Piango sul riso bollito

Piango sul riso bollito

Kamogawa ishi “Utsu no yama


Questa bellissima pietra, molto antica, ha un nome poetico che mi ha incuriosito : “Utsu no yama” ( 宇津乃山 ) , ” Monte Utsu”. Misura ‘solo’ 14,5 cm in lunghezza, è una pietra del fiume Kamo e fu di proprietà del famoso collezionista Suifu Sanjin (1921 – 1994).

Il vero nome di Suifu Sanjin era Masashi Usui (薄井正志) ed era nato a Ibaraki. Prese il nome Suifu , l’antico nome della sua città natale, e Sanjin, che significa literati, quindi come riferimento ai letterati dell’antichità. Bonsaista e calligrafo, ha realizzato anche pregievoli vasi bonsai che a causa della produzione limitata hanno quotazioni molto alte. Realizzava a volte anche i daiza delle sue pietre e, come in questo caso, scriveva sul kiribako la storia e le sue impressioni sul suiseki.

Il kiribako di “Utsu no yama”

L’iscrizione non è antica, ma è dello stesso Suifu Sanjin. Identifica la pietra come una Kamogawa ishi e dice che in precedenza era di proprietà di Matsudaira Harusato, signore del feudo di Matsue, e famoso maestro del tè sotto il nome di Matsudaira Fumaiko (1751–1818).

Bene, se avessi il dono dei viaggi nel tempo correrei lì, per scoprire, se possibile, come e quando e da chi la pietra fu accostata al monte Utsu, forse in una cerimonia del tè ?

In effetti, esiste un monte Utsu, nella prefettura di Shizuoka, non molto alto ma con un valico difficile da fare a piedi, a quei tempi. E quello che ho scoperto va oltre la mera orografia giapponese: il monte Utsu è un meisho, un luogo che diventa famoso in quanto citato nella poesia e nei dipinti antichi, quindi deduco che una pietra esteticamente ‘superiore’ sia stata collegata a qualcosa di ancora più alto, nel campo artistico. Quando e perchè sia successo, non mi è possibile raccontarvelo, non lo so. Ma ben prima dell’anno 1000, il monte Utsu era stato teatro di uno degli episodi de ‘Ise monogatari‘- I racconti di Ise, una raccolta di poesie waka e narrativa, risalente al periodo Heian, di centoventicinque racconti di viaggio, che diventano l’occasione per la composizione e la declamazione di versi poetici. Non sono accertati nè la data esatta di composizione nè la paternità, ma nel Kokin Waka Shu sono presenti 30 poesie de ‘Ise monogatari’, tutte attribuite al poeta Ariwara no Narihira (825-880).  

Nel capitolo 9 è presente un brano molto famoso che cita il monte Utsu. Vorrei procedere accompagnando i brani di narrativa e poesia ai tanti frammenti pittorici che hanno ‘raccontato’ questa storia nei secoli successivi.

“Tempo fa un uomo aveva l’impressione che restare nella capitale fosse diventato pericoloso e pensò di cercare una nuova abitazione nelle province orientali, verso cui si incamminò con un paio di vecchi amici. Poiché nessuno conosceva la strada, procedettero con esitazione, finché giunsero in un luogo chiamato Yatsuhashi.

Scesi da cavallo, si sedettero all’ombra di un albero, nei pressi di una palude, e fecero uno spuntino di riso bollito. Nei dintorni c’erano iris meravigliosamente fioriti. Osservandoli, uno del gruppo si rivolse all’uomo, esortandolo a comporre una poesia che avesse per tema ciò che provava in cuor suo: ogni strofa doveva iniziare con una sillaba del nome del fiore kakitsubata” ( Iris laevigata ).

Questa tecnica, chiamata oriku, era spesso usata come una sorta di gioco intellettuale fra poeti. Attenzione… HA può anche essere letto BA.

Yatsuhashi, “Otto ponti”

Allora l’uomo recitò la poesia che dice:

Karakoromo
Kitsutsu narenishi
Tsuma shi Areba
Harubaru kinuru
Tabi o shi zo omou

“In terra lontana vaga il mio pensiero
rotto dal pianto per questo lungo viaggio.
Io ricordo la donna che nella capitale attende
simile a quest’abito cinese che da sempre m’accompagna.”

Nessuno riuscì a trattenere le lacrime che scesero abbondanti sul riso bollito.

Rimessisi in cammino, giunsero nella provincia di Suruga. Dopo aver raggiunto il monte Utsu, la strada si fece scura e stretta, circondata da una densa macchia di edera e aceri. Si sentivano ormai profondamente scoraggiati dalla dura esperienza alla quale si stavano sottoponendo, quando, d’improvviso, comparve loro dinanzi un monaco errante, il quale domandò dove stessero andando per una simile impervia via.

Osservatolo, l’uomo comprese che si trattava di un volto conosciuto in precedenza nella capitale, dove il monaco stava tornando.
Pensò allora di inviare un messaggio nella sua città e scrisse una lettera con una poesia d’amore, piena di desiderio, disperazione e tristezza, da consegnare alla donna amata.

