Nel settembre del 2001 ero seduto insieme a tanti altri come me in un’aula della Facoltà di Studi Orientali della “Sapienza”, e ascoltavo Tullio De Mauro aprire i cancelli della Linguistica con incredibile competenza e grande senso dell’umorismo. Da vero gentiluomo napoletano quale era, parlava con affetto del Napoletano, “nobile lingua”, e da strenuo sostenitore dello Strutturalismo di quando in quando lanciava qualche frecciata a Noam Chomsky e alla Grammatica Generativa, all’idea cioè che esista una super-matrice innata nel cervello di ognuno, che si manifesta poi nella lingua madre che si apprende da bambini. Un insieme di regole dalle quali si possano far derivare tutte le regole di ogni lingua storico-naturale.
Chi studia Linguistica comincia con il Corso di Linguistica Generale di Ferdinand de Saussure, e impara presto a fare i conti idee quali “arbitrarietà del segno”, “onnipotenza semantica”, “Langue e parole”, “significante e significato”. Sono tutte idee logiche e perfettamente sensate, solo che nessuno ci aveva pensato prima o, se ci aveva pensato, non ne aveva parlato in termini così chiari.
“Arbitrarietà del segno” vuol dire che non c’è nessun motivo necessario per cui una cosa debba chiamarsi con il nome che ha. Non c’è nulla nella biologia della capra che fa sì che essa debba chiamarsi “capra”. È una semplice convenzione. Lo stesso vale per tutte le altre parole in tutte le altre lingue. Per chi ha letto il romanzo Il Mago, parte del Ciclo di Earthsea di Ursula K.Le Guin, la meraviglia della storia risiede anche nella legge che regola l’esercizio del potere: per padroneggiare la magia è necessario conoscere il vero nome delle cose, nella lingua che venne usata per crearle all’inizio del tempo. Nel mondo di Earthsea, il “segno” della lingua originale non è arbitrario, e ogni cosa risponde al proprio vero nome quando esso viene pronunciato.
Ho sempre trovato questa una intuizione molto intelligente. Nella mitologia della mia cultura, il mondo venne creato attraverso una parola, e la prima responsabilità affidata da Dio all’essere umano è dare un nome a tutte le cose. Proprio come il primo atto ufficiale, come genitori, è attribuire un nome al bambino appena nato. Il nome è ciò che radica qualcosa nella realtà e la rende conoscibile. Ciò che può essere nominato può essere conosciuto, mentre ciò a cui non è possibile attribuire un nome spaventa. È per questo che l’antagonista di Harry Potter viene chiamato continuamente “tu sai chi” oppure, per chi preferisse un libro meno inflazionato, chi prende prigioniera Lucia Mondella ne I Promessi Sposi è chiamato l’Innominato. Il “significato” è ciò che una parola indica, il “significante” è l’insieme di suoni con cui si costruisce quella parola, la sua forma acustica, se è orale, o le lettere da cui è composta, se scritta. Noi guardiamo un insieme di lettere e vediamo immediatamente il significato. Uno straniero, magari di una cultura che usa un sistema di scrittura diverso, vede solo le lettere.
Tra significante e significato esiste un rapporto curioso. Il significato esiste indipendentemente dalla forma che assume la parola, ma senza significante non può manifestarsi nella realtà. Non può essere espresso, e non può essere comunicato. La profonda saggezza di questo concetto mi ha sempre affascinato. Più avanti, la bibliografia del corso di Linguistica ci portò a conoscenza dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo la quale la visione del mondo di un individuo cambia a seconda della lingua che parla. Per i curiosi, questa è la base del film Arrival. Naturalmente si tratta di un’ipotesi, e non di una verità scientifica. Posso però confermare per esperienza diretta che, quando penso in una lingua straniera, cosa che mi capita di frequente per una serie di ragioni personali e professionali, ci sono operazioni che mi riescono più semplici in una lingua e sfumature che si possono esprimere nell’una ma non nell’altra. Dunque, forse la lingua non altera la mia visione del mondo, ma la mia capacità di articolarlo sì.
