Exhibition of Japanese Suiseki Masterpieces

Exhibition of Japanese Suiseki Masterpieces


by Wil in Japan


This February, the 61st installment of the “Exhibition of Japanese Suiseki Masterpieces”, commonly known by its abbreviated Japanese name, “Meihinten” (literally, “masterpiece exhibition”), was held at the Tokyo Metropolitan Art Museum, alongside the popular Kokufu bonsai exhibition.
Many questions have been asked, and even more theories pondered from afar, so I would like to take this opportunity to set the story straight, or at least as straight as can be.

Lo scorso febbraio, presso il Tokyo Metropolitan Art Museum, si è tenuta la 61a edizione della “Mostra dei Capolavori Suiseki Giapponesi”, comunemente nota con il nome abbreviato giapponese “Meihinten” (letteralmente “mostra dei capolavori“), contemporaneamente alla Kokufu, la popolare mostra dei bonsai.
Sono state poste molte domande e molte teorie sono state formulate a distanza, quindi vorrei cogliere l’occasione per chiarire alcune cose, o almeno il più che posso.

Why the name change ?

The first Meihinten was held in Tokyo in the summer of 1961, at the Mitsukoshi department store in the upscale Nihonbashi area.  It became such a popular annual event that there were hundreds of applicants each year, and from the stories of those who remember these early days, the judging was quite strict as there was simply not enough space to exhibit all of the stones that people wanted to enter.  The venue changed over the years, along with the leadership of the NSA, and in its most recent incarnation, it has been held at the Meiji Shrine in Tokyo.  Large stones and bonsai were displayed in a covered wing of the main outdoor courtyard, and the majority of the stones were exhibited in a separate indoor space. 
As of 2020, however, Covid put an end to that tradition.  As an important national institution, the shrine did not want to take the risk of creating a cluster for the infection to spread, and a reluctance to host such public exhibitions emerged.

Perchè il nome è cambiato?

La prima Meihinten si tenne a Tokyo nell’estate del 1961, presso i grandi magazzini Mitsukoshi nell’elegante zona di Nihonbashi.  Divenne un evento annuale così popolare che ogni anno c’erano centinaia di candidati e, stando ai racconti di coloro che ricordano questi primi tempi, la valutazione era piuttosto severa perché non c’era abbastanza spazio per esporre tutte le pietre che le persone volevano presentare.  La sede è cambiata nel corso degli anni, insieme alla leadership della NSA, e nella sua versione più recente si è tenuta al Santuario Meiji di Tokyo.  Le pietre e i bonsai di grandi dimensioni erano esposti in un’ala coperta del cortile principale all’aperto, mentre la maggior parte delle pietre era esposta in uno spazio interno separato.  A partire dal 2020, tuttavia, la pandemia di Covid ha posto fine a questa tradizione.  In qualità di importante istituzione nazionale, il santuario non voleva correre il rischio di creare un cluster per la diffusione dell’infezione, ed è emersa una riluttanza a ospitare tali mostre pubbliche.

The Japan Suiseki Exhibition

In the meantime, however, the NSA was able to gain acceptance at the Tokyo Metropolitan Art Museum, and a new exhibition series was born.  The first installment of the so-called “Japan Suiseki Exhibition”, or JSE as it has come to be discussed in the West, was in February 2014.  As mentioned, this venue and timing was chosen so that the exhibition could take place alongside the Kokufu bonsai exhibition, and the results were better than expected.  It not only became a new destination for suiseki lovers, but bonsai enthusiasts now had a new opportunity to see stones, and for the first time, so too did museum-going members of the general public.  The number of visitors soon far surpassed the visitors of the Meihinten in June, and in the course of its short, ten-year history, the JSE managed to outshine the Meihinten, which had always been the premier suiseki exhibition in Japan.

La Japan Suiseki Exhibition

Nel frattempo, però, la NSA è riuscita a farsi accettare dal Tokyo Metropolitan Art Museum ed è nata una nuova serie di mostre.  La prima edizione della cosiddetta “Japan Suiseki Exhibition”, o JSE come viene chiamata in Occidente, si è tenuta nel febbraio 2014.  Come accennato, la sede e il calendario sono stati scelti in modo che la mostra potesse svolgersi in concomitanza con la mostra di bonsai Kokufu, e i risultati sono stati migliori del previsto.  Non solo è diventata un nuovo appuntamento per gli amanti del suiseki, ma gli appassionati di bonsai e, per la prima volta, anche il pubblico del museo, hanno avuto una nuova opportunità di vedere le pietre.  Il numero di visitatori ha presto superato di gran lunga quello dei visitatori della Meihinten a giugno e, nel corso della sua breve storia decennale, la JSE è riuscita a superare la Meihinten, che era sempre stata la prima mostra di suiseki in Giappone.

The new evolution

As the population of suiseki enthusiasts here grows older and smaller, the NSA was finding it increasingly challenging to maintain the standards and numbers for two major exhibitions every year.  The Covid cancellation of the Meihinten gave NSA board members an opportunity to reflect on the situation, and an important decision was made. 
With a 60-year history, no one wanted to see the Meihinten series become secondary, or even worse come to an end altogether.  Yet, the JSE had proven superior in many ways, so after a ten-year run, it was decided that the Meihinten tradition would continue, but in the new-and-improved JSE format. 
This new evolution of the show places it in a time and place where bonsai enthusiasts gather from around the world, many of whom enjoy suiseki as well, and it gives the art more public exposure than it has ever had before.  The catalogue has expanded, its text has become bilingual, and international participation is up. 
From the perspective of the NSA, this is a very positive development, and a great improvement for the Meihinten tradition.

