Oggi il vento di oggi, domani il vento di domani

by | Giu 13, 2024 | In evidenza, Zuihitsu | 0 comments

Oggi il vento di oggi, domani il vento di domani

Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders, è un esempio della cinematografia che mi piace davvero. Una storia raccontata senza effetti speciali, senza particolari colpi di scena, senza montaggio frenetico. È uno stile di direzione d’altri tempi. Verrebbe quasi da definirlo, citando Alec Guinness in Star Wars: una nuova speranza, “…elegante. Per tempi più civilizzati”.

Per il pubblico occidentale l’attore protagonista, Yakusho Kōji, è probabilmente un volto poco conosciuto, a meno di averlo visto in Memorie di una Geisha, un film che non raccomanderei neanche al mio peggior nemico, oppure in Thirteen Assassins. In Giappone è una potenza. Per questo vederlo in un film come Perfect Days mi ha sorpreso piacevolmente.

Già nei primissimi anni ’50 Fosco Maraini nel suo Ore Giapponesi aveva elogiato l’abilità degli attori giapponesi, ed è effettivamente così. Per persone poco avvezze a dimostrare apertamente i propri sentimenti in modo plateale, abituate a una comunicazione che passa dal non-detto, che funziona per accenni e allusioni, in una lingua che Leopardi avrebbe probabilmente amato perché fa regolarmente del proprio meglio per essere “vaga e indefinita”, la recitazione è una cosa diversa.

Vedere Perfect Days in traduzione ha i suoi problemi. Ad esempio, non si capisce il rapporto fra il protagonista, Hirayama, e la sorella. In originale, lei lo chiama nii-san 兄さん, “fratello maggiore”, e questo ha due conseguenze: a livello immediato, si specifica il rapporto di parentela fra i due. A livello sociale, si capisce che qualcosa di grave deve essere successo nel passato fra Hirayama e suo padre, perché il figlio maggiore è solitamente quello che porta avanti l’attività di famiglia. Che Hirayama viva in una casetta modesta mentre la sorella minore gira con l’autista, pur non spiegando esattamente cosa è successo, lascia intendere una crisi di proporzioni inaudite.

La stanza semivuota, ordinata di Hirayama, mi ricorda l’inizio della mia vita in Giappone. La mia era più piccola, molto meno ordinata e certamente non così silenziosa, con la metropolitana di superficie che passava a pochi metri dalla mia finestra fino a mezzanotte. Il suo aprire gli occhi al mattino al suono della ramazza dell’anziana che spazza l’ingresso del tempio buddhista vicino a casa sua, è un colpo di genio che contiene il senso profondo del rapporto fra le persone in Giappone. Non sappiamo se lui conosca o meno l’anziana, e non è importante. Quello che importa è che se lei non fosse lì, lui non potrebbe fare quello che fa, perché non riuscirebbe a svegliarsi a quell’ora e in quel modo.

Nel buddhismo, questo si chiama engi 縁起, o “origine interdipendente”.

Un altro momento che ho trovato interessante è il dialogo iniziale tra Yamamoto e Hirayama. Il giovane lo vede impegnato nel lavoro e gli dice “non capisco perché ti ci impegni tanto. Si sporcano subito”. Il punto di ciò che fa Hirayama è l’azione, non il suo risultato. Questo richiama un concetto di origine daoista, poi filtrato in una certa misura anche nel pensiero Zen, chiamato mu-i 無為 “non-per”. L’essere umano ha diritto ad agire, non a godere il frutto delle proprie azioni.
Fra l’altro, nello Zen le pulizie sono associate alla necessità di fare “pulizia” dentro di sé, per così dire, quindi si può vedere Hirayama come una persona impegnata in un accurato lavoro su di sé.

Tornando all’origine interdipendente, il resto delle interazioni di Hirayama funziona nello stesso modo. Il chiosco dove si ferma a mangiare, con il proprietario che gli dice otsukaresama deshita お疲れさまでした.

È un’espressione che è in sé una poesia.

C’è l’-o onorifico.

C’è il verbo tsukareru, “stancarsi”.

C’è il suffisso –sama, “signore”, e il la copula al passato deshita.

Si usa per ringraziare qualcuno di essersi “nobilmente stancato”, per così dire.

Il locale dove si reca alla sera, con la padrona evidentemente innamorata di lui. I bagni pubblici, dove si toglie di dosso la sporcizia e la tensione della giornata. Il negozio di libri, dove si reca a comprare romanzi e a scambiare due chiacchiere con la padrona. Il fotografo dove fa sviluppare le sue foto in bianco e nero e compra i rullini, quasi senza parlare. Ognuna di queste attività esiste come conseguenza della regolarità con cui Hirayama le visita, e a sua volta Hirayama trae da queste attività un po’ della forza che gli serve. Il sottinteso, oltre a dimostrare di nuovo l’origine interdipendente, è che Tōkyō è piena di altri Hirayama.