Cultura
E veniamo a Confucio. Famoso perché si pensa a lui e ai biscotti della Fortuna come all’alternativa cinese dei Baci Perugina. Da giovane gli preferivo altri autori più anarchici e più mistici, o “esoterici”, se vogliamo. Lo Yijing, con i suoi esagrammi, o il Dàodéjīng, con la sua insistenza sull’agire senza pensiero di profitto o di convenienza. C’è però una parte del pensiero di Confucio che trovo infinitamente saggia e dolorosamente attuale nel mondo odierno, specie nella sua sfera più “occidentale”. Si tratta del concetto della Rettificazione dei Nomi.
Confucio non lasciò nulla di scritto, quindi per sapere cosa insegnasse bisogna basarsi su quanto hanno raccolto e trascritto i suoi allievi. Tuttavia, Confucio non si esprime mai in modo complesso, né parla per immagini o parabole. Arriva direttamente al punto, il più semplicemente e chiaramente possibile. La Rettificazione dei Nomi è questo: si deve fare in modo che una parola corrisponda al suo significato. Può sembrare banale, ma non lo è per niente.
In Giulietta e Romeo, Shakespeare fa dire a una Giulietta non ancora quattordicenne (cosa che in molti tendono a dimenticare): “una rosa, anche con un altro nome, continuerebbe a profumare di rosa”. Una frase come questa sembra violentemente rivoluzionaria, o reazionaria, a seconda dei punti di vista, rispetto all’idea che si possa decidere quello che si è e quello che non si è. Nel discorso di Giulietta però c’è solo una dimensione logica, non etica. Quale che sia il significante che le si attribuisce, “rosa”, “rose”, bara 薔薇, warda وَردَة, il fiore sarà sempre quello. Il problema vero è quando si prende un altro fiore e si pretende di chiamarlo “rosa”. Lì crolla tutto. Letteralmente.
Nella mitologia della nostra cultura, nello specifico Genesi 11:4, un gruppo di persone decide di superare i confini del buonsenso e della ragione e di innalzare una torre tanto alta da raggiungere il cielo. Dio, comprensibilmente contrariato, decide di impedirlo, e per farlo non ha bisogno di ricorrere a mezzi come terremoti, inondazioni, carestie o piogge di zolfo. Gli basta rendere gli uomini incapaci di comprendersi. Il significato rimane lo stesso, ma i significanti non lo sono più. Senza potersi capire, non resta altro da fare che abbandonare il progetto. Quando due persone non dispongono più di un significante sul quale entrambi concordano, la comunicazione diventa impossibile e l’attività umana complessa si ferma. Per questo Confucio insiste che il primo passo verso qualsiasi miglioramento della condizione umana è quello di ristabilire il corretto rapporto tra i nomi e ciò che essi indicano. Se questo rapporto viene meno, qualunque sforzo è destinato al fallimento.
Per inquadrare il discorso in prospettiva, si deve considerare fra l’altro che le lingue sono sistemi estremamente economici. Se ci sono due identiche parole per lo stesso significato, una tende a scomparire. Se rimangono entrambe, vuol dire che c’è una differenza, una sfumatura, presente in una e assente nell’altra. “Camminare”, “avanzare”, “proseguire”, “incedere”, sono tutti sinonimi, ma non sono esattamente la stessa cosa. Conoscere tutte le possibili varianti di una parola significa poter scegliere, e la facoltà di poter scegliere è il veicolo della libertà. Se c’è un solo modo di dire una cosa, c’è un solo modo di pensarla. E quando c’è un solo modo di pensarla, non c’è più libertà. Basta leggere 1984 di George Orwell e osservare come la Neolingua sia essenziale per la conquista e la conservazione del potere. Dovunque vi sia stata una dittatura, si sono distrutti i libri e si è controllata la lingua.