Una nuova evoluzione

Poiché la comunità degli appassionati di suiseki qui cresce e diminuisce, per l’NSA è stato sempre più difficile mantenere gli standard e i numeri per due grandi mostre ogni anno.  La cancellazione della Meihinten a causa del Covid ha dato ai membri del Consiglio Direttivo dell’NSA l’opportunità di riflettere sulla situazione e di prendere una decisione importante
Con una storia di 60 anni, nessuno voleva che la Meihinten diventasse secondaria o, peggio ancora, terminasse.  Tuttavia, la JSE si è dimostrata superiore sotto molti punti di vista, così, dopo dieci anni di attività, si è deciso che la tradizione della Meihinten sarebbe continuata, ma nel nuovo e migliorato formato della JSE. 
Questa nuova evoluzione della mostra la colloca in un momento e in un luogo in cui si riuniscono gli appassionati di bonsai da tutto il mondo, molti dei quali amano anche il suiseki, e dà a quest’arte un’esposizione pubblica maggiore di quanto non abbia mai avuto prima.  Il catalogo si è ampliato, il testo è diventato bilingue e la partecipazione internazionale è aumentata.  Dal punto di vista della NSA, si tratta di uno sviluppo molto positivo e di un grande miglioramento per la tradizione Meihinten.

In conclusion…

In conclusion, the long tradition of the Meihinten will continue, but in an even bigger and better way.  The successful experience of the JSE is what made this improvement possible, and we are hopeful that the increased exposure will inspire a new generation of enthusiasts here in Japan, and abroad. 
We are grateful to all of the exhibitors who have made this possible, and promise that we will strive to keep the standards high for all to enjoy. 

Now, let’s look at some of this year’s entries!

In conclusione…

In conclusione, la lunga tradizione del Meihinten continuerà, e in un modo ancora più grande e migliorativo.  Il successo della formula della JSE è ciò che ha reso possibile questo miglioramento e speriamo che la maggiore esposizione ispiri una nuova generazione di appassionati qui in Giappone e all’estero. 
Siamo grati a tutti gli espositori che hanno reso possibile tutto questo e promettiamo che ci impegneremo per mantenere alti gli standard per tutti. 

Ora, diamo un’occhiata ad alcuni dei suiseki esposti quest’anno!


Lingbi stone “Ryushin” (67 x 30 x 60 cm)

In the traditional Chinese calendar, 2024 is the year of the dragon, so a very large and impressive Lingbi stone resembling a dragon flying through the heavens was chosen as this year’s main entry.  As one might surely imagine, it is far more impressive in person than the photos could ever justify.

Nel calendario tradizionale cinese, il 2024 è l’anno del dragone, quindi una pietra Lingbi molto grande e imponente, che ricorda un dragone che vola nei cieli, è stata scelta come opera principale di quest’anno.  Come si può sicuramente immaginare, dal vivo è molto più impressionante di quanto le foto possano rendere.


Kamogawa ishi (73 x 28 x 25,7 cm)

This large stone from the Kamogawa is a bit of a hybrid – with characteristics of Kamogawa maguro or “jet-black” stones on the left, and the dry, brown character of Kurama stones on the right – speaking for the variety of material actually discoverable in nature.

Questa grande pietra del fiume Kamo è un po’ un ibrido – con le caratteristiche delle pietre del fiume Kamo maguro o “jet-black” a sinistra, e il carattere secco e marrone delle pietre Kurama a destra – a dimostrazione della varietà di materiali effettivamente rinvenibili in natura.


Origin unknown (1,5 x 2 x 1,5 cm )

Merely a tiny little pebble that one might never take note of otherwise, but upon close inspection the exhibitor saw a turtle resting on a rock, put it in his pocket, brought it home, placed it in a suiban, and then in this exhibition. Suiseki in its purist form.

Solo un piccolo sassolino che nessuno noterebbe mai, ma ad un attento esame l’espositore vide una tartaruga appoggiata su una roccia, la mise in tasca, la portò a casa, la mise in un suiban e poi in questa mostra. Il suiseki nella sua forma più pura.


Enbutsu seki 23 x 14 x 24 cm)

This Enbetsu ishi is a type of conglomerate and quite uncommon in the suiseki world, but paired with a suggestive piece of driftwood, is displays to wonderful effect.  The abbreviated literati painting of a rustic hut under a pine tree completes the scene.

Questa pietra Enbetsu è un tipo di conglomerato piuttosto inusuale nel mondo del suiseki, ma abbinato a un suggestivo pezzo di legno alla deriva, viene esposto creando un effetto meraviglioso.  L’essenziale dipinto literati di una capanna rustica sotto un pino completa la scena.


Kibune itokake ishi (28 x 18 x 23 cm)

While not all of the tokonoma displays can adhere to the season of the show, the beautiful painting of plum blossoms accompanying this dry-feeling island stone is perfect for February in Japan.

Anche se non tutti i tokonoma possono aderire alla stagione della mostra, il bellissimo dipinto di fiori di pruno che accompagna questa pietra isola dal sapore asciutto è perfetto per il mese di febbraio in Giappone.


Setagawa ishi (10 x 12,5 x 37 cm)

This upright pinnacle Setagawa ishi looks like an imaginary mountain that one might find in a literati landscape painting, making the choice of an old bronze container with an archaic Chinese design a perfect match.

Questo pinnacolo verticale del fiume Seta somiglia a una montagna immaginaria che si potrebbe trovare in un dipinto paesaggistico literati, rendendo la scelta di un vecchio contenitore di bronzo con un design arcaico cinese un abbinamento perfetto.


Kamogawa ishi (12,5 x 7 x 8,5 cm)

In the dark green “soba” glazed suiban, this small stone from the Kamogawa is very suggestive.  A perfect stone for the summer, when one might long for a visit to the seaside.

Nel suiban smaltato verde scuro “soba“, questa piccola pietra del fiume Kamo è molto suggestiva.  Una pietra perfetta per l’estate, quando si ha voglia di visitare il mare.


Magomegawa ishi “Nagasaki yama” (25 x 13 x 10 cm)

The bamboo display stand also suggests summer for this display, but the black lacquer surface of the stand, dark coloration of the doban, and deep black tone of the stone make one feel as if viewing an island scene in the darkness of night.

Anche il supporto in bambù suggerisce l’estate in questa esposizione, ma la superficie laccata nera del supporto, la colorazione scura del doban e la tonalità nera profonda della pietra danno la sensazione di osservare la veduta di un’isola nell’oscurità della notte.


Iyo ishi (48 x 20 x 26 cm)

How refreshing!  The clear blue coloration of the flowing veins in this Iyo stone remind one of spring in the mountains, when the snow is melting and the rivers overflow with fresh runoff that feed the valleys below.

