“Homeland” – Hideko Metaxas – Kamuikotan I 39.4 x 8.3 x 17.8 cm
Questo articolo raccoglie le voci degli Autori di Shakkei, i quali, ciascuno con il proprio sguardo, raccontano il senso della loro partecipazione all’antologia Suiseki Stories, racconti di pietre che si fanno messaggio, presenza, voce che ci raggiunge.
Oltre la forma
di Fabio Pasquarella
Suiseki Stories rappresenta una novità editoriale nel panorama della letteratura dedicata al suiseki, distinguendosi per un approccio narrativo che rivela la dimensione più profondamente umana di questa antica pratica. Contrariamente ai tradizionali manuali tecnici che popolano questo settore, l’opera si caratterizza per l’intuizione fondamentale che ogni suiseki porta con sé non solo una forma, ma una storia stratificata nella cultura e nella vita di chi vi si dedica.
Come emerge chiaramente dalla prefazione, il libro nasce dalla curiosità per “la storia della pietra”: chi l’ha posseduta, attraverso quante mani è passata, cosa ha visto il proprietario in essa. Questa prospettiva trasforma radicalmente il rapporto con l’oggetto estetico, spostandolo dall’aspetto formale alla partecipazione emotiva e immaginativa.
Il testo offre una delle più lucide riflessioni sulla natura filosofica del suiseki probabilmente mai pubblicate in lingua occidentale. Facendo un parallelo con i bonsai, i suiseki possono essere concepiti come “miniature” che non riproducono solamente il paesaggio, ma lo evocano attraverso un processo di sintesi poetica che coinvolge tanto la natura quanto la cultura umana.
Come magistralmente espresso nella prefazione della Nippon Suiseki Association, queste pietre “ci trasportano dal mondano e quotidiano verso un regno tranquillo di pace e solitudine”, rivelando perciò la loro funzione non rappresentativa ma evocativa.
Uno degli aspetti più innovativi dell’opera è l’esplorazione della dimensione comunitaria e relazionale del suiseki, che emerge attraverso le storie narrate degli autori. La pratica del collezionismo si rivela essere un veicolo per la costruzione di legami umani profondi, una forma di comunicazione che trascende le barriere culturali e linguistiche. Gli autori raccontano di amicizie nate attraverso il suiseki, di rapporti epistolari durati anni, di viaggi intrapresi per la ricerca delle pietre, offrendo un ritratto dell’arte del suiseki non come pratica solitaria ma come esperienza profondamente sociale e generativa di senso condiviso.
Particolarmente significativa è la riflessione sulla natura interculturale della pratica contemporanea del suiseki, affrontata con onestà intellettuale dagli autori. Riconoscendo che la loro interpretazione occidentale non coincide necessariamente con quella giapponese tradizionale, questa dichiarazione di umiltà non indebolisce l’opera ma la rafforza, inserendola nel solco di un autentico dialogo interculturale che rispetta le differenze mentre cerca punti di convergenza universali nell’esperienza estetica e spirituale.
L’opera propone implicitamente un modello pedagogico alternativo per l’apprendimento delle arti tradizionali: non solo attraverso l’assimilazione di regole tecniche, ma anche mediante la condivisione di esperienze vissute. Le storie narrate diventano casi di studio che permettono al lettore di comprendere intuitivamente principi che potrebbero risultare astratti se presentati teoricamente.
Dal punto di vista filosofico, il libro si configura come un contributo significativo alla comprensione di un approccio spirituale. Contemplare un suiseki non significa propriamente “meditare” come può immaginare un occidentale, ma piuttosto aprirsi a un incontro trasformativo con la natura che ha plasmato quelle forme, un processo che ci ricorda il nostro posto all’interno del mondo naturale e la presenza profonda di questo mondo dentro di noi.
Non si tratta perciò di una contemplazione passiva, ma di un processo attivo di apertura interiore che permette di riconoscere “il nostro posto dentro la natura, e il suo posto profondamente radicato dentro di noi”. Questa comprensione trasforma il suiseki da semplice oggetto in medium per una esperienza spirituale che attraversa i confini tra soggetto e oggetto, tra cultura e natura, tra individuale e universale.
Suiseki Stories si presenta quindi come un’opera di sintesi tra tradizione e innovazione, tra rispetto filologico e creatività interpretativa. La sua forza risiede nella capacità di rendere accessibile un’arte spesso percepita come esoterica, senza tuttavia banalizzarla o impoverirla della sua profondità filosofica e spirituale.
Per gli studiosi delle arti tradizionali giapponesi, il libro offre spunti metodologici preziosi su come affrontare la trasmissione culturale in epoca contemporanea. Per i praticanti, rappresenta una fonte di ispirazione che arricchisce la comprensione della propria pratica. Per il lettore curioso, costituisce un’introduzione affascinante a un mondo dove arte, natura e spiritualità si incontrano in un dialogo millenario che continua a generare bellezza e significato.
L’opera dimostra che le pietre, come le storie che le accompagnano, hanno il potere di attraversare i secoli e le culture. L’auspicio è che questa raccolta di storie contribuisca a spostare la prospettiva verso una dimensione più aperta e inclusiva, dove possano convivere diverse visioni e sensibilità senza cadere nella banalizzazione, né nell’appropriazione superficiale di concetti filosofici che richiedono invece rispetto, studio e autentica comprensione.
La storia “Tama River Stone” di Fabio Pasquarella racconta un episodio che illustra l’approccio narrativo del libro.
L’autore descrive come, durante la lettura del manga “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge – una storia che esplora il concetto zen di “inutilità” – sia stato colpito da una riflessione sui fiumi e le montagne nelle tradizioni orientali.
Questa lettura lo ha portato a parlarne alla sua amica Daniela che dovendo organizzare un viaggio in Giappone, decide di riservarsi del tempo per un’escursione al fiume Tama, insieme ad altri appassionati di suiseki.
Durante la visita, mentre osservava il paesaggio fluviale con i suoi ciottoli levigati dall’acqua, Daniela si è chinata per raccogliere in particolare una pietra. Il gesto apparentemente semplice nasconde però una profonda comprensione: la pietra è stata scelta perché “mi ricorda di te”, come ha spiegato Daniela, suggerendo una risonanza personale tra la forma della pietra e qualcosa nell’interiorità dell’osservatore.
“We learn from observing nature. Mountains and water have always played a central role in Eastern traditions. The qualities of mountains and water teach us many things: for example, it is common to compare our existence to the flow of a river, and it is said that we must sit in meditation like a mountain: non-action.”