Etica
La lingua è, insieme alla coscienza, ciò che ci distingue davvero dal resto delle specie viventi. Certo altre specie hanno sistemi di comunicazione estremamente complessi, ma solo noi siamo capaci di parlare per ipotesi, solo noi possiamo proiettare il discorso nel futuro, e solo noi possiamo usare il linguaggio in maniera creativa. Qui risiede la trappola più insidiosa. Che differenza c’è tra raccontare una menzogna e raccontare una storia? Chi ascolta la storia è consapevole che ciò che ascolta non è una narrazione della realtà. Chi ascolta una menzogna, no. Quando nella nostra mitologia il mondo viene creato per mezzo della parola, e la salvezza viene per mezzo della Parola, l’insegnamento di fondo è incredibilmente importante. Le parole costruiscono la realtà nel cuore e nella mente dell’altro. Quando l’altro non sa che la realtà costruita dalle parole che ascolta è falsa, è indifeso contro di esse. E quando scopre che la realtà che credeva vera è in effetti falsa, perché frutto di una menzogna, allora si infuria.
Nel suo libro Memorie di uno Yogi, Yogananda spiega così il motivo per cui tutte le più grandi religioni contengono una proibizione contro la menzogna. La parola si traduce in realtà solo quando è Dio a pronunciarla. Se a pronunciarla è l’uomo, o la donna, può solo trasformarsi in storia, con il consenso di chi ascolta, o in menzogna, senza il consenso.
L’estrema conseguenza della Rettificazione dei Nomi è che la sincerità, cioè il far corrispondere le proprie parole alla realtà delle cose, ha la precedenza su tutto, anche sul rispetto. In cinese, la parola chéng è scritta 誠, formata da 言 “dire” e 成 “diventare”. Non si sarebbe potuta trovare rappresentazione migliore, miglior “significante”, per un “significato” così cruciale.
Che la verità sia più importante del rispetto è un’affermazione coraggiosa e pesantissima, in un angolo di mondo in cui offendere la sensibilità di qualcuno sta assumendo rilevanza penale. A maggior ragione se si pensa che Confucio aveva strutturato il proprio insegnamento come fondamento per una società armoniosa ed equilibrata, dopo che la Cina era stata per secoli un territorio di frazionato in piccoli regni continuamente in guerra l’uno con l’altro.
Il problema fondamentale insito nel “politicamente corretto” è che il valore supremo a cui tendere è il non offendere nessuno. Confucio dissentirebbe, e a buon diritto. Non offendere nessuno significa imporre al proprio pensiero un’autocensura tale da rendere impossibile dire qualsiasi cosa, rendendo di fatto la lingua inutile. Sostituendosi in questo modo al potere sovrannaturale che toglie all’essere umano la comprensione della parola altrui come punizione per avere osato sfidare la sua autorità. Confucio invece afferma che sì, il rispetto è certamente importante, ma non tanto da ledere la centralità della virtù cardinale dell’ “onestà, sincerità”.
Emanuele è studioso, in modo appassionato, di letteratura, mitologia e filosofia. In questo articolo analizza alcuni meccanismi del linguaggio per passare alla sua funzione nel costruire realtà e narrazioni, collegandole alla responsabilità morale legata alla parola (menzogna, verità, sincerità, offesa).
Un articolo che affronta, con chiarezza e profondità, il rapporto tra le parole e la realtà che dovrebbero rappresentare.
Un passaggio, in particolare, mi ha colpito: quando il nome “rosa” viene attribuito a qualcosa che non ne incarna l’essenza, si innesca un processo di disorientamento che può portare alla distruzione della disciplina stessa.
È una riflessione attualissima per chi, come me, vede nel suiseki una forma espressiva che rischia di perdere il suo significato sotto il peso di un uso improprio del suo nome, che deriva dalla cultura in cui è nato e si è sviluppato.
Troppo spesso si usa questo termine per descrivere oggetti che nulla hanno a che vedere con la tradizione, l’estetica o la filosofia del suiseki stesso. Quando si perde il significato e si conserva solo il nome, “tutto crolla”. Letteralmente.