Che refrigerio!  La chiara colorazione blu delle vene che scorrono in questa pietra Iyo ricorda la primavera in montagna, quando la neve si scioglie e i fiumi traboccano di acque fresche che alimentano le valli sottostanti.


Setagawa tora ishi (49 x 18 x 9 cm)

Calm and composed, this Setagawa tora ishi presents a quiet countryside scene.  Oh, for a stroll through such a relaxed and open space!

Calma e composta, questa pietra ‘tora‘ del fiume Seta presenta una tranquilla scena di campagna.  Che bello passeggiare in uno spazio così aperto e rilassato!


Tanba shiun seki (65 x 34,5 x 21,5 cm)

Tanba shiun seki are found in the earth in a particular mountain range outside of Kyoto, and they tend to take quite wild forms such as this.  The texture of the stone perfectly resonates with the rough waves in the painting, creating a dramatic scene.

Le pietre Tanba shiun (nuvola viola) si trovano nel terreno di una particolare catena montuosa fuori Kyoto e tendono ad assumere forme selvagge come questa.  La texture della pietra risuona perfettamente con le onde ruvide del dipinto, creando una scena drammatica.


Everything you need to know about the 61st Meihinten.

How is the exhibition laid out? 

Visitors to the exhibition will know that the space is composed of three large rooms.  The first is for the special entries and featured guest stones, including the Hosokawa school of bonseki display.  The second room is for the tokonoma displays, and also features a number of the general entries lined up on long tables with stones on either side of a dividing wall.  Generally speaking, the stones displayed in this area are smaller, so as not to overwhelm the effect of the tokonoma presentations.  The third and final room is for the medium to large-sized general entries.  Keep in mind, these are observable tendencies, not necessarily hard rules that are followed without exception.  Smaller stones may be displayed in the third room, and larger stones may be found in the second room as well.

Come è strutturata la mostra? 

I visitatori della mostra sanno che lo spazio è composto da tre grandi sale.  La prima è dedicata alle iscrizioni speciali e alle pietre ospiti, compresa l’esposizione della scuola bonseki Hosokawa.  La seconda sala è dedicata all’esposizione nei tokonoma e presenta anche alcune delle iscrizioni generali allineate su lunghi tavoli con pietre ai lati di una parete divisoria.  In generale, le pietre esposte in quest’area sono più piccole, per non sovrastare l’effetto delle presentazioni dei tokonoma.  La terza e ultima sala è dedicata alle iscrizioni generali di medie e grandi dimensioni.  Tenete presente che si tratta di tendenze riscontrabili, non necessariamente di regole ferree che vengono seguite senza eccezioni.  Le pietre più piccole possono essere esposte nella terza sala, mentre quelle più grandi possono trovarsi anche nella seconda.

Setting up

It would be ideal if there was ample time for the Directors to line up all the stones and base the choice of location for each entry upon the directional flow, size, and compatibility of the stones, but alas, it is not a perfect world.  Both the setup and takedown of the show are whirlwinds of activity, and the museum only offers a small window of time for the work to be done.  The rooms are completely empty spaces to begin with, so first a team of museum specialists comes in to build the tokonoma spaces, construct the tables, and install the textile coverings.  When that is complete, the Directors are allowed in to set up the displays.  Exhibitors are not allowed to take part in this process.  With well over one hundred people participating, it would be complete chaos if everyone came in to set up their own stones, so as a rule, only the Directors are allowed in. There is one elevator for everyone to use, and cart after cart after cart of display stands, scrolls, and stones are brought from the loading docks at the back of the museum through a series of narrow corridors, up to the gallery space. 

L’allestimento 

Sarebbe ideale se i Direttori avessero tutto il tempo necessario per allineare tutte le pietre e basare la scelta della collocazione di ogni opera sul flusso direzionale, sulle dimensioni e sulla compatibilità delle pietre, ma ahimè non è un mondo perfetto.  Sia l’allestimento che lo smontaggio della mostra sono vortici di attività e il museo offre solo una piccola finestra di tempo per il lavoro da svolgere.  Inizialmente, le sale sono completamente vuote, quindi prima arriva un team di specialisti del museo che costruisce gli spazi per i tokonoma, i tavoli e installa i rivestimenti tessili.  Una volta terminato, i Direttori possono entrare per allestire gli espositori.  Gli espositori non possono partecipare a questo processo.  Con oltre un centinaio di partecipanti, sarebbe il caos più totale se ognuno entrasse per allestire le proprie pietre, quindi di norma solo i Direttori sono autorizzati a entrare. C’è un ascensore a disposizione di tutti e un carrello dopo l’altro di tavoli, scrolls e pietre vengono portati dalle banchine di carico sul retro del museo attraverso una serie di stretti corridoi, fino allo spazio della galleria. 

The allocation

Each Director must take personal responsibility for the stones they have assembled for the show, so out of pure logistical convenience, each Director’s stones end up concentrated in certain locations, as it is easier for each individual to work in one place rather than run back and forth from room to room.  For better or worse, many of the foreign entries go through one director, and as they all tend to be of a reasonable size, they tend to end up together, in the third room with the other general entries.  
Some have considered this racist or even degradingWhy are the gaijin pushed to the back?but this is not the case.  Stones from foreign participants have been displayed in all three rooms over the years, and it should not be thought that stones in the third room are being looked down upon.  After all, the vast majority of stones in that room are the entries of Japanese people! 

La distribuzione 

Ogni Direttore deve assumersi la responsabilità personale delle pietre che ha riunito per la mostra, quindi per pura convenienza logistica le pietre di ogni Direttore finiscono per essere concentrate in determinati luoghi, in quanto è più facile per ognuno lavorare in un unico posto piuttosto che correre avanti e indietro da una sala all’altra.  Nel bene e nel male, molte delle iscrizioni straniere passano attraverso un solo Direttore e, poiché tendono a essere tutte di dimensioni ragionevoli, tendono a finire insieme nella terza sala con le altre iscrizioni generali.  Alcuni hanno considerato questa situazione razzista o addirittura degradante: perché i gaijin vengono messi in fondo?ma non è così.  Nel corso degli anni, le pietre dei partecipanti stranieri sono state esposte in tutte e tre le sale e non si deve pensare che le pietre nella terza sala siano guardate dall’alto in basso.  Dopo tutto, la stragrande maggioranza delle pietre presenti in quella sala sono di partecipanti giapponesi!

