolo, in paesaggio, in presenza silenziosa da contemplare. Questa metamorfosi non ha bisogno di scalpello né di parole, non mostra segni evidenti del cambiamento: avviene nello sguardo di chi osserva, nel gesto di chi sceglie, nel tempo di chi contempla.
In questa pagina, attraverso l’analisi dei termini che compongono la definizione di suiseki, si percorre un cammino che parte dalla materia e giunge all’esperienza estetica, passando per la selezione, la visualizzazione e l’intimo apprezzamento.
È un viaggio in cui nulla sembra accadere — eppure tutto cambia.
Una riflessione sul gesto silenzioso che riconosce la bellezza, sull’arte senza autore, e sul valore delle cose che, in apparenza, non vogliono essere nulla.

Un suiseki (dal giapponese sui [acqua] e seki [pietra] ) è una roccia, selezionata e visualizzata ai fini di un apprezzamento estetico. 

Esaminiamo allora i termini che costituiscono questa definizione : roccia, pietra, selezione, visualizzazione, apprezzamento estetico.

Roccia o pietra?

Ecco la prima metamorfosi : da roccia a pietra.

Sebbene i due termini potrebbero essere, in linea di massima, intercambiabili, la trasformazione del termine ‘roccia’ nella parola ‘pietra’ è rappresentativa del processo di creazione di un suiseki. E sembra che ‘roccia’ sia il termine utilizzato in geologia per definire un aggregato naturale di minerali solidi, diverso da un minerale, per i nostri fini un materiale naturale grezzo, che potrebbe anche avere una qualche utilità pratica.

La spiegazione del kanji sembra essere semplice se consideriamo la parte inferiore come una pietra, come fanno molte fonti. L’idea di ‘rocce sotto una scogliera di montagna’ ha portato al significato di ‘pietra’.
Esiste un’altra interpretazione. Come abbiamo visto in molti kanji, Shizuka Shirakawa interpretava il simbolo come una ‘scatola in cui vengono poste parole di preghiera’, piuttosto che accettare le opinioni più diffuse che lo consideravano una bocca, una scatola, una roccia o una finestra. La sua interpretazione ha un impatto significativo sul significato di molti kanji. Il kanji è uno di questi: un contenitore per preghiere posto sotto una scogliera per rivolgersi al dio della montagna ha finito per assumere il significato di ‘pietra’. “

(da Key to Kanji: A Visual History of 1100 Characters – Noriko Kurosawa Williams)

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Lo studio dei kanji è affascinante ma complesso e anche un pittogramma apparentemente semplice come 石 (seki) può far sorgere dubbi o domande. L’interpretazione di un kanji richiede sempre cautela, perché questi caratteri hanno subito secoli di evoluzione in Cina prima ancora di essere adottati e adattati alla lingua giapponese, dove hanno acquisito letture e significati ulteriori.

Selezionare.

“Selezionare” è il gesto da cui parte  il sottile cambiamento terminologico, da roccia a pietra. Il semplice atto di designare una roccia come “pietra” è la prima e forse più significativa modifica al nostro “agglomerato naturale di minerali”. Cambia la nostra percezione del suo stato, della sua vita, del suo scopo.

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Roccia ? Pietra ? Suiseki ?

Il trasferimento di una roccia dal suo habitat naturale conferma la designazione originale e trasforma l’oggetto trovato da una roccia ordinaria in una pietra, forse in un futuro suiseki, che invita a un attento esame, forse alla contemplazione e, in alcuni casi, persino alla venerazione.

La selezione non è solo un atto fisico: è un atto di attenzione, di ascolto silenzioso. È il momento in cui l’occhio dell’osservatore riconosce nella roccia qualcosa di più di un semplice frammento della natura; intravede una forma, una storia, un’armonia che merita di essere portata alla luce.

La selezione può avvenire anche acquistando la pietra, non solo trovandola in natura: non saremo i protagonisti assoluti della sua trasformazione ma del suo riconoscimento fra tante. Non è un possesso, ma una forma di connessione profonda con quella pietra, un atto che richiede rispetto, pazienza e una particolare sensibilità. La pietra selezionata non è più solo una parte del paesaggio; diventa, attraverso il nostro riconoscimento, un piccolo mondo da osservare e meditare.


Visualizzare.

“Visualizzare” è la manifestazione fisica del “selezionare”.  È il volto pubblico di una scelta privata, intima, personale. È in questa fase che l’attività del collezionista si avvicina di più a quella dell’artista. Scegliendo il miglior volto della pietra, l’angolo appropriato per la sua esposizione, il tipo e il design del supporto (daiza, o vassoio, tavolo o jiita), le piante o gli oggetti di accompagnamento, oppure il nome poetico, si fanno scelte analoghe alle scelte di una artista, che sia un pittore o un fotografo, che attraverso la sua arte esprime anche se stesso, oltre a portare all’attenzione di molti qualcosa di oggettivo.

Attenzione: è solo in questa fase che possiamo, forse, avvicinare il termine “arte” al suiseki.