La radice della cultura giapponese nei Giardini Imperiali dello Shūgakuin
Sono finalmente tornato in Giappone dopo sei anni di assenza. L’ho trovato molto cambiato, e non necessariamente in meglio, anche se devo riconoscere che questo mio sentimento è naturale e inevitabile quando ci si accorge, e si accetta, che il tempo passa e porta via con sé cose che hanno significato la vita.
Io e la mia sposa abbiamo deciso di evitare per quanto possibile la congestione del turismo di massa e dedicarci ai giardini delle ville imperiali dello Shūgakuin e di Katsura. Sognavo di visitare questi giardini fin dai tempi dell’università. Ho trascorso più di metà della vita ad aspettare la possibilità di realizzare questo desiderio, ed ogni secondo di attesa è valso la pena. Mentre ci lasciavamo Katsura alle spalle, ho capito perché ho dovuto aspettare così tanto. Dovevo vedere Katsura dopo essere diventato un marito e un padre, e con la mia sposa accanto, ma questa è un’altra storia.
Siamo arrivati a Kyōto al mattino presto e ci siamo precipitati allo Shūgakuin. La visita è gratis, ma deve essere prenotata in anticipo. La presenza delle guardie imperiali all’ingresso e il fatto che l’accesso è possibile solo a un piccolo gruppo, e solo con un accompagnatore autorizzato, fa subito capire che questo non è un luogo qualsiasi. Ufficialmente è ancora una villa imperiale, ed è tenuta come tale.
Dire “imperiale” è fuorviante. Il tennō 天皇 giapponese non esercita il potere effettivo da oltre mille anni e la Costituzione del ’46 lo esautora da qualsiasi diritto politico, compreso il diritto di voto. Basta pensare che nel 2017 è stato necessario passare una legge apposita perché il tennō precedente manifestasse il desiderio di abdicare in favore del figlio. Tennō dunque non corrisponde all’imperator latino, nel senso che non detiene affatto l’imperium: storicamente, il tennō giapponese è la fonte della legittimità del potere, ma non è lui (o lei, come è accaduto diverse volte in passato) ad esercitarlo concretamente.
C’è un bel libro di Fosco Marini intitolato L’Agape Celeste, che descrive i riti di consacrazione del tennō quando viene “incoronato”. Il significato di alcuni di questi riti è andato perduto, almeno ufficialmente, ma in senso generale si può dire che lo scopo di questi riti sia ribadire e formalizzare il collegamento tra il Cielo e la Terra. Lo stesso vale in particolare per il Daijōsai 大嘗祭, che il tennō compie solo una volta nella vita e che lo rende manifestazione concreta del legame tra il cielo e la terra. I dettagli non sono mai stati divulgati, ma si tratta di un’offerta di riso prodotto in due zone diverse del Giappone, una nell’est e una nell’ovest, e di sakè.
Nella mitologia shintō, la religione autoctona del Giappone, la nascita del mondo viene raccontata come una vera nascita, cioè come il frutto del rapporto sessuale tra Izanagi no mikoto e Izanami no mikoto. In questo modo, si stabilisce un rapporto familiare tra la realtà e i kami che ne sono all’origine. Al vertice del pantheon shintō c’è Amaterasu Ōmikami, figlia di Izanagi no mikoto, la quale ordinò al proprio nipote Ninigi no mikoto di completare il processo di colonizzazione dell’arcipelago giapponese. Il primo sovrano pienamente “umano”, per così dire, fu Jinmu tennō, il pronipote di Ninigi no mikoto. In questo modo, lo shintō stabilisce un rapporto di discendenza diretta tra la stirpe dei kami celesti e la dinastia dei tennō sulla Terra. Questo rapporto viene rinnovato nel corso dei riti di consacrazione al trono, specialmente durante il Daijōsai.