L’autore riflette poi sulla natura paradossale della montagna: è montagna per la sua forma, ma allo stesso tempo non lo è, perché ciò che vediamo è solo un passaggio, una manifestazione temporanea. La contemplazione della pietra di Daniela rivela come ogni suiseki porti con sé infinite possibilità di interpretazione – la stessa pietra può evocare paesaggi diversi a seconda di chi la osserva, ma “ciò che sopravvive alla preziosità della vita” rimane costante.
La storia si conclude con una meditazione sulla natura misteriosa ma preziosa di queste pietre, che resistono nel tempo portando con sé tanto l’impronta degli elementi naturali che li hanno formati, quanto il segno dell’amicizia e dell’umanità che li ha riconosciuti e valorizzati.
Ponti
di Paco Donato
Dopo la pietra del Tama, che custodisce il valore di un gesto amicale e la leggerezza di un incontro, la narrazione si apre a un’altra esperienza: la Shibafune di Paco Donato. Entrata nella collezione nella primavera del 2019 grazie all’acquisto dal maestro Nomura Masayuki, figura eminente del suiseki in Giappone, la shibafune porta con sé una storia singolare: fu ritrovata alla confluenza dei torrenti Higashimata e Nishimata, sul fiume Uji a Kyoto, dopo la devastante alluvione del 1964.
Non è un oggetto plasmato dalla mano umana, ma il frutto dell’imprevedibile forza della natura che ha trasformato distruzione in rivelazione, restituendo alla luce una forma inconfondibile. Mai esposta in pubblico, la pietra è custodita come simbolo intimo di viaggio e rinascita. L’emozione del primo incontro, stupore accompagnato da gratitudine, rimane la sensazione viva di un approdo inatteso, come se la pietra avesse attraversato il tempo per affidare la propria memoria a chi sa ascoltarla. La sua forma richiama una barca sospesa fra quiete e movimento, un invito a immaginare una navigazione serena in cui l’uomo si lascia accompagnare dalla natura anziché pretenderne il controllo. Così la shibafune diventa ponte fra oriente e occidente, fra passato e presente, fra la forza degli elementi e la delicatezza dello sguardo.
I paesaggi interiori
di Daniela Schifano
Tre i racconti di Daniela presenti nell’antologia Suiseki Stories. Scrivere di suiseki, per lei, è da sempre un modo per interrogarsi sulle pietre, sui perché della fascinazione che subisce. Cosa è una pietra? Cosa si cerca in essa? Quale dialogo si instaura? Ognuno ha la sua risposta, così come è vero che non tutti rimangono colpiti dalla bellezza delle pietre, che restano, a volte, oggetti senza vita. Eppure… il maestro Takahiro Kato, in una recente conferenza che ha tenuto come ospite d’onore della Crespi Cup a Milano, ha detto:
“Il suiseki, attraverso il mitate, legge nell’opera della natura (la pietra) l’infinità dei fenomeni, ne estrapola paesaggi interiori e li valorizza.” (Takahiro Kato, “Shinshou sekai: approfondire il proprio mondo interiore attraverso il suiseki”, Parabiago, 14/9/2025)
Ecco, allora, alcuni dei paesaggi interiori che Daniela ha scelto per l’antologia Suiseki Stories.
Il paesaggio della Scogliera Rossa.
La prima storia racconta di Red Cliff, una pietra che, già nel nome donatole da un collezionista giapponese, porta con sé un paesaggio che Daniela ha dovuto solo riconoscere: quello celebrato da Su Shi nella poesia e poi fissato nella pittura. Porta culturale e poetica, la pietra ha condotto a un universo di testi, immagini e memorie collettive sconosciute. È un altro modo in cui il suiseki agisce: non sempre come specchio dell’io, ma come ponte verso un patrimonio condiviso.
“Ci si può innamorare di un suiseki per l’immaginario evocato dal suo nome poetico? In giapponese Sekiheki, esso è un riferimento alla poesia del poeta cinese Su Shi (1037-1101), “Ode alla scogliera rossa”. Non è stata la somiglianza fisica tra la pietra e un luogo reale ad avermi estasiato ma ritrovare collegati, sotto la stessa luna immutabile, tanti destini umani: Cao Cao, Su Shi e i suoi amici, il collezionista che colse il legame tra le parole dell’arte e quelle della Natura, infine io, infine voi. D’altra parte, l’immaginazione non è che uno dei prolungamenti concepibili della materia.”
Il paesaggio di Reiwa.
Due pietre del fiume Shimanto, accostate in una esposizione multipla solo pochi mesi prima che il mondo scoprisse tutta la sua vulnerabilità, sono state lo spunto per dare voce a forme essenziali, dove la luce diventa un linguaggio fatto di chiaroscuri, riflessi e trasparenze da cui emergono forme, texture e contrasti, ma anche morbidezze impensabili.
Il paesaggio inatteso.
Quando il caso, per molti di anni di seguito, ti pone davanti la stessa pietra, in contesti diversi e tra mani non tue, e la noti fra mille, fino a farne una sorta di ‘ideale’, non è possibile rifiutare l’ultimo appuntamento con il destino, quello definitivo. Mostre, cataloghi, libri, ancora mostre: questo danseki si offriva all’attenzione di Daniela, quasi a rispecchiare un paesaggio interiore: non l’attendeva, non lo cercava, eppure, all’improvviso, si è fatto presenza reale.
“Due altopiani paralleli si inseguono, uno inferiore più lungo e uno superiore più corto, ma intenso e dominante. Scivola verso il lungo pianoro in pieghe drammatiche e affilate, che rompono la monotonia orizzontale. Ho amato questo suiseki dalla prima volta che l’ho visto nel reportage fotografico di un congresso tenutosi a Ratingen in Germania, nel 2011, presentato dall’ospite d’onore Arishige Matsuura. Per anni esso si è proposto ai miei occhi, e io l’ho riconosciuto, fino a farne una sorta di mio ‘ideale’ di suiseki: un paesaggio in cui l’orizzonte che lo delimita diventa apertura che sfuma verso un’indefinita lontananza.”
(in copertina “Three Seated Buddhas” — Janet Roth)
Shakkei è lieta di presentare un libro sul suiseki, unico nel suo genere per concezione e spirito, al quale ha partecipato attivamente, a titolo gratuito, contribuendo alla progettazione e ai contenuti.
Non un semplice catalogo di pietre, ma una raccolta di storie: storie di suiseki, narrate da chi oggi li custodisce e se ne prende cura. Pietre trovate su un sentiero, acquistate o donate, pietre amate, tramandate, che diventano memoria di un istante, di una persona, di una amicizia o di un amore, o testimoni di una cultura e di una poesia senza tempo, che supera epoche e confini.