Hirayama aiuta un bambino che si è perso a trovare la propria madre, e per tutta risposta questa prima gli pulisce la mano con una salvietta igienizzante, poi lo trascina via senza una parola di ringraziamento. L’ho trovato incredibilmente fastidioso e tristemente vero, il primo segnale di una sceneggiatura davvero accurata. Il bambino però si volta, e Hirayama scambia con lui un “ciao” fatto con la stessa mano.

Nello shintō, la religione autoctona del Giappone, non esiste una dicotomia tra Bene e Male, ma tra puro e impuro. La purezza è legata alla pulizia, e viceversa. Il legame è così profondo che all’interno della parola kirei 綺麗 è impossibile scindere il significato di “bello” da quello di “pulito”.

Hirayama segue una routine ben consolidata, che è ciò che gli permette di vivere a modo suo. L’unico momento in cui lo vediamo seriamente arrabbiato è quando questa routine viene interrotta dalla defezione del suo “compagno” di lavoro.
In italiano, Hirayama viene definito come “il mio mentore”. Il giapponese usa invece senpai 先輩, che contiene in sé l’idea di qualcuno che essendo nato prima ha più esperienza in qualcosa, e per questo è degno di rispetto.

I giapponesi vengono educati all’esercizio dell’omoiyari 思いやり, che potremmo definire come una sorta di “tatto” verso l’Altro. La risposta di Hirayama alla frase “tanto si sporcano subito” è continuare a pulire, non tanto perché è suo dovere, ma perché sa che di lì a poco qualcuno entrerà nel bagno e lo troverà pulito. Quando Hirayama raccoglie un virgulto di acero e lo invasa, sta dimostrando omoiyari nei confronti della vita racchiusa in quella pianta. Lo stesso fa con sua nipote Niko, quando la accoglie in casa la notte, e con la madre di questi, informandola che la figlia è a casa sua.

Nel corso del dialogo con la nipote, Hirayama dice questa frase: oggi è oggi, domani è domani. È una semplificazione della frase 

yō ha kyō no kaze, ashita ha ashita no kaze

今日は今日の風、明日は明日の風 

“oggi il vento di oggi, domani il vento di domani”.

Nel caso di Hirayama, è una raccomandazione a vivere nel presente, perché il presente, nella prospettiva buddhista, è l’unica realtà che esiste.

Nella scena finale, Hirayama “rompe la quarta parete”, guardando direttamente in camera, e lo spettatore vede passargli sul volto una cascata di emozioni. Ho un debole per i film che utilizzano questa tecnica. Hirayama lo spettatore, che lo sta osservando da due ore buone, come a dirgli “hai visto bene? Ecco qua, non ci sono più segreti”. Il suo passato non è ancora chiaro, perché il regista non ci concede la grazia di spiegarci come Hirayama è arrivato alla sua vita attuale, ma il suo presente si rivela per quello che è: la vita che voleva lui, secondo le sue regole, sorretta da un’etica gentile e umana. Una vita che vale la pena di essere vissuta.

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“It’s a new dawn / It’s a new day / It’s a new life / For me / And I’m feeling good”, Feeling Good, Nina Simone


Credits.

Shakkei prende in prestito, pubblicandola integralmente, la delicata recensione del film Perfect Days, di Wim Wenders, realizzata da Emanuele Bertolani, che ringraziamo per il permesso accordatoci (Perfect Days | Meer).
In tanti si sono espressi sull’opera, che si basa in effetti sull’impercettibile, e che ha avuto un grande successo di pubblico e di critica. Il protagonista, Hirayama, è un addetto alle pulizie delle toilette pubbliche di Tōkyō. Lo vediamo alzarsi la mattina e lo seguiamo, passo passo, nel suo lavoro durante la pulizia dei bagni cittadini, al quale adempie con grande diligenza, e nelle sue occupazioni nel tempo libero: curare le sue piantine, leggere, fotografare la luce che filtra tra gli alberi, andare in bicicletta, acquistare libri, ascoltare musica americana incisa su musicassette. Eppure, ogni frame del film sembra nascondere un tesoro da scoprire e preservare: Emanuele Bertolani ce ne svela alcuni, lampi di luce tra le foglie, nascosti nelle pieghe della lingua e della cultura nipponica. Non vi resta che vedere il film, o rivederlo, perché c’è di più, c’è la colonna sonora, c’è il gioco del tris, c’è il gioco delle ombre da calpestare, c’è Tōkyō, c’è il senzatetto, ci sono i sogni, c’è la realtà.