C’è una precisazione importante da fare, ed è utile ricorrere alla differenza tra latria e dulia così come spiegata da Tommaso d’Acquino nella Summa Theologiae. Nella tradizione cristiana occidentale, i santi e Maria possono essere oggetto di dulia, cioè di venerazione e rispetto, ma non di latria. La latria è specificamente il culto riservato esclusivamente alla divinità, e l’unico oggetto accettabile della latria è Dio stesso. I kami in Giappone sono oggetto di dulia, non di latria.
Così, il tennō non è mai stato considerato un “dio in Terra” nella maniera in cui noi comprendiamo questa espressione in Europa, cioè come un essere superiore dotato di poteri sovrannaturali. La particolarità del tennō rispetto al resto del genere umano deriva dal suo essere sede e manifestazione della continuità tra il Cielo e la Terra. In questo senso, a mio modo di vedere, la presenza del tennō come continuità con il passato, e non di un tennō specifico in quanto tale, è la radice della cultura e della nazione giapponese.
Si potrebbe essere tentati di associare “imperiale” a “ricco, sfarzoso”, ma non c’è nulla di sfarzoso nello Shūgakuin. Le strutture sono in stile Shinden-zukuri, uno stile sviluppato in epoca Heian sulla base del modello architettonico cinese, ma la sensazione è distintamente giapponese: i colori sono naturali, i materiali sostanzialmente nella loro forma spontanea, senza decorazioni aggiunte.
Il vero capolavoro, però, è il giardino. La teoria del giardino giapponese è l’opposto del giardino all’italiana. La maestria risiede nel non rendere manifesto l’intervento dell’uomo, mentre in realtà ogni pianta è stata selezionata con un certo criterio, ogni scorcio progettato accuratamente per essere ammirato da una certa prospettiva, e per offrire qualcosa di diverso in ciascuna stagione.
Vi sono numerosi esempi di shakkei, i paesaggi “presi in prestito”, che ricostruiscono in piccolo luoghi famosi della tradizione cinese e giapponese. Per capire la citazione di uno shakkei si deve conoscere la poesia cinese, e quindi la lingua cinese classica. Questo significa che quando si percorre il giardino dello Shūgakuin e si conosce il “codice”, per così dire, ci si muove all’interno di un mondo che è simultaneamente simbolico e concreto, letterario e fisico, che conversa con l’osservatore attraverso i colori, la forma degli alberi, il suono del vento tra le foglie, le parole messe in poesia dal cuore di altri uomini centinaia di anni fa e ritrasformate in giardino.
Se tutto questo sembra retorica, un’occhiata all’introduzione in kana alla raccolta di poesia Kokin wakashū, compilata nel X secolo d.C. a cura di Ki no Tsurayuki, può essere utile per mettere le cose in prospettiva:
“La poesia giapponese ha il proprio seme nel cuore umano, e si manifesta in migliaia di foglie di parole. Poiché le persone in questo mondo sono piene di emozioni, esprimono ciò che sentono nei loro cuori attraverso ciò che vedono e ciò che odono […]
“La poesia, senza usare la forza, muove il Cielo e la terra, fa sì che perfino i kami invisibili e gli spiriti provino compassione, addolcisce la relazione tra uomini e donne e conforta il cuore dei rudi guerrieri”.
C’è quindi un legame indissolubile e concreto tra la poesia e il giardino, tra la realtà del mondo fenomenico, i sentimenti che essa ispira e le parole usate per esprimerli. In molti casi, i membri della Corte che visitavano lo Shūgakuin insieme al tennō non avevano mai visto i luoghi di cui scrivevano nelle loro poesie, o gli originali ai quali sono ispirati gli shakkei del giardino. Un po’ come nell’Europa medievale, in cui i pavimenti delle chiese e delle cattedrali erano decorati con labirinti che sostituivano metaforicamente il pellegrinaggio in Terrasanta, il giardino dello Shūgakuin è un viaggio attraverso alcuni dei più bei luoghi della Cina e del Giappone. Un viaggio che si compie a livello fisico, emotivo e psicologico: camminando, esprimendo in poesia i sentimenti del proprio cuore, trovando consolazione in una bellezza quieta e pacata.