Il libro è arricchito dalla presentazione ufficiale della Nippon Suiseki Association, che ha voluto accompagnare l’uscita del volume concedendo anche l’uso del proprio logo, a testimonianza del sostegno e dell’apprezzamento per il progetto.
Ventotto voci narranti, collezionisti provenienti da tutto il mondo, amici di lunga data dei curatori del libro, intrecciano i loro racconti in queste pagine. Ma è anche un libro fotografico, in cui le pietre si raccontano due volte: attraverso le parole di chi le custodisce e attraverso le splendide immagini che ne catturano l’estetica.
In anteprima, il sommario e la prefazione, con la prima storia del libro, protagonista Mas Nakajima.
Non vogliamo svelare troppo, solo incuriosirvi quanto basta. In molte delle storie torna la figura di Mas Nakajima: per molti dei narratori, un amico, un maestro, un consigliere, un compagno, la cui presenza discreta e ispiratrice accompagna queste pagine.
Comunicato stampa ufficiale di Samuel Edge
Di cosa parla il libro?
E se una sola pietra potesse racchiudere una montagna, un ricordo o uno scorcio dell’universo stesso?
Suiseki Stories è una raccolta unica e profondamente personale di riflessioni di artisti e collezionisti provenienti da tutto il mondo, plasmati dalla quieta bellezza del suiseki, l’arte giapponese di osservare le pietre che evocano scene o forme riconoscibili.
È un’arte al tempo stesso umile e profonda: una pietra può suggerire non solo un paesaggio o un essere vivente, ma anche evocare un mondo che va oltre il visibile, invitando a momenti di quiete, immaginazione e connessione.
Con questo libro non pretendiamo di definire il suiseki — né potremmo farlo. Siamo consapevoli che il suiseki, nato all’interno dell’estetica giapponese, racchiude significati e sfumature che non sono universalmente condivisi né facilmente comprensibili al di fuori del suo contesto d’origine. Suiseki Stories offre invece qualcosa di più semplice, e forse più potente: un coro di voci individuali, ognuna delle quali condivide la propria esperienza con pietre che l’hanno emozionata, cambiata o portata a riflettere più a fondo sulla vita.
Con 195 pagine di fotografie suggestive e racconti personali provenienti da ogni parte del mondo, Suiseki Stories mostra come questa pratica antica continui a vivere oggi — non come una tradizione immobile, ma come un percorso personale, in continua evoluzione.
Ideale per:
Appassionati di suiseki, di pietre e di bonsai
Amanti dell’estetica giapponese, del wabi-sabi e delle arti contemplative
Lettori attratti dall’incontro tra natura, memoria e significato
Chiunque abbia mai provato meraviglia contemplando una comune pietra
Questo libro non pretende di parlare per tutti, ma solo per coloro che hanno vissuto queste storie. Speriamo che tu possa ritrovarti tra loro.
Dettagli
Progetto grafico: Samuel Edge Revisione editoriale: Kathy Edge, Janet Roth, Daniela Schifano
Versioni: Cartacea / Digitale in formato PDF
Editore: LuLu.com (sito di autopubblicazione e print-on-demand) Data di pubblicazione: 9 giugno 2025
Categoria: Arte & Fotografia Lingua: Inglese Pagine: 195 pagine ISBN-13: 978-1-300-16072-4 Copertina: Rigida Dimensioni: Lettera USA orizzontale (11 x 8,5 pollici / 279 x 216 mm)
Diritti d’autore: Tutti i diritti riservati – Licenza standard di copyright
Come acquistare Suiseki Stories
Il libro è disponibile in due formati: stampa o versione digitale.
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Il libro è acquistabile al costo di 59,99 $, o l’equivalente in altre valute (54,99 Euro), a cui va aggiunto il costo di spedizione e le imposte.
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L’edizione digitale del libro, in formato PDF, è disponibile su richiesta, al costo di $24.95, contattando Samuel Edge all’indirizzo: suisekistories@gmail.com
Nel mondo del suiseki, una semplice roccia si trasforma in pietra, e poi ancora in simbolo, in paesaggio, in presenza silenziosa da contemplare. Questa metamorfosi non ha bisogno di scalpello né di parole, non mostra segni evidenti del cambiamento: avviene nello sguardo di chi osserva, nel gesto di chi sceglie, nel tempo di chi contempla. In questa pagina, attraverso l’analisi dei termini che compongono la definizione di suiseki, si percorre un cammino che parte dalla materia e giunge all’esperienza estetica, passando per la selezione, la visualizzazione e l’intimo apprezzamento. È un viaggio in cui nulla sembra accadere — eppure tutto cambia. Una riflessione sul gesto silenzioso che riconosce la bellezza, sull’arte senza autore, e sul valore delle cose che, in apparenza, non vogliono essere nulla.
Un suiseki (dal giapponese 水 sui [acqua] e 石 seki[pietra] ) è una roccia, selezionata e visualizzata ai fini di un apprezzamento estetico.
Esaminiamo allora i termini che costituiscono questa definizione : roccia, pietra, selezione, visualizzazione, apprezzamento estetico.
Roccia o pietra?
Ecco la prima metamorfosi : da roccia a pietra.
Sebbene i due termini potrebbero essere, in linea di massima, intercambiabili, la trasformazione del termine ‘roccia’ nella parola ‘pietra’ è rappresentativa del processo di creazione di un suiseki. E sembra che ‘roccia’ sia il termine utilizzato in geologia per definire un aggregato naturale di minerali solidi, diverso da un minerale, per i nostri fini un materiale naturale grezzo, che potrebbe anche avere una qualche utilità pratica.
“La spiegazione del kanji 石 sembra essere semplice se consideriamo la parte inferiore 口 come una pietra, come fanno molte fonti. L’idea di ‘rocce sotto una scogliera di montagna’ ha portato al significato di ‘pietra’. Esiste un’altra interpretazione. Come abbiamo visto in molti kanji, Shizuka Shirakawa interpretava il simbolo 口 come una ‘scatola in cui vengono poste parole di preghiera’, piuttosto che accettare le opinioni più diffuse che lo consideravano una bocca, una scatola, una roccia o una finestra. La sua interpretazione ha un impatto significativo sul significato di molti kanji. Il kanji 石 è uno di questi: un contenitore per preghiere posto sotto una scogliera per rivolgersi al dio della montagna ha finito per assumere il significato di ‘pietra’. “
(da Key to Kanji: A Visual History of 1100 Characters – Noriko Kurosawa Williams)
Lo studio dei kanji è affascinante ma complesso e anche un pittogramma apparentemente semplice come 石 (seki) può far sorgere dubbi o domande. L’interpretazione di un kanji richiede sempre cautela, perché questi caratteri hanno subito secoli di evoluzione in Cina prima ancora di essere adottati e adattati alla lingua giapponese, dove hanno acquisito letture e significati ulteriori.
