Quando le pietre raccontano

“Un tempo, prima che esistesse la scrittura, si mandava a qualcuno una pietra che esprimeva il proprio stato d’animo. Dal suo peso e dal suo tatto, l’altro poteva capire come ci si sentiva. Una pietra liscia poteva significare felicità, una ruvida poteva esprimere preoccupazione.” (Departures, 2008)

Set 21, 2025 | In evidenza, Suiseki | 0 comments

by Shakkei Group

Quando le pietre raccontano

“Homeland” – Hideko Metaxas – Kamuikotan I 39.4 x 8.3 x 17.8 cm


Questo articolo raccoglie le voci degli Autori di Shakkei, i quali, ciascuno con il proprio sguardo, raccontano il senso della loro partecipazione all’antologia Suiseki Stories, racconti di pietre che si fanno messaggio, presenza, voce che ci raggiunge.

Oltre la forma

di Fabio Pasquarella

Suiseki Stories rappresenta una novità editoriale nel panorama della letteratura dedicata al suiseki, distinguendosi per un approccio narrativo che rivela la dimensione più profondamente umana di questa antica pratica.
Contrariamente ai tradizionali manuali tecnici che popolano questo settore, l’opera si caratterizza per l’intuizione fondamentale che ogni suiseki porta con sé non solo una forma, ma una storia stratificata nella cultura e nella vita di chi vi si dedica.

Come emerge chiaramente dalla prefazione, il libro nasce dalla curiosità per “la storia della pietra”: chi l’ha posseduta, attraverso quante mani è passata, cosa ha visto il proprietario in essa. Questa prospettiva trasforma radicalmente il rapporto con l’oggetto estetico, spostandolo dall’aspetto formale alla partecipazione emotiva e immaginativa.

Il testo offre una delle più lucide riflessioni sulla natura filosofica del suiseki probabilmente mai pubblicate in lingua occidentale. Facendo un parallelo con i bonsai, i suiseki possono essere concepiti come “miniature” che non riproducono solamente il paesaggio, ma lo evocano attraverso un processo di sintesi poetica che coinvolge tanto la natura quanto la cultura umana.

Come magistralmente espresso nella prefazione della Nippon Suiseki Association, queste pietre “ci trasportano dal mondano e quotidiano verso un regno tranquillo di pace e solitudine”, rivelando perciò la loro funzione non rappresentativa ma evocativa.

Uno degli aspetti più innovativi dell’opera è l’esplorazione della dimensione comunitaria e relazionale del suiseki, che emerge attraverso le storie narrate degli autori. La pratica del collezionismo si rivela essere un veicolo per la costruzione di legami umani profondi, una forma di comunicazione che trascende le barriere culturali e linguistiche. Gli autori raccontano di amicizie nate attraverso il suiseki, di rapporti epistolari durati anni, di viaggi intrapresi per la ricerca delle pietre, offrendo un ritratto dell’arte del suiseki non come pratica solitaria ma come esperienza profondamente sociale e generativa di senso condiviso.

Particolarmente significativa è la riflessione sulla natura interculturale della pratica contemporanea del suiseki, affrontata con onestà intellettuale dagli autori. Riconoscendo che la loro interpretazione occidentale non coincide necessariamente con quella giapponese tradizionale, questa dichiarazione di umiltà non indebolisce l’opera ma la rafforza, inserendola nel solco di un autentico dialogo interculturale che rispetta le differenze mentre cerca punti di convergenza universali nell’esperienza estetica e spirituale.

L’opera propone implicitamente un modello pedagogico alternativo per l’apprendimento delle arti tradizionali: non solo attraverso l’assimilazione di regole tecniche, ma anche mediante la condivisione di esperienze vissute. Le storie narrate diventano casi di studio che permettono al lettore di comprendere intuitivamente principi che potrebbero risultare astratti se presentati teoricamente.

Dal punto di vista filosofico, il libro si configura come un contributo significativo alla comprensione di un approccio spirituale. Contemplare un suiseki non significa propriamente “meditare” come può immaginare un occidentale, ma piuttosto aprirsi a un incontro trasformativo con la natura che ha plasmato quelle forme, un processo che ci ricorda il nostro posto all’interno del mondo naturale e la presenza profonda di questo mondo dentro di noi.

