La radice della cultura giapponese nei Giardini Imperiali dello Shūgakuin
Sono finalmente tornato in Giappone dopo sei anni di assenza. L’ho trovato molto cambiato, e non necessariamente in meglio, anche se devo riconoscere che questo mio sentimento è naturale e inevitabile quando ci si accorge, e si accetta, che il tempo passa e porta via con sé cose che hanno significato la vita.
Io e la mia sposa abbiamo deciso di evitare per quanto possibile la congestione del turismo di massa e dedicarci ai giardini delle ville imperiali dello Shūgakuin e di Katsura. Sognavo di visitare questi giardini fin dai tempi dell’università. Ho trascorso più di metà della vita ad aspettare la possibilità di realizzare questo desiderio, ed ogni secondo di attesa è valso la pena. Mentre ci lasciavamo Katsura alle spalle, ho capito perché ho dovuto aspettare così tanto. Dovevo vedere Katsura dopo essere diventato un marito e un padre, e con la mia sposa accanto, ma questa è un’altra storia.
Siamo arrivati a Kyōto al mattino presto e ci siamo precipitati allo Shūgakuin. La visita è gratis, ma deve essere prenotata in anticipo. La presenza delle guardie imperiali all’ingresso e il fatto che l’accesso è possibile solo a un piccolo gruppo, e solo con un accompagnatore autorizzato, fa subito capire che questo non è un luogo qualsiasi. Ufficialmente è ancora una villa imperiale, ed è tenuta come tale.
Dire “imperiale” è fuorviante. Il tennō 天皇 giapponese non esercita il potere effettivo da oltre mille anni e la Costituzione del ’46 lo esautora da qualsiasi diritto politico, compreso il diritto di voto. Basta pensare che nel 2017 è stato necessario passare una legge apposita perché il tennō precedente manifestasse il desiderio di abdicare in favore del figlio. Tennō dunque non corrisponde all’imperator latino, nel senso che non detiene affatto l’imperium: storicamente, il tennō giapponese è la fonte della legittimità del potere, ma non è lui (o lei, come è accaduto diverse volte in passato) ad esercitarlo concretamente.
C’è un bel libro di Fosco Marini intitolato L’Agape Celeste, che descrive i riti di consacrazione del tennō quando viene “incoronato”. Il significato di alcuni di questi riti è andato perduto, almeno ufficialmente, ma in senso generale si può dire che lo scopo di questi riti sia ribadire e formalizzare il collegamento tra il Cielo e la Terra. Lo stesso vale in particolare per il Daijōsai 大嘗祭, che il tennō compie solo una volta nella vita e che lo rende manifestazione concreta del legame tra il cielo e la terra. I dettagli non sono mai stati divulgati, ma si tratta di un’offerta di riso prodotto in due zone diverse del Giappone, una nell’est e una nell’ovest, e di sakè.
Nella mitologia shintō, la religione autoctona del Giappone, la nascita del mondo viene raccontata come una vera nascita, cioè come il frutto del rapporto sessuale tra Izanagi no mikoto e Izanami no mikoto. In questo modo, si stabilisce un rapporto familiare tra la realtà e i kami che ne sono all’origine. Al vertice del pantheon shintō c’è Amaterasu Ōmikami, figlia di Izanagi no mikoto, la quale ordinò al proprio nipote Ninigi no mikoto di completare il processo di colonizzazione dell’arcipelago giapponese. Il primo sovrano pienamente “umano”, per così dire, fu Jinmu tennō, il pronipote di Ninigi no mikoto. In questo modo, lo shintō stabilisce un rapporto di discendenza diretta tra la stirpe dei kami celesti e la dinastia dei tennō sulla Terra. Questo rapporto viene rinnovato nel corso dei riti di consacrazione al trono, specialmente durante il Daijōsai.
C’è una precisazione importante da fare, ed è utile ricorrere alla differenza tra latria e dulia così come spiegata da Tommaso d’Acquino nella Summa Theologiae. Nella tradizione cristiana occidentale, i santi e Maria possono essere oggetto di dulia, cioè di venerazione e rispetto, ma non di latria. La latria è specificamente il culto riservato esclusivamente alla divinità, e l’unico oggetto accettabile della latria è Dio stesso. I kami in Giappone sono oggetto di dulia, non di latria.
Così, il tennō non è mai stato considerato un “dio in Terra” nella maniera in cui noi comprendiamo questa espressione in Europa, cioè come un essere superiore dotato di poteri sovrannaturali. La particolarità del tennō rispetto al resto del genere umano deriva dal suo essere sede e manifestazione della continuità tra il Cielo e la Terra. In questo senso, a mio modo di vedere, la presenza del tennō come continuità con il passato, e non di un tennō specifico in quanto tale, è la radice della cultura e della nazione giapponese.
Si potrebbe essere tentati di associare “imperiale” a “ricco, sfarzoso”, ma non c’è nulla di sfarzoso nello Shūgakuin. Le strutture sono in stile Shinden-zukuri, uno stile sviluppato in epoca Heian sulla base del modello architettonico cinese, ma la sensazione è distintamente giapponese: i colori sono naturali, i materiali sostanzialmente nella loro forma spontanea, senza decorazioni aggiunte.