Selezionare.
“Selezionare” è il gesto da cui parte il sottile cambiamento terminologico, da roccia a pietra. Il semplice atto di designare una roccia come “pietra” è la prima e forse più significativa modifica al nostro “agglomerato naturale di minerali”. Cambia la nostra percezione del suo stato, della sua vita, del suo scopo.
Roccia ? Pietra ? Suiseki ?
Il trasferimento di una roccia dal suo habitat naturale conferma la designazione originale e trasforma l’oggetto trovato da una roccia ordinaria in una pietra, forse in un futuro suiseki, che invita a un attento esame, forse alla contemplazione e, in alcuni casi, persino alla venerazione.
La selezione non è solo un atto fisico: è un atto di attenzione, di ascolto silenzioso. È il momento in cui l’occhio dell’osservatore riconosce nella roccia qualcosa di più di un semplice frammento della natura; intravede una forma, una storia, un’armonia che merita di essere portata alla luce.
La selezione può avvenire anche acquistando la pietra, non solo trovandola in natura: non saremo i protagonisti assoluti della sua trasformazione ma del suo riconoscimento fra tante. Non è un possesso, ma una forma di connessione profonda con quella pietra, un atto che richiede rispetto, pazienza e una particolare sensibilità. La pietra selezionata non è più solo una parte del paesaggio; diventa, attraverso il nostro riconoscimento, un piccolo mondo da osservare e meditare.
Visualizzare.
“Visualizzare” è la manifestazione fisica del “selezionare”. È il volto pubblico di una scelta privata, intima, personale. È in questa fase che l’attività del collezionista si avvicina di più a quella dell’artista. Scegliendo il miglior volto della pietra, l’angolo appropriato per la sua esposizione, il tipo e il design del supporto (daiza, o vassoio, tavolo o jiita), le piante o gli oggetti di accompagnamento, oppure il nome poetico, si fanno scelte analoghe alle scelte di una artista, che sia un pittore o un fotografo, che attraverso la sua arte esprime anche se stesso, oltre a portare all’attenzione di molti qualcosa di oggettivo.
Attenzione: è solo in questa fase che possiamo, forse, avvicinare il termine “arte” al suiseki.
L’uomo non crea, ma scopre; non plasma, ma riconosce.
Nel suiseki, l’intervento umano si limita alla cura, alla scelta, all’ascolto silenzioso di una forma già perfetta nel suo equilibrio spontaneo. È un atto di umiltà, più che di espressione.
Chiamarlo arte rischia di spostare l’attenzione dalla pietra/roccia… alla mano che lo espone, mentre il cuore del suiseki è proprio nell’assenza di artificio, in una bellezza che emerge senza intenzione.
Nel mondo occidentale, l’artista è tradizionalmente visto come un creatore. Dalla visione rinascimentale in poi, l’artista è colui che esprime la propria interiorità, la propria visione del mondo, attraverso un atto creativo intenzionale. L’opera d’arte nasce quindi dall’io, è segno di genio individuale, e porta con sé una firma, un’identità precisa.
L’artista è colui che crea qualcosa di nuovo, che plasma la materia per dare forma a un contenuto interiore.
E nel pensiero moderno e contemporaneo, questa centralità dell’individuo è ancora più marcata: l’arte può anche essere provocazione, concettualizzazione, gesto personale.
In Giappone, invece, l’artista è spesso concepito come un veicolo, più che un creatore. L’accento non è posto sull’espressione personale, ma sull’armonia con la natura, sulla disciplina, sulla ripetizione consapevole di gesti essenziali. Nelle arti tradizionali come la cerimonia del tè (chanoyu), l’ikebana, la calligrafia (shodō) o il suiseki stesso, l’artista si annulla per lasciar parlare l’oggetto, l’azione, il momento. È l’assenza dell’ego a fare spazio al significato.
L’artista giapponese non impone, ma si accorda. Non inventa, ma rivela.
È proprio in questo sottile confine — tra il non-intervento e la scelta consapevole — che si colloca il suiseki: un’arte senza artista, o meglio, con un artista silenzioso, non consapevole — la Natura — e un testimone attento — l’uomo, il collezionista.
Apprezzamento estetico.
La frase “apprezzamento estetico” indica che la pietra viene scelta per le sue qualità spirituali e/o il suo potenziale evocativo, e non per il suo valore geologico o per una supposta utilità materiale. Si può essere attratti da una pietra puramente per la bellezza della sua consistenza, forma, colore o composizione. Ma l’apprezzamento estetico nel suiseki va oltre il semplice piacere visivo; l’attrazione può risiedere nella capacità della pietra di evocare immagini o sensazioni più profonde, come una catena montuosa lontana, una figura umana, o l’energia che anima l’universo.
Tutto dipende dal piano di lettura in cui ci riconosciamo: per molti il suiseki è un gioco divertente, una ricerca di forme e significati, mentre per altri rappresenta un modo di esplorare spazi infiniti, dentro e fuori di noi, come un’esperienza meditativa. Qui, l’estetica non è solo un oggetto da ammirare, ma un incontro tra il nostro essere e il mondo naturale, un riflesso della nostra interiorità.
Qualunque sia la ragione per l’attrazione verso una pietra particolare, un suiseki è una pietra da guardare, da “sentire”. E sei tu, collezionista, che determinerai come e in quale modo, almeno inizialmente, la tua pietra sarà vista. Il suo valore estetico nasce dal nostro rapporto con essa: ciò che vediamo non è mai solo ciò che è, ma ciò che noi, nel nostro vissuto, decidiamo di attribuirle.
Nel corso delle fasi di selezione e visualizzazione di una pietra, si acquisisce familiarità con le sue caratteristiche e si costruisce un contesto per la pietra, che guiderà le percezioni degli altri verso l’apprezzamento di quelle qualità. Il tuo sguardo diventa, in un certo senso, il veicolo che trasforma la pietra da un oggetto naturale a un’opera di contemplazione. E se continui a esporre la pietra, a proporla e a discuterne — come facciamo da queste pagine, o come si fa in una mostra o in una collezione — si accresce il percorso iniziato nel momento in cui si è scelta quella roccia da un letto di torrente, in montagna o in un negozio, e si è visto in essa il potenziale di diventare un suiseki.