Non si tratta perciò di una contemplazione passiva, ma di un processo attivo di apertura interiore che permette di riconoscere “il nostro posto dentro la natura, e il suo posto profondamente radicato dentro di noi”. Questa comprensione trasforma il suiseki da semplice oggetto in medium per una esperienza spirituale che attraversa i confini tra soggetto e oggetto, tra cultura e natura, tra individuale e universale.

Suiseki Stories si presenta quindi come un’opera di sintesi tra tradizione e innovazione, tra rispetto filologico e creatività interpretativa. La sua forza risiede nella capacità di rendere accessibile un’arte spesso percepita come esoterica, senza tuttavia banalizzarla o impoverirla della sua profondità filosofica e spirituale.

Per gli studiosi delle arti tradizionali giapponesi, il libro offre spunti metodologici preziosi su come affrontare la trasmissione culturale in epoca contemporanea. Per i praticanti, rappresenta una fonte di ispirazione che arricchisce la comprensione della propria pratica. Per il lettore curioso, costituisce un’introduzione affascinante a un mondo dove arte, natura e spiritualità si incontrano in un dialogo millenario che continua a generare bellezza e significato.

L’opera dimostra che le pietre, come le storie che le accompagnano, hanno il potere di attraversare i secoli e le culture. L’auspicio è che questa raccolta di storie contribuisca a spostare la prospettiva verso una dimensione più aperta e inclusiva, dove possano convivere diverse visioni e sensibilità senza cadere nella banalizzazione, né nell’appropriazione superficiale di concetti filosofici che richiedono invece rispetto, studio e autentica comprensione.

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La storia “Tama River Stone” di Fabio Pasquarella racconta un episodio che illustra l’approccio narrativo del libro.

L’autore descrive come, durante la lettura del manga “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge – una storia che esplora il concetto zen di “inutilità” – sia stato colpito da una riflessione sui fiumi e le montagne nelle tradizioni orientali.

Questa lettura lo ha portato a parlarne alla sua amica Daniela che dovendo organizzare un viaggio in Giappone, decide di riservarsi del tempo per un’escursione al fiume Tama, insieme ad altri appassionati di suiseki.

Durante la visita, mentre osservava il paesaggio fluviale con i suoi ciottoli levigati dall’acqua, Daniela si è chinata per raccogliere in particolare una pietra. Il gesto apparentemente semplice nasconde però una profonda comprensione: la pietra è stata scelta perché “mi ricorda di te”, come ha spiegato Daniela, suggerendo una risonanza personale tra la forma della pietra e qualcosa nell’interiorità dell’osservatore.

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“We learn from observing nature. Mountains and water have always played a central role in Eastern traditions. The qualities of mountains and water teach us many things: for example, it is common to compare our existence to the flow of a river, and it is said that we must sit in meditation like a mountain: non-action.”

L’autore riflette poi sulla natura paradossale della montagna: è montagna per la sua forma, ma allo stesso tempo non lo è, perché ciò che vediamo è solo un passaggio, una manifestazione temporanea. La contemplazione della pietra di Daniela rivela come ogni suiseki porti con sé infinite possibilità di interpretazione – la stessa pietra può evocare paesaggi diversi a seconda di chi la osserva, ma “ciò che sopravvive alla preziosità della vita” rimane costante.

La storia si conclude con una meditazione sulla natura misteriosa ma preziosa di queste pietre, che resistono nel tempo portando con sé tanto l’impronta degli elementi naturali che li hanno formati, quanto il segno dell’amicizia e dell’umanità che li ha riconosciuti e valorizzati.


Ponti

di Paco Donato

Dopo la pietra del Tama, che custodisce il valore di un gesto amicale e la leggerezza di un incontro, la narrazione si apre a un’altra esperienza: la Shibafune di Paco Donato. Entrata nella collezione nella primavera del 2019 grazie all’acquisto dal maestro Nomura Masayuki, figura eminente del suiseki in Giappone, la shibafune porta con sé una storia singolare: fu ritrovata alla confluenza dei torrenti Higashimata e Nishimata, sul fiume Uji a Kyoto, dopo la devastante alluvione del 1964.

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Non è un oggetto plasmato dalla mano umana, ma il frutto dell’imprevedibile forza della natura che ha trasformato distruzione in rivelazione, restituendo alla luce una forma inconfondibile. Mai esposta in pubblico, la pietra è custodita come simbolo intimo di viaggio e rinascita. L’emozione del primo incontro, stupore accompagnato da gratitudine, rimane la sensazione viva di un approdo inatteso, come se la pietra avesse attraversato il tempo per affidare la propria memoria a chi sa ascoltarla. La sua forma richiama una barca sospesa fra quiete e movimento, un invito a immaginare una navigazione serena in cui l’uomo si lascia accompagnare dalla natura anziché pretenderne il controllo. Così la shibafune diventa ponte fra oriente e occidente, fra passato e presente, fra la forza degli elementi e la delicatezza dello sguardo.