Why is the catalogue organized the way it is?

So why are the foreigners singled out in the back of the catalogue?  One person felt that the foreigners were being ostracized and pushed into an isolated “ghetto” of sorts, which is a sad interpretation, and very far from the truth.  We all must keep in mind that at the end of the day this is a Japanese exhibition, organized by Japanese people, for the Japanese public.  The NSA decided to make a separate section in the catalogue for the foreign entries as a way of demonstrating to the public in Japan that suiseki is not just some crusty old hobby that your grandfather used to practice, but in fact it is an internationalized art form being practiced in many different parts of the world.  The catalogue is not only made for suiseki enthusiasts, but also for the museum-going public at large, and placing the foreign entries in their own section of the catalogue is a way of highlighting the idea that suiseki is now a part of global culture.  It is a celebration of international enthusiasm for the art form, and again, a very positive thing from the Japanese perspective.  There is no reason to feel negatively about it at all.

Perché il catalogo è organizzato in questo modo?

Allora perché gli stranieri sono messi in fondo al catalogo?  Una persona ha pensato che gli stranieri fossero stati ostracizzati e spinti in una sorta di “ghetto” isolato, un’interpretazione triste e molto lontana dalla verità.  Dobbiamo tutti tenere presente che in fin dei conti questa è una mostra giapponese, organizzata da giapponesi, per il pubblico giapponese.  La NSA ha deciso di dedicare una sezione separata del catalogo alle partecipazioni straniere per dimostrare al pubblico giapponese che il suiseki non è solo un vecchio hobby che praticava vostro nonno, ma è una forma d’arte internazionalizzata praticata in molte parti del mondo.  Il catalogo non è fatto solo per gli appassionati di suiseki, ma anche per il grande pubblico dei musei, e la collocazione delle opere straniere in una propria sezione del catalogo è un modo per sottolineare l’idea che il suiseki è ormai parte della cultura globale.  È una celebrazione dell’entusiasmo internazionale per questa forma d’arte e, ancora una volta, un fatto molto positivo dal punto di vista giapponese.  Non c’è motivo di pensarla in modo negativo.

The display stands and dividers

Finally, the display stands and dividers.  Many exhibitors do not provide their own display stands, particularly the foreign exhibitors, as the logistics and costs of shipping make it a bit too much to ask.  So, the NSA must provide them.  Bear in mind, the NSA as an organization does not actually own anything itself, so what that means is that the Directors must provide display stands from their own holdings, which any reasonable person may be able to understand, are limited.  Every year, someone voices a complaint that they are not happy with the selection of the stand, because it either has visible damage such as scratches on the surface, or they simply do not like it aesthetically.  While everyone here does their best to see that the exhibitions standards remain high, at the end of the day, resources are limited and regrettably, not everyone ever seems to be satisfied.  The same goes for the dividers that are used in the show to provide backgrounds for the stones in the third room.  These were made by the NSA, at great expense mind you, to replicate the earthen walls of a tokonoma so that the stones could be presented in a traditional-feeling manner. 
However, they were made to be portable so that one person could carry a single panel, meaning the size of each piece could not be overly large.  Hence, when they are lined up on the display tables, seams where two panels come together are inevitable.  One exhibitor whose stone was displayed with one of these seams in the background said regarding the situation, “One wonders whether the Japanese are incompetent, disrespectful, or both!”  Ouch.  It is indeed a sad reality that the NSA does not have better resources and more time to do things in a way that would achieve perfection in the eyes of all, so we must humbly ask for your understanding and forgiveness.  Please know that we are doing our best with the resources available.

Sui tavoli e sui fondali

Infine, gli espositori e i divisori.  Molti espositori non forniscono i propri tavoli, in particolare i partecipanti stranieri, perché la logistica e i costi di spedizione lo rendono un po’ troppo impegnativo.  È quindi la NSA a doverli fornire.  Si tenga presente che la NSA, come organizzazione, non possiede nulla di proprio, quindi ciò significa che gli Direttori devono fornire i tavoli attingendo alle proprie disponibilità, che qualsiasi persona ragionevole è in grado di capire sono limitate.  Ogni anno, qualcuno si lamenta di non essere soddisfatto della scelta del tavolo, perché presenta danni visibili, come graffi sulla superficie, o semplicemente non gli piace esteticamente.  Sebbene tutti facciano del loro meglio affinché gli standard espositivi rimangano elevati, in fin dei conti le risorse sono limitate e purtroppo non tutti sembrano essere soddisfatti.  Lo stesso vale per i divisori utilizzati nella mostra per fare da sfondo alle pietre della terza sala.  Questi sono stati realizzati dalla NSA, con grande dispendio di denaro, per riprodurre le pareti di terra di un tokonoma, in modo che le pietre potessero essere presentate in modo tradizionale.
Tuttavia, sono stati realizzati per essere trasportabili, in modo che una persona potesse portare con sé un singolo pannello, il che significa che le dimensioni di ogni pezzo non potevano essere eccessive.  Per questo motivo, quando vengono allineati sui tavoli da esposizione, è inevitabile che si formino delle giunture tra due pannelli.  Un espositore la cui pietra era esposta con una di queste giunture sullo sfondo ha detto a proposito della situazione: “Ci si chiede se i giapponesi siano incompetenti, irrispettosi o entrambe le cose!”.  Ahi.  È davvero una triste realtà che la NSA non abbia risorse migliori e più tempo per fare le cose in modo da raggiungere la perfezione agli occhi di tutti, quindi dobbiamo chiedere umilmente la vostra comprensione e il vostro perdono.  Sappiate che stiamo facendo del nostro meglio con le risorse disponibili.

Wil in Japan


Credits.

An exceptional report that took us to the core of a worldwide exhibition! From two great exhibitions came one that combines the strength of both: the tradition of Meihinten and the modernity of the JSE. And Shakkei Group thanks once again Wil, our special envoy from Japan, who every year gives us his personal view of some of the suiseki on display and who, for the first time, brought us into the organisational and logistical centre of an event that accepts the challenge of bringing together in one museum one hundred and fifty stones carefully selected by the Directors of the Nippon Suiseki Association.