Il suo apprezzamento non è mai definitivo: ogni nuovo incontro, ogni nuova riflessione, ogni nuova esposizione rivela nuovi strati di significato. In questo modo, la pietra continua a “crescere”, proprio come cresce il nostro legame con essa, ed è proprio in questo processo che l’estetica del suiseki trova il suo pieno compimento.
di Daniela Schifano (Articolo pubblicato sul BCI Bonsai & Stone Appreciation Magazine – Q3 2024 )
Se è vero che “una pietra racconta di una bellezza appartenuta al passato, ma che guarda già al mondo degli spiriti e si preoccupa di lasciare qualcosa a chi guarda, a chi chiede…” ebbene, il suiseki protagonista di queste pagine è il testimone di una storia che mi ha riguardato e influenzato profondamente, ben prima che mi fosse possibile acquisirlo.
Da acerba principiante, ero chi guarda, chi chiede, quando studiavo nel 2007 le poche pagine Internet esistenti all’epoca, e tra queste il sito del collezionista svizzero Martin Pauli. Ero in cerca, nel suiseki, di una estetica diversa da quella delle pietre paesaggistiche dal forte impatto, che mi lasciava inappagata, forse perché il loro fascino mi sembrava tanto scontato quanto effimero.
Nelle pietre proposte da Martin Pauli fui colpita dalla loro diversa bellezza, da una eloquenza silenziosa e tranquilla, al punto di farne, tra i tanti possibili, il mio ideale estetico di riferimento, il mio personale punto di partenza. Lo stile fotografico delle immagini aiutava a creare una atmosfera rarefatta, dove luce e buio erano insieme protagonisti.
Ogni suiseki era accompagnato da descrizioni accurate: luogo di origine, dimensioni, materiale, modalità di acquisizione, eventuali precedenti proprietari.
Kamogawa Maguro Beiten Monyô Ishi
Pietra del fiume Kamo Maguro Beiten Monyô Ishi Misure: 23 cm x 8 cm x 7 cm
“Antica pietra del fiume Kamo. Maguro è la parola che indica il colore nero intenso. “Beiten” significa chicco di riso, “Monyô” significa disegno. La pietra rappresenta una montagna distante. La sua superficie è “sakari” con un motivo a chicchi di riso. Questo meiseki è stato esposto per la prima volta in pubblico all’inizio del 1940.”
Solo dopo molto tempo ho dato un nome a questa bellezza sottile e alla risonanza emozionale che emana, valori espressi dal termine yojō (余情).
In ambito poetico, lo studioso e monaco Kamo no Chōmei (1155-1216) lo definisce “un sovrappiù di senso non apparente nelle parole”, e il poeta simbolista Mallarmé (1842-1898) afferma nel suo stile lapidario: “Nel suggerire un oggetto, c’è il sogno.“
Yojō rappresenta il “surplus dell’emozione” o l’elemento suggestivo, un concetto che va oltre l’apparenza visibile: la suggestione, il fascino persistente, l’impressione duratura.
Suggerimento piuttosto che dichiarazione.
Invece di rappresentare chiaramente un soggetto, yojō si basa sulla suggestione. Un’opera d’arte che incarna yojō lascia spazio all’interpretazione, invitando l’osservatore a completare l’immagine con la propria immaginazione ed esperienza emotiva.
Emozione residuale.
Yojō si concentra sull’emozione residua, quella sensazione che persiste anche dopo che l’opera d’arte è stata osservata. Questo ideale estetico mira a creare un’esperienza duratura che continua a risuonare nell’osservatore, generando un senso di nostalgia, riflessione o contemplazione.
Passarono gli anni e le esperienze, ma questa pietra rimase nel mio immaginario e soprattutto influenzò le mie scelte e il mio gusto nel dedicarmi al suiseki. Forse fu per questo che, quando essa fu messa in vendita dal suo proprietario, la riconobbi immediatamente e decisi di acquisirla. Era la fine del 2022. Martin Pauli mi raccontò la storia della pietra, per la parte che lo riguardava, e successivamente io aggiunsi un altro tassello. Ogni collezionista di suiseki storici sa quanto sia importante datare una pietra attraverso documenti tangibili. A volte informazioni preziose sono affidate al kiribako, la scatola in legno di paulonia che ha come scopo principale la conservazione della pietra. Informazioni come nome poetico, data del ritrovamento, luogo di origine, precedenti proprietari, poesie, annotazioni personali e dipinti possono essere presenti sul lato anteriore e posteriore del coperchio della scatola. Ma sono importanti anche tutte le pubblicazioni che la riguardano, come i cataloghi di mostre a cui ha partecipato, o monografie di collezioni famose.
Martin Pauli acquisì la pietra da Arishige Matsuura, allora Presidente della Nippon Suiseki Association, alla fine degli anni ’90. Stranamente, il kiribako della pietra non riporta nulla, ma la pietra è stata esposta in due edizioni della Meihinten: una volta a nome di Martin Pauli, nella edizione n. 39 che si svolse nel 1999, con il n. 17, ma ho scoperto successivamente che figura anche in una edizione precedente, la n.32 che si svolse nel 1992, esposta con il n. 44 dalla signora Akaogi Shizuko. Martin Pauli mi ha cortesemente donato il catalogo 39, mentre sono ancora alla ricerca del catalogo 32, di cui possiedo solo la foto della pagina. È possibile anche che in anni ancora precedenti il suiseki sia stato pubblicato in un catalogo Kokufu, come accompagnamento a un bonsai, ma sto ancora cercando di trovare l’edizione di riferimento.
La pietra è stata esposta nel 1992 nel suo daiza, molto sottile e delicato, nel 1999 in un suiban:
Dal catalogo della Meihinten n.32 (1992)
Mrs. Akaogi Shizuko
Dal catalogo della Meihinten n.39 (1999)
Mr. Martin Pauli
Il racconto della sorgente dei fiori di pesco.
Stranamente, la pietra non aveva un nome poetico: non è un obbligo, ovviamente, è una scelta a discrezione del proprietario. Sarebbe stato più facile esimermi da un compito così oneroso ma, come diceva Galileo, “i nomi e gli attributi si devono accomodare all’essenza delle cose.” In una storia scritta dal poeta cinese Tao Yuanming nel V secolo, intitolata “Il racconto della sorgente dei fiori di pesco” ( 桃花源記 ) si parla di un luogo nascosto, scoperto per caso da un pescatore, dove si vive in perfetta armonia e serenità. Questo luogo, Tōgenkyō, che significa “Paradiso dei fiori di pesco” o “Terra dei fiori di pesco”, è un concetto culturale e letterario radicato nella tradizione cinese e giapponese, usato per descrivere un luogo ideale, di pace e abbondanza, separato dal resto del mondo e dai suoi problemi. Ma a differenza del concetto di ‘utopia’, Tōgenkyō non esiste, è una incarnazione poetica dell’esistenza che è già nel cuore delle persone. Non è luogo fisico di questa terra, esiste nel profondo dell’anima e non si ha quindi il bisogno di cercarlo.