Perfect Days
Regia: Wim Wenders; sceneggiatura: Wim Wenders, Takuma Takasaki; fotografia: Franz Lustig; montaggio: Toni Froschhammer; effetti speciali: Kalle Max Hofmann; scenografia: Tawako Kuwajima; costumi: Daisuke Iga; interpreti: Kôji Yakusho, Min Tanaka, Arisa Nakano, Tokio Emoto, Tomokazu Miura; produzione: Wim Wenders, Takuma Takasaki, Koji Yanai per Master Mind; origine: Giappone, Germania, 2023; durata: 123 minuti; distribuzione: Lucky Red.


Emanuele Bertolani

Emanuele Bertolani, un uomo il cui spirito è intriso di passione per la letteratura, la mitologia, la storia e la filosofia, è nato con il desiderio ardente di esplorare il mondo attraverso il prisma delle idee. Il suo viaggio intellettuale è stato plasmato dall'affascinante narrativa della poesia e dall'ardente desiderio di promuovere la crescita e l'educazione umana. Fin dall'infanzia, Emanuele ha trovato ispirazione nella bellezza dei concetti e delle idee, trovando un particolare incanto quando venivano veicolati attraverso l'arte della parola poetica. Questa passione è cresciuta nel corso degli anni, spingendolo a esplorare profondamente la letteratura, la mitologia, la storia e la filosofia, cogliendo in ognuna di esse spunti per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze. La vita di Emanuele è stata arricchita da anni vissuti in Giappone, dove ha abbracciato non solo la cultura, ma anche le discipline tradizionali che hanno contribuito a plasmare il suo spirito. Durante la sua permanenza in Giappone, Emanuele ha praticato il kendo, un'arte marziale che va oltre il mero combattimento fisico, incorporando una filosofia profonda e un rispetto per l'equilibrio tra mente, corpo e spirito. Ha affinato anche la sua comprensione della spiritualità attraverso la cerimonia del tè stile Urasenke, un rituale intriso di significato e simbolismo. Inoltre, Emanuele si è dedicato alla danza classica giapponese nello stile Nishizaki ryu, un'arte che richiede precisione, grazia e disciplina, riflettendo l'equilibrio e l'armonia essenziali nella vita quotidiana. La pratica della calligrafia è stata un'altra componente fondamentale del suo percorso, permettendogli di esprimere la sua creatività attraverso il tratto dell'inchiostro e la bellezza delle linee. Una profonda affinità con la natura guida il suo spirito esplorativo, spingendolo a immergersi nel mondo a piedi, da solo o in compagnia. Emanuele trova pace e ispirazione nell'essenza pura della natura, trovando la bellezza in ogni foglia che danza col vento e in ogni ruscello che scorre tra le pietre. Emanuele è anche un appassionato fotografo, un artista che cattura il mondo attraverso l'obiettivo della sua macchina fotografica. Con ogni scatto, cerca di dare forma a ciò che vede con il suo cuore, trasformando l'essenza di ciò che lo circonda in opere d'arte visive. Le sue fotografie catturano la poesia del momento, la storia raccontata dai dettagli e la bellezza intrinseca che si trova in ogni angolo del mondo. Ma c'è un'altra dimensione fondamentale della sua vita: la passione per le lingue come strumento per avere una visione del mondo e della realtà diversa ma ugualmente valida. Emanuele comprende che ogni lingua è un universo di significati e percezioni, e questa consapevolezza lo ha spinto ad approfondire la conoscenza di diverse lingue, aprendo nuove prospettive e connessioni. Inoltre, Emanuele nutre un amore profondo per il lavoro di insegnante, in special modo per i bambini. Insegnare ai bambini significa trovare il modo di interpretare la realtà in termini che loro possano comprendere, e l'insegnante attento sa che, in realtà, i bambini gli danno molto più di quanto lui possa mai dare loro. L'interazione con i giovani lo nutre e gli offre una prospettiva fresca e autentica, contribuendo a plasmare il suo approccio all'educazione e alla vita. Attraverso la sua ricerca incessante di conoscenza, bellezza e la sua dedizione all'insegnamento, Emanuele Bertolani continua a essere una fonte di ispirazione per chiunque desideri immergersi nell'arte, nella cultura, nella natura e nell'incredibile mondo delle lingue. La sua vita è un inno all'esplorazione dell'anima umana, una danza tra passione, scoperta e condivisione che ci ricorda l'infinita ricchezza che il mondo può offrire a coloro che osano cercare.

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