L’uomo non crea, ma scopre; non plasma, ma riconosce.

Nel suiseki, l’intervento umano si limita alla cura, alla scelta, all’ascolto silenzioso di una forma già perfetta nel suo equilibrio spontaneo. È un atto di umiltà, più che di espressione.

Chiamarlo arte rischia di spostare l’attenzione dalla pietra/roccia… alla mano che lo espone, mentre il cuore del suiseki è proprio nell’assenza di artificio, in una bellezza che emerge senza intenzione.

Nel mondo occidentale, l’artista è tradizionalmente visto come un creatore. Dalla visione rinascimentale in poi, l’artista è colui che esprime la propria interiorità, la propria visione del mondo, attraverso un atto creativo intenzionale. L’opera d’arte nasce quindi dall’io, è segno di genio individuale, e porta con sé una firma, un’identità precisa.

L’artista è colui che crea qualcosa di nuovo, che plasma la materia per dare forma a un contenuto interiore.

E nel pensiero moderno e contemporaneo, questa centralità dell’individuo è ancora più marcata: l’arte può anche essere provocazione, concettualizzazione, gesto personale.

In Giappone, invece, l’artista è spesso concepito come un veicolo, più che un creatore. L’accento non è posto sull’espressione personale, ma sull’armonia con la natura, sulla disciplina, sulla ripetizione consapevole di gesti essenziali. Nelle arti tradizionali come la cerimonia del tè (chanoyu), l’ikebana, la calligrafia (shodō) o il suiseki stesso, l’artista si annulla per lasciar parlare l’oggetto, l’azione, il momento. È l’assenza dell’ego a fare spazio al significato.

L’artista giapponese non impone, ma si accorda. Non inventa, ma rivela.

È proprio in questo sottile confine — tra il non-intervento e la scelta consapevole — che si colloca il suiseki: un’arte senza artista, o meglio, con un artista silenzioso, non consapevole — la Natura — e un testimone attento — l’uomo, il collezionista.

Apprezzamento estetico.

La frase “apprezzamento estetico” indica che la pietra viene scelta per le sue qualità spirituali e/o il suo potenziale evocativo, e non per il suo valore geologico o per una supposta utilità materiale. Si può essere attratti da una pietra puramente per la bellezza della sua consistenza, forma, colore o composizione. Ma l’apprezzamento estetico nel suiseki va oltre il semplice piacere visivo; l’attrazione può risiedere nella capacità della pietra di evocare immagini o sensazioni più profonde, come una catena montuosa lontana, una figura umana, o l’energia che anima l’universo.

Tutto dipende dal piano di lettura in cui ci riconosciamo: per molti il suiseki è un gioco divertente, una ricerca di forme e significati, mentre per altri rappresenta un modo di esplorare spazi infiniti, dentro e fuori di noi, come un’esperienza meditativa. Qui, l’estetica non è solo un oggetto da ammirare, ma un incontro tra il nostro essere e il mondo naturale, un riflesso della nostra interiorità.

Qualunque sia la ragione per l’attrazione verso una pietra particolare, un suiseki è una pietra da guardare, da “sentire”. E sei tu, collezionista, che determinerai come e in quale modo, almeno inizialmente, la tua pietra sarà vista. Il suo valore estetico nasce dal nostro rapporto con essa: ciò che vediamo non è mai solo ciò che è, ma ciò che noi, nel nostro vissuto, decidiamo di attribuirle.

Nel corso delle fasi di selezione e visualizzazione di una pietra, si acquisisce familiarità con le sue caratteristiche e si costruisce un contesto per la pietra, che guiderà le percezioni degli altri verso l’apprezzamento di quelle qualità. Il tuo sguardo diventa, in un certo senso, il veicolo che trasforma la pietra da un oggetto naturale a un’opera di contemplazione. E se continui a esporre la pietra, a proporla e a discuterne — come facciamo da queste pagine, o come si fa in una mostra o in una collezione — si accresce il percorso iniziato nel momento in cui si è scelta quella roccia da un letto di torrente, in montagna o in un negozio, e si è visto in essa il potenziale di diventare un suiseki.

Il suo apprezzamento non è mai definitivo: ogni nuovo incontro, ogni nuova riflessione, ogni nuova esposizione rivela nuovi strati di significato. In questo modo, la pietra continua a “crescere”, proprio come cresce il nostro legame con essa, ed è proprio in questo processo che l’estetica del suiseki trova il suo pieno compimento.


Daniela Schifano

Passioni: i suiseki, i gatti, tutto ciò che è giapponese tranne il sushi. Leggere, scrivere, studiare, divulgare, viaggiare.

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“Un tempo, prima che esistesse la scrittura, si mandava a qualcuno una pietra che esprimeva il proprio stato d’animo. Dal suo peso e dal suo tatto, l’altro poteva capire come ci si sentiva. Una pietra liscia poteva significare felicità, una ruvida poteva esprimere preoccupazione.”
(Departures, 2008)

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