Il vero capolavoro, però, è il giardino. La teoria del giardino giapponese è l’opposto del giardino all’italiana. La maestria risiede nel non rendere manifesto l’intervento dell’uomo, mentre in realtà ogni pianta è stata selezionata con un certo criterio, ogni scorcio progettato accuratamente per essere ammirato da una certa prospettiva, e per offrire qualcosa di diverso in ciascuna stagione.
Vi sono numerosi esempi di shakkei, i paesaggi “presi in prestito”, che ricostruiscono in piccolo luoghi famosi della tradizione cinese e giapponese. Per capire la citazione di uno shakkei si deve conoscere la poesia cinese, e quindi la lingua cinese classica. Questo significa che quando si percorre il giardino dello Shūgakuin e si conosce il “codice”, per così dire, ci si muove all’interno di un mondo che è simultaneamente simbolico e concreto, letterario e fisico, che conversa con l’osservatore attraverso i colori, la forma degli alberi, il suono del vento tra le foglie, le parole messe in poesia dal cuore di altri uomini centinaia di anni fa e ritrasformate in giardino.
Se tutto questo sembra retorica, un’occhiata all’introduzione in kana alla raccolta di poesia Kokin wakashū, compilata nel X secolo d.C. a cura di Ki no Tsurayuki, può essere utile per mettere le cose in prospettiva:
やまとうたは、人の心をたねとして、万の言の葉とぞなれりける。世の中にある人、ことわざしげきものなれば、心に思ふことを、見るもの聞くものにつけて、言ひいだせるなり。
“La poesia giapponese ha il proprio seme nel cuore umano, e si manifesta in migliaia di foglie di parole. Poiché le persone in questo mondo sono piene di emozioni, esprimono ciò che sentono nei loro cuori attraverso ciò che vedono e ciò che odono […]
ちからをもいれずして天地をうごかし、めに見えぬ鬼神をもあはれとおもはせ、男女のなかをやはらげ、猛きもののふの心をもなぐさむるは、歌なり
“La poesia, senza usare la forza, muove il Cielo e la terra, fa sì che perfino i kami invisibili e gli spiriti provino compassione, addolcisce la relazione tra uomini e donne e conforta il cuore dei rudi guerrieri”.
C’è quindi un legame indissolubile e concreto tra la poesia e il giardino, tra la realtà del mondo fenomenico, i sentimenti che essa ispira e le parole usate per esprimerli. In molti casi, i membri della Corte che visitavano lo Shūgakuin insieme al tennō non avevano mai visto i luoghi di cui scrivevano nelle loro poesie, o gli originali ai quali sono ispirati gli shakkei del giardino. Un po’ come nell’Europa medievale, in cui i pavimenti delle chiese e delle cattedrali erano decorati con labirinti che sostituivano metaforicamente il pellegrinaggio in Terrasanta, il giardino dello Shūgakuin è un viaggio attraverso alcuni dei più bei luoghi della Cina e del Giappone. Un viaggio che si compie a livello fisico, emotivo e psicologico: camminando, esprimendo in poesia i sentimenti del proprio cuore, trovando consolazione in una bellezza quieta e pacata.
Quando la guida ha aperto la porta di legno che dà accesso al giardino, la sensazione che ho provato è stata simile a quella che mi prese salendo sull’Acropoli di Atene al mattino presto. Mentre però l’Acropoli è decisamente il dominio dell’essere umano e della sua logica, l’ingresso allo Shūgakuin mi ha ricordato perché l’etimologia di “paradiso” è “giardino circondato da un muro”.
La cosa più stupefacente, dal mio punto di vista, è stato vedere delle risaie e degli orti all’interno dell’area dello Shūgakuin. Un tempo ero più affascinato da quello che portava l’essere umano al di sopra di se stesso, ma con il passare degli anni ho cominciato a sentirmi più a mio agio con quello che porta l’essere umano all’interno di se stesso. Ora, mentre cammino per questo giardino insieme alla mia sposa, sono dove sono in questo momento, né prima né dopo, e la presenza di un orto in un giardino imperiale in un certo senso mi risana, perché mi pare dimostri che il legame tra il Cielo e la terra è ancora integro.
Se è così, allora il Giappone che ho amato, pur nel cambiamento, è ancora vivo.
Credits.
Shakkei è felice di riprendere la collaborazione con Emanuele Bertolani, pubblicando alcune sue personali e intime riflessioni, nate durante la visita alla villa imperiale Shūgakuin, luogo che fu dimora di un “Celeste Signore”, mediatore tra il mondo divino e quello umano. Qui, ora come allora, sembra che, così come dovrebbe essere, cielo e terra non sono opposti, ma danzano insieme, al punto che lo spazio coltivato, la risaia, è parte integrante del progetto visivo e spirituale. Come sempre, al lettore curioso Emanuele offre molti spunti di approfondimento storico e culturale, e non solo.









ho molto apprezzato la lettura di questo articolo, a maggior ragione perchè ho avuto la possibilità, in anni diversi, di visitare entrambe le ville ed i giardini. Probabilmente mi sono perso diversi aspetti del giardino, ma non l’emozione dell’ingresso attraverso il massiccio portone e la sensazione di entrare nel “Paradiso” .