Un reportage eccezionale che ci ha portato nel cuore di una mostra unica al mondo ! Da due grandi mostre ne è nata una che riunisce la forza di entrambe: la tradizione della Meihinten e l’organizzazione moderna della JSE. E Shakkei Group ringrazia ancora una volta Wil, il nostro inviato speciale dal Giappone, che ogni anno ci offre la sua visione personale di alcuni suiseki esposti e che, per la prima volta, ci ha portato nel centro organizzativo e logistico di un evento che accetta la sfida di riunire in un Museo centocinquanta pietre attentamente selezionate dai Direttori della Nippon Suiseki Association.


Sacri legni

Sacri legni

Personale di Shoko Okumura, a Milano dal 17 novembre al 16 dicembre 2023

Comunicato stampa 
  Il progetto artistico Sacri Legni segna il graditissimo ritorno dell’artista giapponese Shoko Okumura alla galleria Manifiesto Blanco, dopo la sua personale del 2020, Finestre di luce nei boschi. Questa nuova mostra nasce dall’innata attrazione di Shoko per gli alberi, soprattutto nei confronti dei venerabili “patriarchi arborei” che sopravvivono nelle aree sacre in prossimità dei templi giapponesi. Quando viene varcata la soglia di uno di questi spazi sacri, racconta l’artista, si percepisce qualcosa di speciale: un cambio degli umori atmosferici, un afflato spirituale, il manifestarsi di una presenza. Spesso, se le condizioni ambientali risultano favorevoli, gli alberi possono avere delle vite infinitamente più lunghe di quelle umane, e in Giappone esiste una specifica cerimonia, denominata Tobusatate (とぶさたて), che viene celebrata quando un albero viene abbattuto per fornire il legname per la costruzione di un santuario o di un torii, il caratteristico portale che segna l’accesso ad un’area sacra. Il rito prevede che un ramo prelevato dall’albero venga inserito al centro del ceppo principale: infine si ringrazia l’albero per averlo potuto utilizzare. Parte delle opere qui in mostra sono appunto ispirate a questa pratica rituale: la pittura viene stesa direttamente su sezioni di hinoki – il cipresso giapponese, un albero considerato sacro – e la composizione pittorica viene calibrata in corrispondenza del centro del tronco, poiché anche questo particolare è importante nella cerimonia sacra del Tobusatate. I materiali fittili sui quali sono state eseguite le pitture provengono direttamente dal Giappone, e più precisamente da Nishikawa Baum, un’azienda forestale di Hanno, nella prefettura di Saitama, che l’artista ringrazia sentitamente. Questi sono alcuni degli alberi a cui l’artista si è ispirata, e ad ognuno di essi è stato associato un codice che ne permette la geolocalizzazione. I ritratti arborei qui in mostra rappresentano effettivamente la condizione attuale di ogni albero, ma, utilizzando questi codici, anche le generazioni successive potranno identificarli e riconoscerli, e quindi vederne l’aspetto e la condizione vegetativa negli anni a venire: potrebbero essere cresciuti di più, ma in alcuni casi potrebbero anche essere stati abbattuti, o la foresta potrebbe addirittura essere scomparsa del tutto, a causa della pressione antropica sul territorio di pertinenza. Ogni dipinto raffigura una scena effimera tratta dal mondo naturale, che si riflette nell’acqua increspata, invitando a meditare sulla transitorietà della vita stessa. Le proprie vicende personali – tra cui una grave e recente malattia – hanno spinto Shoko a riflettere su come contribuire maggiormente alla conservazione della natura attraverso la pratica artistica, e a cosa rimarrà dopo la sua scomparsa. La malattia o la perdita della salute portano spesso a percepire, con dolorosa prossimità, il “qui ed ora” legato a quella breve parentesi che è, in fondo, la vita umana, considerata nella successione prospettica delle varie epoche storiche. Questa serie di ritratti di alberi scaturisce dunque da meditazioni di questo genere, che certamente hanno una radice connaturata nella tradizione spirituale e culturale shintoista, ispirata più dall’apprezzamento e dalla gratitudine per i doni della natura piuttosto che dal timore delle forze in essa manifestantesi: in questo universo brulicante di vita cosciente, tutto scorre e ogni cosa viene carezzata dal lieve pennello dell’artista. Al centro di questa esposizione c’è un impegno ecologico significativo che esprime il desiderio profondo dell’artista di promuovere la conservazione ambientale: parte degli incassi contribuirà alla creazione e manutenzione di una foresta reale; Manifiesto Blanco si impegna a far crescere la foresta con la partecipazione di artisti, soci e visitatori, garantendo un futuro più verde e sostenibile. Il progetto verrà sviluppato con il partner Treedom, che certificherà le azioni reali sul territorio.
  Shoko Okumura nasce in Giappone nel 1983 e si laurea in Pittura Tradizionale Giapponese alla Tokyo University of the Arts. Nel 2008 riceve una prestigiosa borsa di studio stanziata dal governo giapponese e, subito dopo la laurea, si trasferisce in Italia per approfondire i suoi studi d’arte. Negli anni più recenti la sua attività è estesa anche al Giappone, dove ha esposto presso alcune note gallerie d’arte, tra cui Takashimaya e Mitsukoshi art gallery. Altre prestigiose collaborazioni si sono concretizzate nell’ambito della fashion, con lavori commissionati da Serapian Milano, Homo Faber Venezia e Toma shoes nell’ambito della Milano Fashion Week: infine ha realizzato un’opera site-specific per l’hotel Bulgari di Tokyo.
17 novembre –  16 dicembre 2023 Da martedì a sabato h. 16 -19 INGRESSO LIBERO VERNISSAGE giovedì 16 novembre h. 18,30. In questa data l’artista sarà presente in Galleria INFORMAZIONI attraverso il sito www.manifiestoblanco.com MANIFIESTO BLANCO via Benedetto Marcello 46, Milano info@manifiestoblanco.com | mobile: 3895693638 | www.manifiestoblanco.com  
A Roma la mostra “Storie di pietra”

A Roma la mostra “Storie di pietra”

Dal 13 ottobre 2023 al 14 gennaio 2024

Comunicato Stampa.