Quando la guida ha aperto la porta di legno che dà accesso al giardino, la sensazione che ho provato è stata simile a quella che mi prese salendo sull’Acropoli di Atene al mattino presto. Mentre però l’Acropoli è decisamente il dominio dell’essere umano e della sua logica, l’ingresso allo Shūgakuin mi ha ricordato perché l’etimologia di “paradiso” è “giardino circondato da un muro”.
La cosa più stupefacente, dal mio punto di vista, è stato vedere delle risaie e degli orti all’interno dell’area dello Shūgakuin. Un tempo ero più affascinato da quello che portava l’essere umano al di sopra di se stesso, ma con il passare degli anni ho cominciato a sentirmi più a mio agio con quello che porta l’essere umano all’interno di se stesso. Ora, mentre cammino per questo giardino insieme alla mia sposa, sono dove sono in questo momento, né prima né dopo, e la presenza di un orto in un giardino imperiale in un certo senso mi risana, perché mi pare dimostri che il legame tra il Cielo e la terra è ancora integro.
Se è così, allora il Giappone che ho amato, pur nel cambiamento, è ancora vivo.
Credits.
Shakkei è felice di riprendere la collaborazione con Emanuele Bertolani, pubblicando alcune sue personali e intime riflessioni, nate durante la visita alla villa imperiale Shūgakuin, luogo che fu dimora di un “Celeste Signore”, mediatore tra il mondo divino e quello umano. Qui, ora come allora, sembra che, così come dovrebbe essere, cielo e terra non sono opposti, ma danzano insieme, al punto che lo spazio coltivato, la risaia, è parte integrante del progetto visivo e spirituale. Come sempre, al lettore curioso Emanuele offre molti spunti di approfondimento storico e culturale, e non solo.
Perfect Days, l’ultimo film di Wim Wenders, è un esempio della cinematografia che mi piace davvero. Una storia raccontata senza effetti speciali, senza particolari colpi di scena, senza montaggio frenetico. È uno stile di direzione d’altri tempi. Verrebbe quasi da definirlo, citando Alec Guinness in Star Wars: una nuova speranza, “…elegante. Per tempi più civilizzati”.
Per il pubblico occidentale l’attore protagonista, Yakusho Kōji, è probabilmente un volto poco conosciuto, a meno di averlo visto in Memorie di una Geisha, un film che non raccomanderei neanche al mio peggior nemico, oppure in Thirteen Assassins. In Giappone è una potenza. Per questo vederlo in un film come Perfect Days mi ha sorpreso piacevolmente.
Già nei primissimi anni ’50 Fosco Maraini nel suo Ore Giapponesi aveva elogiato l’abilità degli attori giapponesi, ed è effettivamente così. Per persone poco avvezze a dimostrare apertamente i propri sentimenti in modo plateale, abituate a una comunicazione che passa dal non-detto, che funziona per accenni e allusioni, in una lingua che Leopardi avrebbe probabilmente amato perché fa regolarmente del proprio meglio per essere “vaga e indefinita”, la recitazione è una cosa diversa.
Vedere Perfect Days in traduzione ha i suoi problemi. Ad esempio, non si capisce il rapporto fra il protagonista, Hirayama, e la sorella. In originale, lei lo chiama nii-san 兄さん, “fratello maggiore”, e questo ha due conseguenze: a livello immediato, si specifica il rapporto di parentela fra i due. A livello sociale, si capisce che qualcosa di grave deve essere successo nel passato fra Hirayama e suo padre, perché il figlio maggiore è solitamente quello che porta avanti l’attività di famiglia. Che Hirayama viva in una casetta modesta mentre la sorella minore gira con l’autista, pur non spiegando esattamente cosa è successo, lascia intendere una crisi di proporzioni inaudite.