I paesaggi interiori

di Daniela Schifano

Tre i racconti di Daniela presenti nell’antologia Suiseki Stories. Scrivere di suiseki, per lei, è da sempre un modo per interrogarsi sulle pietre, sui perché della fascinazione che subisce. Cosa è una pietra? Cosa si cerca in essa? Quale dialogo si instaura? Ognuno ha la sua risposta, così come è vero che non tutti rimangono colpiti dalla bellezza delle pietre, che restano, a volte, oggetti senza vita. Eppure… il maestro Takahiro Kato, in una recente conferenza che ha tenuto come ospite d’onore della Crespi Cup a Milano, ha detto:

“Il suiseki, attraverso il mitate, legge nell’opera della natura (la pietra) l’infinità dei fenomeni, ne estrapola paesaggi interiori e li valorizza.
(Takahiro Kato, Shinshou sekai: approfondire il proprio mondo interiore attraverso il suiseki”, Parabiago, 14/9/2025)

Ecco, allora, alcuni dei paesaggi interiori che Daniela ha scelto per l’antologia Suiseki Stories.

Il paesaggio della Scogliera Rossa.

La prima storia racconta di Red Cliff, una pietra che, già nel nome donatole da un collezionista giapponese, porta con sé un paesaggio che Daniela ha dovuto solo riconoscere: quello celebrato da Su Shi nella poesia e poi fissato nella pittura. Porta culturale e poetica, la pietra ha condotto a un universo di testi, immagini e memorie collettive sconosciute. È un altro modo in cui il suiseki agisce: non sempre come specchio dell’io, ma come ponte verso un patrimonio condiviso.

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“Ci si può innamorare di un suiseki per l’immaginario evocato dal suo nome poetico? In giapponese Sekiheki,  esso è un riferimento alla poesia del poeta cinese Su Shi (1037-1101), “Ode alla scogliera rossa”. Non è stata la somiglianza fisica tra la pietra e un luogo reale ad avermi estasiato ma ritrovare collegati, sotto la stessa luna immutabile, tanti destini umani: Cao Cao, Su Shi e i suoi amici, il collezionista che colse il legame tra le parole dell’arte e quelle della Natura, infine io, infine voi. D’altra parte,  l’immaginazione non è che uno dei prolungamenti concepibili della materia.”

Il paesaggio di Reiwa.

Due pietre del fiume Shimanto, accostate in una esposizione multipla solo pochi mesi prima che il mondo scoprisse tutta la sua vulnerabilità, sono state lo spunto per dare voce a forme essenziali, dove la luce diventa un linguaggio fatto di chiaroscuri, riflessi e trasparenze da cui emergono forme, texture e contrasti, ma anche morbidezze impensabili.

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Il paesaggio inatteso.

Quando il caso, per molti di anni di seguito, ti pone davanti la stessa pietra, in contesti diversi e tra mani non tue, e la noti fra mille, fino a farne una sorta di ‘ideale’, non è possibile rifiutare l’ultimo appuntamento con il destino, quello definitivo. Mostre, cataloghi, libri, ancora mostre: questo danseki si offriva all’attenzione di Daniela, quasi a rispecchiare un paesaggio interiore: non l’attendeva, non lo cercava, eppure, all’improvviso, si è fatto presenza reale.

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“Due altopiani paralleli si inseguono, uno inferiore più lungo e uno superiore più corto, ma intenso e dominante. Scivola verso il lungo pianoro in pieghe drammatiche e affilate, che rompono la monotonia orizzontale. Ho amato questo suiseki dalla prima volta che l’ho visto nel reportage fotografico di un congresso tenutosi a Ratingen in Germania, nel 2011, presentato dall’ospite d’onore Arishige Matsuura. Per anni esso si è proposto ai miei occhi, e io l’ho riconosciuto, fino a farne una sorta di mio ‘ideale’ di suiseki: un paesaggio in cui l’orizzonte che lo delimita diventa apertura che sfuma verso un’indefinita lontananza.”


Shakkei Group

Paesaggi presi in prestito. 
Ovvero integrazione tra quello che è
 fuori da noi con quello che è dentro di noi.

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