Compagne delle nostre fantasticherie, le pietre, più antiche della vita, hanno esercitato sugli esseri umani un fascino di cui ognuno di noi condivide l’esperienza: una raccolta, un lancio, una contemplazione ammirata. Poeti e artisti di tutte le epoche artistiche hanno testimoniato le profonde influenze che queste presenze silenziose hanno avuto sulle loro creazioni stampa, detta Yokohama Shashin.
ll grande scrittore surrealista Roger Caillois, la cui raccolta di notevoli esemplari minerali costituisce il prologo di questa mostra, descriveva così questo rapporto insistente: “Più di una volta mi è capitato di pensare che fosse opportuno guardare alle pietre come a una sorta di poesia.”
Accompagnata dalla prosa dello scrittore, la mostra Storie di pietra è il romanzo di questa frequentazione continua che rivela come questi minerali occupino una posizione decisiva tra il capriccio della natura e l’opera d’arte.

La mostra Storie di pietra presentata a Villa Medici ha beneficiato dei prestiti di oltre 70 istituzioni e raccoglie quasi 200 opere, dal più antico minerale terrestre risalente a 4,4 miliardi di anni fa fino all’ultimo minerale creato dall’artista contemporanea Agnieszka Kurant, la Sentimentite. Il percorso si snoda in dieci sale espositive e prosegue nell’antica cisterna di Villa Medici, negli appartamenti del Cardinale Ferdinando de’ Medici e nell’atelier Balthus.

Le suggestioni che queste pietre hanno suscitato negli artisti di tutte le epoche ci permettono di misurare fino a che punto i nostri pensieri, i nostri miti, le nostre proteste e, talvolta, anche le nostre inquietudini abbiano beneficiato della loro vicinanza. Vi dialogano riuniti, al di là delle contingenze della Storia, pietre ai margini dei sentieri e cristalli ambiti, pietre votive, semplici rovine o armi dei deboli per difendersi dai potenti, oggetti di studio scientifico, di contemplazione romantica. E tra gli Uomini, dalle società megalitiche ai grandi nomi della modernità, troviamo Auguste Rodin o Giuseppe Penone, Charlotte Perriand o Antonio Tempesta, Tatiana Trouvé o Facteur Cheval; tutti, ispirati dai loro misteri sedimentati, sono gli araldi di questa vasta narrazione.

Il catalogo è pubblicato dalle edizioni Delpire & Co.
Collettivo Histoires de Pierres, sotto la direzione di Sam Stourdzé e Jean de Loisy – delpire & co (delpireandco.com)
 
Estratto dal catalogo:
Sono questi sassi indifferenti e rudi che celebrano con storie i devoti allucinati e gli artisti ispirati. Sono queste rocce che la ragione titubante del Rinascimento (a metà strada tra scienza e magia) analizza, sono queste pietre che gli studiosi cinesi raccolgono, vedendo nelle fessure, nelle caverne, nelle pieghe della materia delle fughe, delle porte per lo spirito, è attraverso di loro che indoviniamo le austere geometrie che congelano la meccanica del mondo.

ROMA
LUOGO: Accademia di Francia a Roma – Villa Medici 
INDIRIZZO: Viale della Trinità dei Monti, 1
ORARI: dal lunedì alla domenica dalle 10.00 alle 18.30 (chiusura il martedì).

CURATORI: Jean de Loisy, Sam Stourdzé

ENTI PROMOTORI: MUSÉUM NATIONAL D’HISTOIRE NATURELLE

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 67611

SITO UFFICIALE: http://www.villamedici.it/mostre/histoires-de-pierres

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’isola non trovata

L’isola non trovata

Storia di una pietra

(Pubblicato sul numero di Settembre 2009 del “Bonsai & Suiseki magazine”)


Inizio con una citazione, senza paura di essere perseguita, perché cito me stessa : “Ogni pietra ha tante storie : la sua storia geologica, a noi sconosciuta, la storia che l’ha portata fino a noi, la storia che la lega a noi e che la rende speciale ai nostri occhi, la storia che non vedremo mai.

Questa è la storia di una pietra, che prima di essere mia è stata di qualcun altro, e che prima ancora è stata forgiata da forze non immaginabili, in tempi non concepibili dai nostri sensi.

Prima di me


Come fare a descrivere processi e tempi che la nostra mente, abituata a ragionare in termini di tempi biologici, quasi si smarrisce ?

Dalla formazione della terra dalla nebulosa primordiale, passando per fenomeni drammatici come glaciazioni, eruzioni, innalzamenti ed abbassamenti della crosta terrestre, derive delle zolle terrestri, pressioni, sedimentazioni ed erosioni, ogni pietra è una capsula di tempo che illustra il progresso di un drammatico viaggio che dura da centinaia di milioni di anni.

Comunque sia andata, questa pietra era lì da sempre, sul greto di un fiume giapponese, quando un uomo, ultimo arrivato sulla Terra, nonostante l’arroganza e la presunzione con cui in genere guarda alla Natura ed alle sue opere, ne colse la presenza e la bellezza.

Comunque sia andata, questa pietra dal greto di un fiume giapponese giunse nella casa di un uomo giapponese, che apprezzava nelle pietre il gioco delle forme e dei colori, ma anche qualità più intime: ne vedeva i sottili segni delle loro trasformazioni, la resistenza, la perseveranza, la pazienza con cui si erano opposte alle forze che le avevano plasmate, fino a farne un accumulo “vivente” di tempi e vicende.

Ogni ferita imposta dalla Natura gli ricordava che le pietre, nonostante la loro consistenza ed apparente solidità, non sono affatto immutabili ma piuttosto destinate a modificarsi e trasformarsi.

Anche per le pietre, quindi, come per l’uomo, essere impermanente, il ciclo della vita ha imposto un eterno cambiamento.

Anche per l’uomo, quindi, come per le pietre, è possibile accettare e sopravvivere alle pressioni della vita che lo plasmano.

Questo uomo decise quindi di perdurare insieme alle sue pietre : quando seppe di essere gravemente malato, nel timore che nessuno dopo di lui le comprendesse fino in fondo, dispose che le sue pietre continuassero a vivere in altre case, in altri continenti, apprezzate da altri occhi. Egli si “fece montagna”.