La stanza semivuota, ordinata di Hirayama, mi ricorda l’inizio della mia vita in Giappone. La mia era più piccola, molto meno ordinata e certamente non così silenziosa, con la metropolitana di superficie che passava a pochi metri dalla mia finestra fino a mezzanotte. Il suo aprire gli occhi al mattino al suono della ramazza dell’anziana che spazza l’ingresso del tempio buddhista vicino a casa sua, è un colpo di genio che contiene il senso profondo del rapporto fra le persone in Giappone. Non sappiamo se lui conosca o meno l’anziana, e non è importante. Quello che importa è che se lei non fosse lì, lui non potrebbe fare quello che fa, perché non riuscirebbe a svegliarsi a quell’ora e in quel modo.
Nel buddhismo, questo si chiama engi 縁起, o “origine interdipendente”.
Un altro momento che ho trovato interessante è il dialogo iniziale tra Yamamoto e Hirayama. Il giovane lo vede impegnato nel lavoro e gli dice “non capisco perché ti ci impegni tanto. Si sporcano subito”. Il punto di ciò che fa Hirayama è l’azione, non il suo risultato. Questo richiama un concetto di origine daoista, poi filtrato in una certa misura anche nel pensiero Zen, chiamato mu-i 無為 “non-per”.L’essere umano ha diritto ad agire, non a godere il frutto delle proprie azioni. Fra l’altro, nello Zen le pulizie sono associate alla necessità di fare “pulizia” dentro di sé, per così dire, quindi si può vedere Hirayama come una persona impegnata in un accurato lavoro su di sé.
Tornando all’origine interdipendente, il resto delle interazioni di Hirayama funziona nello stesso modo. Il chiosco dove si ferma a mangiare, con il proprietario che gli dice otsukaresama deshita お疲れさまでした.
È un’espressione che è in sé una poesia.
C’è l’-o onorifico.
C’è il verbo tsukareru, “stancarsi”.
C’è il suffisso –sama, “signore”, e il la copula al passato deshita.
Si usa per ringraziare qualcuno di essersi “nobilmente stancato”, per così dire.
Il locale dove si reca alla sera, con la padrona evidentemente innamorata di lui. I bagni pubblici, dove si toglie di dosso la sporcizia e la tensione della giornata. Il negozio di libri, dove si reca a comprare romanzi e a scambiare due chiacchiere con la padrona. Il fotografo dove fa sviluppare le sue foto in bianco e nero e compra i rullini, quasi senza parlare. Ognuna di queste attività esiste come conseguenza della regolarità con cui Hirayama le visita, e a sua volta Hirayama trae da queste attività un po’ della forza che gli serve. Il sottinteso, oltre a dimostrare di nuovo l’origine interdipendente, è che Tōkyō è piena di altri Hirayama.
Hirayama aiuta un bambino che si è perso a trovare la propria madre, e per tutta risposta questa prima gli pulisce la mano con una salvietta igienizzante, poi lo trascina via senza una parola di ringraziamento. L’ho trovato incredibilmente fastidioso e tristemente vero, il primo segnale di una sceneggiatura davvero accurata. Il bambino però si volta, e Hirayama scambia con lui un “ciao” fatto con la stessa mano.
Nello shintō, la religione autoctona del Giappone, non esiste una dicotomia tra Bene e Male, ma tra puro e impuro. La purezza è legata alla pulizia, e viceversa. Il legame è così profondo che all’interno della parola kirei 綺麗è impossibile scindere il significato di “bello” da quello di “pulito”.
Hirayama segue una routine ben consolidata, che è ciò che gli permette di vivere a modo suo. L’unico momento in cui lo vediamo seriamente arrabbiato è quando questa routine viene interrotta dalla defezione del suo “compagno” di lavoro. In italiano, Hirayama viene definito come “il mio mentore”. Il giapponese usa invece senpai 先輩, che contiene in sé l’idea di qualcuno che essendo nato prima ha più esperienza in qualcosa, e per questo è degno di rispetto.