Sono così arrivata al presente. Potrei tenere questo suiseki gelosamente custodito, perché esso è, per me, qualcosa che va oltre alla sua natura di pietra, e che, come le cose intime, non è necessario esporre, per pudicizia. Ma gli farei un torto, o meglio, lo farei a chi, come me, lo potrebbe sentire risuonare.
Ho quindi esposto “Tōgenkyō” al XXVII Congresso U.B.I., che si è svolto ad Arco di Trento dal 26 al 28 aprile 2024. Nella esposizione ho cercato, con tutti i miei limiti, di suggerire l’atmosfera della stanza del tè, dove si esce temporaneamente dal chiacchiericcio del mondo e dai suoi affanni.
Nel chabana (fiori per il tè) un ramo fiorito di Viburno e un Salix caprea. Ho sperimentato l’immediatezza e la transitorietà di comporre con i fiori.
Il suiban è giapponese, degli anni ’70.
Il B.C.I. Excellence Award, assegnato da Massimo Bandera, B.C.I. Director, è il prestigioso premio che ha aggiunto una dimensione di ulteriore condivisione di bellezza.
Questo suiseki, per me così importante, mi ha dato e insegnato tanto, soprattutto su me stessa.
Da “Il racconto della sorgente dei fiori di pesco” : “Non cercherò più qualcosa che risplende oltre il mare, perché è sempre qui, dentro di me.”
Credits.
Il Bonsai Clubs International è un’organizzazione educativa senza scopo di lucro, promuove l’antica e vivente arte del bonsai e delle arti correlate attraverso la condivisione globale della conoscenza, promuovendo l’amicizia internazionale e consolidando le relazioni mondiali attraverso la cooperazione con individui e organizzazioni con motivazioni coerenti. La rivista trimestrale a colori è in lingua inglese. Può essere acquistata in formato cartaceo o visualizzata on line oppure scaricata in formato PDF.
As many readers may know, the Nippon Suiseki Association’s Meihinten (Exhibition of Suiseki Masterpieces) was traditionally held every year at the Meiji Shrine in June, but as the shrine was no longer a viable location, as of this year it was moved to the Tokyo Metropolitan Art Museum, replacing the Japan Suiseki Exhibition in February.
What many people may not know, however, is that there is also a National Suiseki Union, which is a group of professional suiseki dealers that aims to promote and preserve the suiseki trade. In recent years they have not had much of a public presence, but this year, with the cooperation of the suiseki association, they have launched a new exhibition designed to encourage a broader range of participation, in the hopes that the next generation of enthusiasts will grow.
Come molti lettori sapranno, la Meihinten (Mostra dei Capolavori Suiseki) della Nippon SuisekiAssociation si teneva tradizionalmente ogni anno presso il Santuario Meiji a giugno, ma poiché il santuario non era più una sede praticabile, da quest’anno è stata spostata al Tokyo Metropolitan Art Museum, sostituendo la Japan Suiseki Exhibition di febbraio.
Quello che forse molti non sanno è che esiste anche una Unione Nazionale Suiseki, un gruppo di commercianti professionisti di suiseki che mira a promuovere e preservare il commercio di suiseki. Negli ultimi anni non hanno avuto una grande presenza pubblica, ma quest’anno, con la collaborazione della Nippon Suiseki Association, hanno lanciato una nuova mostra progettata per incoraggiare una più ampia partecipazione, nella speranza di far crescere la prossima generazione di appassionati.
A new approach
In Japanese it is called theZenkoku suiseki ippinten, or the “All-Japan Exhibition of Exceptional Suiseki” (hereafter, “Ippinten”). Rather than focus on historically important or impressive masterpieces of the suiseki world, as the Meihinten does, the Ippinten seeks to be more open to different kinds of stones. Of course, important stones are also welcome, but in addition, on display were examples of polished stones that one might classify as biseki, or “beautiful stones”, a variety of pattern stones that may not come from the more famously recognized collecting sites, and for the first time ever, there is a separate tanseki section where people can display stones that they have found themselves in the field. It has long been taught that aging throughyoseki practices was essential for freshly collected stones, and therefore their display in major exhibitions has not been encouraged in recent years, but this section not only allows them, but actively encourages enthusiasts to put them in the show. For many field collectors, who may not have great deals of money to spend on important stones, this is a most welcome development, as it not only allows for broader participation in terms of accessibility (entry fee for the tanseki section is only ¥3,000, or approximately USD $20), but it also means that stones from local collecting sites that many may not know will be on display, exposing the public to a greater variety of material than they might find at other exhibitions.
Un nuovo approccio
In giapponese si chiama Zenkoku suiseki ippinten, o “Mostra di Suiseki eccezionali di tutto il Giappone” (di seguito “Ippinten”). Piuttosto che concentrarsi su capolavori storicamente importanti o impressionanti del mondo del suiseki, come fa il Meihinten, l’Ippinten cerca di essere più aperto a diversi tipi di pietre. Naturalmente, anche le pietre importanti sono le benvenute, ma in mostra c’erano anche esempi di pietre levigate che si potrebbero classificare come biseki, o “belle pietre”, una varietà di pietre con disegno che potrebbero non provenire dai siti di raccolta più famosi e, per la prima volta in assoluto, c’è una separata sezione dedicata al tanseki, in cui le persone possono esporre le pietre che hanno trovato sul campo. Per molto tempo è stato insegnato che l’invecchiamento attraverso le pratiche di coltivazione (yoseki) era essenziale per le pietre appena raccolte, e quindi la loro esposizione nelle grandi mostre non era stata incoraggiata negli ultimi anni, ma questa sezione non solo le permette, ma incoraggia attivamente gli appassionati a esporle in mostra. Per molti collezionisti del settore, che potrebbero non disporre di grandi somme di denaro da spendere per pietre importanti, si tratta di uno sviluppo molto gradito, in quanto non solo consente una partecipazione più ampia in termini di accessibilità (la quota di iscrizione alla sezione tanseki è di soli 3.000 ¥, pari a circa 20 dollari USA), ma significa anche che saranno esposte pietre provenienti da siti di raccolta locali che molti potrebbero non conoscere, proponendo al pubblico una maggiore varietà di materiale rispetto a quello che potrebbe trovare in altre mostre.