Insieme a me


Dal fiume Ishikari, in Hokkaido, dalla collezione di un giapponese che praticava l’arte del suiseki, è giunta fino a me questa pietra sottile, caratterizzata da una superficie ondulata che varia tra il liscio ceroso ed il granulare, dalla linea semplice ed essenziale.

In base al suo luogo di origine, è una Kamui Kotan. In base alla sua forma, è una Shimagata ishi, cioè una pietra isola.

In lingua Ainu, Kamui Kotan significa “luogo dove vivono gli dei” ed è una valle in cui scorre un tratto del fiume Ishikari, dove si possono trovare pietre dal nero intenso fino al verde scuro.

Per me, è stata subito la “pietra frittella”, e con questo nomignolo l’ho presentata al popolo del Forum, per un consiglio sul tavolo da esposizione più adatto per delle linee così essenziali. Ma non avrei disdegnato l’esposizione in un suiban, in qual caso il discorso sul tavolino andava riveduto e corretto in funzione delle dimensioni del vassoio.

Ovviamente il termine pietra frittella non voleva essere il nome poetico della pietra: anzi, avendola sott’occhio tutti i giorni, accarezzandola ogni tanto per apprezzarne la superficie setosa, guardandola con i diversi tagli di luce che il giorno e la stagione possono offrire, mi chiedevo sempre più spesso : ‘Un’isola, sì, ma quale?’. Fermarsi e pensare, guardare dentro se stessi mentre con gli occhi si vede una pietra, permettere che momenti vissuti, suggestioni, poesie, musiche emergano da quello spazio dell’anima dove si sedimentano le emozioni.

Dimora di esseri mitologici, cannibali e antropologi felici, nascondiglio dei tesori dei pirati, i naufraghi vi lanciano le loro richieste di aiuto in bottiglia, le nazioni le loro bombe atomiche, e adesso corrono il rischio di essere sommerse dall’innalzamento delle acque.

Perduta, del giorno dopo, che non c’è, l’isola infatti è per sua natura non facilmente raggiungibile, sfuggente, inafferrabile, ma anche il luogo dove rifugiarsi abbandonando il caos moderno.

Dice Shakespeare : l’isola è fatta della stessa materia dei nostri sogni, è un luogo fisico ma anche e soprattutto immaginario, dove c’è spazio per i miraggi, l’amore, le avventure, le leggende e … i reality shows.

Terra del mito del Buon Selvaggio, di Peter Pan, di Nausicaa, è la terra del regno di Utopia, l’isola di Tommaso Moro, luogo inesistente (dal greco ou-topia), meta di chi cerca il significato ultimo e mai trovato della vita, ma anche luogo felice (dal greco eu-topia), e chi sceglie di navigare verso quest’isola sta cercando qualcosa di molto simile alla felicità.

Dunque, un luogo felice inesistente: ma esistono forse luoghi felici ed esistenti ? Certamente no, eppure vanno cercati, perché sono l’emblema stesso della ricerca umana, interiore e non, itinerario di fuga dalla vita quotidiana verso una diversa dimensione dell’essere, metafora del cammino umano alla ricerca della Verità Assoluta come dell’Amore Eterno, del senso e della mancanza di senso della vita.

Troppo per una pietra?


Ma bella più di tutte è l’isola non trovata,
quella che il Re di Spagna s’ebbe da suo cugino,
il Re del Portogallo, con firma suggellata
e bulla del pontefice in gotico latino.

Il Re di Spagna fece vela cercando l’isola incantata
però quell’isola non c’era e mai nessuno l’ha trovata.
Svanì di prua dalla galea come un’idea;
come una splendida utopia è andata via
e non tornerà mai più.

Le antiche carte dei corsari portano un segno misterioso,
ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso.
Nessuno sa se c’è davvero od è un pensiero;
se a volte il vento ne ha il profumo.
È come il fumo che non prendi mai.
Appare a volte avvolta di foschia magica, e bella,
ma se il pilota avanza su mari misteriosi è già volata via
tingendosi d’azzurro color di lontananza.


In questa canzone del 1971 di Francesco Guccini, a sua volta ispirata da una poesia di Guido Gozzano ‘La più bella’, trovo splendidamente condensate queste mie divagazioni : ecco quindi battezzata la pietra frittella, che nelle esposizioni avrà come nome poetico ‘L’isola non trovata’.

Insieme a voi: storia pubblica di un suiseki


Quando scelgo una pietra, ne faccio oggetto di cura, osservazione e valutazione e la carico di significati che, partendo dalla sua natura geologica mai disconosciuta, si fanno anche culturali, spirituali e simbolici.

Per me l’esposizione di un suiseki è la condivisione con altri di questo processo, è l’ulteriore valorizzazione di una pietra tramite la condivisione con gli osservatori di un microcosmo racchiuso nello spazio finito di un tokonoma e nello spazio infinito delle emozioni : proposito impegnativo e forse irraggiungibile, di sicuro ambizioso, ma altrettanto stimolante.

Come oggetti di accompagnamento ho scelto uno kakejiku giapponese denominato “Wave” ed un piccolo granchio in bronzo poggiato su ceramica.

L’onda corre verso la sottile striscia di terra emersa e sembra sommergerla, quindi nel complesso un immagine lontanissima da ogni realismo naturalistico. Ma più che la fedeltà al reale ho ricercato la fedeltà al senso profondo, ma visibile, del reale.

Nell’insieme, il dipinto sembra preponderante rispetto alla pietra, nonostante l’esposizione nel suiban richiami l’immensità dell’oceano.

Dopo di me


Questa parte della storia è ancora da scrivere e non sarò io a farlo, ma posso provare ad immaginarla in un gioco di fantasia.

Forse mio figlio chiuderà la pietra frittella in un cassetto.

Forse mio figlio, giunto alla maturità, continuerà con la pietra “L’isola non trovata” il gioco dell’apprezzamento e della coltivazione.

Forse mio figlio la venderà.

Forse, per non correre rischi, io stessa, come il suo precedente proprietario, me ne separerò a tempo debito e mi farò montagna.