I giapponesi vengono educati all’esercizio dell’omoiyari 思いやり, che potremmo definire come una sorta di “tatto” verso l’Altro. La risposta di Hirayama alla frase “tanto si sporcano subito” è continuare a pulire, non tanto perché è suo dovere, ma perché sa che di lì a poco qualcuno entrerà nel bagno e lo troverà pulito. Quando Hirayama raccoglie un virgulto di acero e lo invasa, sta dimostrando omoiyari nei confronti della vita racchiusa in quella pianta. Lo stesso fa con sua nipote Niko, quando la accoglie in casa la notte, e con la madre di questi, informandola che la figlia è a casa sua.
Nel corso del dialogo con la nipote, Hirayama dice questa frase: oggi è oggi, domani è domani. È una semplificazione della frase
yō ha kyō no kaze, ashita ha ashita no kaze
今日は今日の風、明日は明日の風
“oggi il vento di oggi, domani il vento di domani”.
Nel caso di Hirayama, è una raccomandazione a vivere nel presente, perché il presente, nella prospettiva buddhista, è l’unica realtà che esiste.
Nella scena finale, Hirayama “rompe la quarta parete”, guardando direttamente in camera, e lo spettatore vede passargli sul volto una cascata di emozioni. Ho un debole per i film che utilizzano questa tecnica. Hirayama lo spettatore, che lo sta osservando da due ore buone, come a dirgli “hai visto bene? Ecco qua, non ci sono più segreti”. Il suo passato non è ancora chiaro, perché il regista non ci concede la grazia di spiegarci come Hirayama è arrivato alla sua vita attuale, ma il suo presente si rivela per quello che è: la vita che voleva lui, secondo le sue regole, sorretta da un’etica gentile e umana. Una vita che vale la pena di essere vissuta.
“It’s a new dawn / It’s a new day / It’s a new life / For me / And I’m feeling good”, Feeling Good, Nina Simone
Credits.
Shakkei prende in prestito, pubblicandola integralmente, la delicata recensione del film Perfect Days, di Wim Wenders, realizzata da Emanuele Bertolani, che ringraziamo per il permesso accordatoci (Perfect Days | Meer). In tanti si sono espressi sull’opera, che si basa in effetti sull’impercettibile, e che ha avuto un grande successo di pubblico e di critica. Il protagonista, Hirayama, è un addetto alle pulizie delle toilette pubbliche di Tōkyō. Lo vediamo alzarsi la mattina e lo seguiamo, passo passo, nel suo lavoro durante la pulizia dei bagni cittadini, al quale adempie con grande diligenza, e nelle sue occupazioni nel tempo libero: curare le sue piantine, leggere, fotografare la luce che filtra tra gli alberi, andare in bicicletta, acquistare libri, ascoltare musica americana incisa su musicassette. Eppure, ogni frame del film sembra nascondere un tesoro da scoprire e preservare: Emanuele Bertolani ce ne svela alcuni, lampi di luce tra le foglie, nascosti nelle pieghe della lingua e della cultura nipponica. Non vi resta che vedere il film, o rivederlo, perché c’è di più, c’è la colonna sonora, c’è il gioco del tris, c’è il gioco delle ombre da calpestare, c’è Tōkyō, c’è il senzatetto, ci sono i sogni, c’è la realtà.
Perfect Days Regia: Wim Wenders; sceneggiatura: Wim Wenders, Takuma Takasaki; fotografia: Franz Lustig; montaggio: Toni Froschhammer; effetti speciali: Kalle Max Hofmann; scenografia: Tawako Kuwajima; costumi: Daisuke Iga; interpreti: Kôji Yakusho, Min Tanaka, Arisa Nakano, Tokio Emoto, Tomokazu Miura; produzione: Wim Wenders, Takuma Takasaki, Koji Yanai per Master Mind; origine: Giappone, Germania, 2023; durata: 123 minuti; distribuzione: Lucky Red.
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