The second floor had stones on display on three of its four walls, two small islands in the middle with stone displayed back-to-back with dividing walls between them, and in the foreground on a table covered with tatami mats, is the separate tanseki section.
Il secondo piano esponeva pietre su tre delle quattro pareti, due piccole isole al centro con pietre esposte schiena contro schiena con pareti divisorie tra loro, e in primo piano, su un tavolo coperto da stuoie di tatami, la sezione separata del tanseki.
Another major difference between this exhibition and the Meihinten is the presence of awards. Bonsai exhibitions like the Kokufuten and Taikanten have historically always issued awards for outstanding entries, and in the past the NSA had an exhibition series called the Sogoten in which awards were given, but awards for suiseki-only exhibitions in Japan tend to be few and far between. The Suiseki Union created awards for six categories: daiza stone, suiban stone, figure stone, pattern stone, abstract stone, and self-collected stone (the tanseki section). Each individual on the selection committee nominates three stones per category, and the one with the most nominations wins (top two runners up are also indicated with cards at the show). The hope is that these awards might encourage enthusiasts to put their best foot forward when participating in the show.
Un’altra importante differenza tra questa mostra e la Meihinten è la presenza di premi. Le mostre di bonsai come il Kokufuten e il Taikanten hanno storicamente sempre assegnato dei premi per le opere di spicco, e in passato l’NSA aveva una serie di mostre chiamate Sogoten in cui venivano assegnati dei premi, ma i premi per le mostre di soli suiseki in Giappone tendono a essere poche e lontane tra loro. L’Unione Suiseki ha creato premi per sei categorie: pietra nel daiza, pietra nel suiban, pietra figura, pietra con disegni, pietra astratta e pietra auto-raccolta (la sezione tanseki). Ogni membro del comitato di selezione nomina tre pietre per categoria, e quella con il maggior numero di nomination vince (i primi due classificati vengono anche indicati con cartoncini alla mostra). La speranza è che questi premi incoraggino gli appassionati a dare il meglio di sé quando partecipano alla mostra.
The exhibition lasted three days, and was held at the Green Club in Ueno, which visitors to the Kokufu exhibition will know as the place where vendors set up stands to sell bonsai, suiseki, and related accessories during the exhibition period. This time too, vendors were located on the third floor, giving visitors an opportunity to add interesting new items to their collections. On the day after the exhibition, there was an auction in which a number of bonsai, suiseki and other items were sold. This helps to generate income for both the suiseki union and suiseki association, and more importantly, it provides a stimulating chance for collectors.
La mostra è durata tre giorni e si è tenuta presso il Green Club di Ueno, che i visitatori della mostra Kokufu conosceranno come il luogo in cui i venditori allestiscono gli stand per vendere bonsai, suiseki e accessori correlati durante il periodo della mostra. Anche questa volta i venditori si trovavano al terzo piano, dando ai visitatori l’opportunità di aggiungere nuovi interessanti oggetti alle loro collezioni. Il giorno successivo alla mostra, si è tenuta un’asta in cui sono stati venduti numerosi bonsai, suiseki e altri oggetti. Ciò contribuisce a generare reddito sia per l’unione suiseki che per l’associazione suiseki e, soprattutto, offre un’occasione stimolante per i collezionisti.
This massive stone greeted visitors at the first-floor entrance of the exhibition. Listed as a Kamuikotan stone from Hokkaido, it has more detail and movement than most of its type.
Questa pietra massiccia ha accolto i visitatori all’ingresso del primo piano della mostra. Classificata come pietra Kamuikotan di Hokkaido, presenta maggiori dettagli e movimenti rispetto alla maggior parte delle pietre di questo tipo.
Also in the tanseki section was this upright stone from the Fujikawa, a river in central Japan, which could be seen as a kind of abstract waterfall stone?
Nella sezione tanseki c’era anche questa pietra verticale proveniente dal Fujigawa, un fiume del Giappone centrale: potrebbe essere vista come una sorta di pietra astratta da cascata?
From U.S.A.
The editor of “Aiseki” magazine found this stone in the Eel River when he visited the US to give a talk at a California Aiseki Kai meeting over ten years ago. The cup-like daiza is a fairly contemporary design that accommodates the round underside of the stone without adding a great deal of visual weight.
Il direttore della rivista “Aiseki” ha trovato questa pietra nel fiume Eel quando si è recato negli Stati Uniti per tenere un discorso a un incontro dell’Aiseki Kai California, più di dieci anni fa. Il daiza a forma di coppa è un design contemporaneo che accoglie il lato inferiore rotondo della pietra senza aggiungere un grande peso visivo.
A differentSetagawa ishi.
This is a stone from the Setagawa outside of Kyoto, which is very different from the Setagawa stones one might expect to find at the Meihinten or other major shows.
Si tratta di una pietra proveniente da Setagawa, fuori Kyoto, molto diversa dalle pietre del fiume Seta che ci si aspetterebbe di trovare alla mostra Meihinten o in altre mostre importanti.
Fugooro ishi.
Fugooroshi stones like this are among the rarest of the so-called “Seven Stones of the Kamogawa”, and on a light bamboo display stand, it is a perfect image for summer, where one might imagine seeking refuge to avoid the heat and humidity of the season.
Le pietre Fugooroshi come questa sono tra le più rare tra le cosiddette “Sette Pietre del fiume Kamo” e, su un leggero espositore di bambù, è un’immagine perfetta per l’estate, dove si potrebbe immaginare di rifugiarsi per evitare il caldo e l’umidità della stagione.
Now, for the show winners. E ora, i vincitori della mostra.
The daiza stone award.
In the daiza stone category, this well-known Kamogawa formerly owned by the Iwasaki family took top prize. Stones like this are hard to deny.
Nella categoria delle pietre nel daiza, questa famosa pietra del fiume Kamo, un tempo di proprietà della famiglia Iwasaki, si è aggiudicata il primo premio. Pietre come questa sono difficili da contestare.
The suiban stone award.
In the suiban category, this Murasaki Kibune ishi took the gold. The Nonbei suiban may be a bit heavy for the low profile of the stone, but it is a masterpiece in its own right.
Nella categoria suiban, questa Murasaki Kibune ishi ha vinto l’oro. Il suiban Nonbei è forse un po’ pesante per il basso profilo della pietra, ma è un capolavoro a sé stante.
The pattern stone award.