Il magico studio fotografico di Hirasaka

Il magico studio fotografico di Hirasaka

Un libro di Sanaka Hiiragi


“Il lavoro in camera oscura divenne il solo piacere che Hirasaka riusciva a trovare nella propria situazione. Nel buio immergeva la carta fotografica nella soluzione di sviluppo, poi, dopo una breve attesa, cominciava ad affiorare un’immagine. Definire i contorni delle figure umane, sfocare leggermente lo sfondo. Valorizzare le luci. Trattava ogni scatto come un’opera d’arte, se la prefigurava nella sua forma migliore e cercava di avvicinarsi il più possibile a quell’immagine ideale. Lo faceva per i morti, che si incamminavano verso l’altro mondo custodendo negli occhi la loro ultima fotografia ma anche per sé.”

C’è molto, in questo libro della scrittrice giapponese Sanaka Hiiragi, tutto quello che abbiamo bisogno di trovare: il senso della vita, di quello che lasciamo, di quello che ci portiamo, per arrivare a cogliere la bellezza del presente. Chi ama la fotografia troverà pane per i suoi denti, tra metafore e poesia.

Esplora le vite e la morte di tre persone, Hatsue, Waniguchi, Mitsuru, a cui viene offerta, prima di svanire per sempre nella luce della lanterna girevole, l’opportunità di rivedere, attraverso tante fotografie quanti sono stati i giorni vissuti, tutta la propria vita, con l’aiuto gentile del fotografo signor Hirasaka. Nelle vicende di una colta insegnante ultra novantenne, di un membro della Yakuza, di una bambina di sette anni pesantemente maltrattata troviamo una vita completa e dedita agli altri, una vita iniqua ma precocemente fermata da mano assassina, una vita che iniziava a sbocciare e che non ha avuto modo di esprimersi. I tre dovranno scegliere, tra le tante fotografie, una sola per ogni anno, inoltre viene data loro la possibilità di tornare, invisibili e senza poter cambiare gli eventi, ad un momento della loro vita di cui scattare, essi stessi, l‘ultima fotografia, quella forse più rappresentativa di tutta una vita. Nella camera oscura della loro guida, il signor Hirasaka, emergerà a poco a poco una fotografia magicamente perfetta, l’ultima istantanea di tutta una vita e che ne racchiude il senso.

“Guardando questa fotografia mi sono tornate in mente tante cose. Tanti ricordi di quel periodo”. La signora Hatsue osservava attentamente l’immagine. Si accorse che era composta da una miriade di piccoli grani, mille puntini colorati. Era solo una combinazione di colori, e invece i quattro lati di quel rettangolo racchiudevano tutti i suoni, il vento, gli stati d’animo e l’atmosfera del momento in cui la fotografia era stata scattata. Tutto nascosto da qualche parte dietro ai punti colorati. 

E’ proprio vero che le fotografie hanno una loro forza, disse calmo Hirasaka.

Infine, l’ultimo passo: guardare tutta la vita che scorre, composta dalle fotografie montate sulla lanterna girevole dei ricordi. I giapponesi le chiamano “sōmatō”: utilizzate in Cina come illuminazione e introdotte in Giappone nel periodo Edo come divertimento notturno estivo, erano composte da una parte interna girevole, che veniva azionata con il calore di una candela, che proiettava sulle pareti esterne in carta di riso le sagome rotanti di cavalli.

Pur essendo ormai poco utilizzate, anche nelle moderne versioni elettriche, ne è rimasto invece il significato idiomatico: rivivere vecchi ricordi in uno stato di emozione intensa, anche di pericolo, come quando i ricordi del passato scorrono come immagini uno dopo l’altro nella mente proprio come le sagome rotanti di un sōmatō.

Una lanterna girevole. Si accende la luce e comincia a ruotare. Le immagini del passato, impresse su carta di riso, diventano motivi floreali attraversati da bagliori rossi e gialli, e girano e girano: così se la ricordava.
“Dunque, signor Hirasaka, ricapitolando: adesso devo scegliere delle fotografie in numero pari a quello dei miei anni e comporre la lanterna girevole insieme a lei, giusto? Poi la guarderò ruotare, troverò la pace e completerò il mio ciclo.”
Aveva ancora del lavoro da fare, quindi. Anche da morta, gli impegni c’erano sempre.
“Una volta arrivati qui, poco conta che uno sia stato un grand’uomo o un miliardario: con noi possiamo portare solo i ricordi.”
Hatsue osservò la montagna di fotografie che torreggiava su di lei. Quanto ci avrebbe messo a guardarle tutte?
Nell’epoca dei computer e degli smartphone, le lanterne girevoli si costruiscono ancora a mano… Chi l’avrebbe mai detto?”

Quando la lanterna si fermerà, proprio sull’ultima fotografia scattata, la coscienza del defunto diventerà tutt’uno con la luce, assorbita da essa fino a svanire.

Non voglio svelare proprio tutto della trama… che legami ci sono tra i tre visitatori? E il ruolo del signor Hirasaka è solo quello di fotografo e gentile accompagnatore nell’aldilà? In realtà, chi sta aspettando, il signor Hirasaka, e perché? Qualcuno avrà una seconda occasione?

Questo libro mi è stato regalato, casualmente, in un momento in cui ne avevo bisogno. Appassionata di fotografia, ho sempre preferito fotografare invece di parlare. So anche di aver fotografato per non dimenticare e anche se sono ancora su questa terra ho uno scatolone pieno di sedici anni di vita e di fotografie, una scatola che sono stata costretta ad aprire e sfogliare, purtroppo da sola. Una lanterna girevole di sole sedici foto, una per anno: quali sceglierei per la mia lanterna in vita? E se ne potessi scattare di nuovo una, in quale momento vorrei poter tornare? Un viaggio a ritroso nella memoria, tra i ricordi cristallizzati in una comune istantanea, che restituisce l’illusione di aver arrestato la fuga del tempo, la perdita dolorosa di situazioni e persone.

Infine, se Italo Calvino, ne “L’Avventura di un fotografo” preconizzava ironicamente:

“Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo! E già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può.”

come la mettiamo con le immagini create da AI ? Non sono fotografie, direte, e già l’avvento del digitale aveva visto svanire il fascino della camera oscura e dell’apparire dal nulla di quanto la luce ha impresso sull’emulsione. Il mondo va avanti, inesorabilmente, ma da qualche parte, forse, un vero fotografo ci aspetta.



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