This chrysanthemum stone won best in show in the pattern stone category. Seen in the full round, it is almost impossible to count how many flowers there are.
Questa pietra crisantemo ha vinto il premio Best in Show nella categoria delle pietre con disegno. Vista a tutto tondo, è quasi impossibile contare quanti fiori ci siano.
The abstract stone award.
Finally, in the abstract stonecategory, this smooth Setagawa ishi took the prize. Stones like this are best appreciated for their artless forms and textures. One need not force an image upon it, but you can probably imagine as the light shifts over it throughout the course of the day, changes appearing in its shadows would inspire the imagination.
Infine, nella categoria delle pietre astratte, è stata premiata questa liscia pietra del fiume Seta. Pietre come questa si apprezzano soprattutto per le loro forme e texture semplici. Non è necessario imporre un’immagine, ma si può immaginare che, con il variare della luce nel corso della giornata, i cambiamenti che appaiono nelle sue ombre possano ispirare l’immaginazione.
The Tanseki award.
This elevated plateau stone from the Tamagawa won the tanseki award.
Questa pietra altopiano del fiume Tama ha vinto il premio per le pietre esposte nella sezione tanseki.
The figure stone award..
Mikura ishi like this come from Shizuoka Prefecture, and its long, slender form earned it the prize in the figure stone category.
Le pietre Mikura come questa provengono dalla prefettura di Shizuoka e la sua forma lunga e slanciata gli è valsa il premio nella categoria delle pietre figura.
As the show seems to have been well received, it will likely continue in the future, becoming a regular event on the Japanese suiseki calendar. There is no catalogue, but it will receive coverage in the monthly Japanese magazine “Aiseki”, which covers events like this that take place all over Japan, and other parts of the world as well.
We all have our fingers crossed that it will encourage participation from more people, and help stone appreciation flourish all the more.
Poiché la mostra sembra essere stata accolta positivamente, è probabile che continui in futuro, diventando un evento regolare nel calendario giapponese del suiseki. Non è previsto un catalogo, ma l’evento sarà pubblicato sulla rivista mensile giapponese “Aiseki”, che si occupa di eventi come questo che si svolgono in tutto il Giappone e anche in altre parti del mondo. Incrociamo le dita perché questo incoraggi la partecipazione di un maggior numero di persone e aiuti l’apprezzamento della pietra a crescere ulteriormente.
Wil in Japan
Credits.
Shakkei Group ringrazia Wil, il nostro inviato speciale dal Giappone, che ancora una volta ci ha svelato i retroscena e le motivazioni di una mostra che per noi occidentali era rimasta poco comprensibile. Tenutasi il 24 e il 25 agosto, a Tokyo, nella sede del Green Club, location del grande mercato bonsai che si svolge parallelamente alla Kokufuten, a febbraio, già la denominazione utilizzata sui Social, 1° Mostra Nazionale del Suiseki, faceva capire che l’evento introduceva alcune novità: un carattere nazionale, ad esempio, una suddivisione in tre sezioni (speciale, ordinaria e tanseki), l’assegnazione di premi e un grande, ricchissimo mercato, anche con prezzi abbordabili, dove erano in vendita non solo suiseki, ma anche gli accessori principali per la loro esposizione (tavoli, suiban e doban). Mentre la sezione ‘speciale’ era ospitata al pian terreno, utilizzando grandi spazi e allestimenti ‘tradizionali’, le esposizioni delle sezioni ordinaria e tanseki erano organizzate in modo da privilegiare il singolo oggetto, la pietra. Quindi, in uno spazio ridotto sono state posizionate moltissimi suiseki, anche allineati in tre file, al fine di aumentare il numero degli oggetti in mostra. Nel totale, nelle tre sezioni erano esposti 125 suiseki.
L’articolo di Wil ci obbliga ad alcune riflessioni. La necessità di rendere il suiseki più ‘abbordabile’, in termini di costi e anche in termini di ‘tempo’, ad esempio: in Giappone gli appassionati che cercano pietre sui fiumi non mancano, così come non manca il materiale geologico di qualità e i luoghi dove fare ricerca. Con questo evento si è voluto aprire il mondo delle mostre, le mostre con la M maiuscola, anche a queste pietre, con una importante concessione: nella sezione tanseki erano ammesse pietre anche appena trovate, che quindi non erano costate nulla, né in termini di tempo, né in termini di denaro, che non avevano sviluppato attraverso il processo di invecchiamento la tanto ricercata pelle, che rende una giovane pietra un suiseki.
Ammesse quindi anche le cosiddette pietre giovani, la mostra è rimasta comunque fedele alla classica definizione di ‘suiseki’: essere prima di tutto somigliante ad un paesaggio, sia posizionato nel daiza sia nel vassoio. Ad esse hanno aggiunto le pietre figura, le pietre disegnate e le pietre ‘astratte’, queste ultime che da sempre fanno parte del mondo della cerimonia del tè, dalla forma indefinita, poco somiglianti a un paesaggio reale, ma che ispirano l’immaginazione.
E i premi, un’incentivo alla partecipazione, sono stati assegnati nel rispetto di questa suddivisione: dare un premio a parte per la sezione tanseki sottolinea comunque che le pietre appena raccolte devono essere differenziate dalle altre. Già, i premi: mentre nelle mostre occidentali si sta affacciando timidamente un pensiero revisionista sulla loro valenza, in Giappone si introducono, proprio come ulteriore stimolo a partecipare, ad impegnarsi.
C’è anche da notare che, insieme ai suiseki, senza differenziazioni da essi, sono state esposte anche quelle pietre, chiamate biseki (belle pietre), che sono lucidate al fine di migliorarne la loro principale caratteristica, la superficie, e che quindi per definizioni non sono completamente naturali.
Perché queste scelte? Sembra chiaro che il motore sia economico, che non si voglia tenere ai margini anche l’appassionato della ricerca sul campo, perché i suisekisti di oggi saranno i collezionisti di domani. Anche una giovane pietra, appena trovata e senza il dovuto invecchiamento, necessita di un daiza, di un vassoio, di un tavolo, per essere esposta. Sembra altrettanto chiaro, però, che si sia unito e non diviso, aggiunto e non eliminato, nel tentativo, legittimo, di rivitalizzare il mercato e la distribuzione del suiseki coinvolgendo il primo motore, quello degli appassionati.
“Questo è anche uno dei ruoli della diffusione della cultura. Il rapporto tra clienti e professionisti, il valore culturale originario e il valore di mercato degli oggetti possono essere ingranaggi che si muovono insieme come parti indispensabili uno per l’altro.”
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