“La via dell’edera attraverso il Monte Utsu (Utsu no hosomichi)” – 1815
Sakai Hōitsu (1761–1828)

Harvard Art Museums

 

Suruga naru
Utsu no yamabe no
utsutsu ni mo yume ni mo hito ni
awanu narikeri

“Presso il monte Utsu
nella provincia di Suruga
son giunto.
Non nella veglia e neppure in sogno
riesco ad incontrarti.”

Scritta la lettera, l’affidò al religioso e proseguì il suo viaggio verso Edo.“.

Scena dai Racconti di Ise: “Monte Utsu”
Fukae Roshū (1699-1757)
Metropolitan Museum of Art

 

Utsu è un gioco di parole sulla parola utsutsu, il cui significato letterale è “realtà” (quindi risveglio dal sogno) e anche “montagna di tristezza“, perchè non riuscire a vedere l’innamorata neanche in sogno significa che lei non lo sta pensando. Nell’antica tradizione giapponese, infatti, si riteneva che vedere il proprio amante in un sogno significava che entrambi pensavano intensamente all’amato.

I primi due versi servono a fornire un’indicazione indiretta del luogo in cui si trova il poeta e a introdurre ‘utsutsu‘ (“realtà”, “momento di veglia”) attraverso un’identità di suoni tra utsu e utsutsu.

Potrei continuare in questo percorso, tra “Le cinquantatré stazioni di posta del Tokaido” di Hiroshige e la sua visione del passo del monte Utsu, e “Lo stretto sentiero verso il profondo Nord” di Basho, che hanno, fra pittura e versi, il motivo del viaggio. Oppure parlarvi del dramma Nō “Kakitsubata” che ha come protagonista lo spirito dell’iris d’acqua (shite) che danzando racconta a un monaco errante la storia di Ariwara no Narihira e del suo amore per la principessa Takako.

E pensare che eravamo partiti da una piccola pietra che porta il nome di un monte sconosciuto.


Covid Strikes Again… and Again

Covid Strikes Again… and Again


by Wil in Japan
“The 9th Japan Suiseki Exhibition”


(Posizionando il mouse sul testo si sovrappone la traduzione in italiano)

And so the fun just never seems to end. The Omicron wave was somewhat delayed in its wash over Japan, but come it did nonetheless, and just as planning for the Kokufu and suiseki exhibition was getting underway. Soft lockdown restrictions went back into place, borders were tightly sealed, and how museums would react remained unclear. Plans had to be put on hold… again.

While certain exhibitions were indeed canceled and many museums shifted to advanced-reservation, appointment-only admission policies, the Tokyo Metropolitan Art Museum kept its doors open to both the suiseki association, and the public at large. The uncertainty meant that publication of the catalogue was delayed, but in the end the show went on.

Having said that, the atmosphere of the exhibition was subdued, to say the least. While participation from abroad was consistent with years past, no visitors from outside of Japan were able to attend, and in fact very few from outside of Tokyo deigned venture into the big city either, lest they risk bringing the virus back to their local communities – a fair consideration. Attendance was accordingly low, but one hopes that those who visited did not leave disappointed.

The star of the show was an antique bonseki, never before seen in the suiseki world. It belongs to the Kohoan temple in Kyoto, which is a sub-temple of the Zen sect Daitokuji complex. Though the exact date is unclear, it has reportedly been housed there, unmolested and in its current manner, since the late 18th or early 19th century, after Matsudaira Fumaiko (1751–1818) displayed it in one of the temple’s tokonoma during a tea ceremony.

Its manner of display is not one we see in modern bonseki, though books on the subject from the Edo period illustrate the practice and multiple variations thereof. The stone is cut perfectly flat, and lacquered on the bottom so as not to scratch the delicate surface of the lacquer tray it is displayed in. Placed directly in the center, a perimeter of small white pebbles was then laid out around it in the so-called Moriyama technique.

The effect is one of visual isolation.

Kohoan Bonseki

Placed in the black tray on its own, the color of the dark stone would blend in and its form would perhaps be partially lost, but the contrasting white field created by the pebbles around it brings the stone into focus, and draws our eyes directly to it. One should not interpret this in a literal fashion – it is not a mountaintop penetrating through a blanket of clouds – but a suggestion of purity, isolating and elevating the stone to a contemplative, conceptual plane. One would expect nothing less from a bonseki housed in such an important Zen temple.

In stark contrast was the modern Hosokawa school bonseki display nearby. There is little room for lofty interpretation here. Entitled “Mount Ontake”, meticulous brush and featherwork give life to the image of vast mountain range under a full moon in fine white sand, while in the foreground a group of colorful chrysanthemum stones adds a near-view, seasonal flourish. As sensitive and beautiful as it is, its concrete expression is remarkably different from that of the Kohoan bonseki.

"Mount Ontake" bonseki

“Mount Ontake” : modern Hosokawa school bonseki

While we are on the subject, readers of Japan Suiseki Exhibition catalogues will most likely have come across the word “bonsan” and wondered what on earth it meant.

How is it different from “bonseki”? Or “suiseki” for that matter?

While this is not the place to launch into an in-depth analysis of the words’ historical usage, it can be said with certainty that for a time they were used interchangeably and meant the same thing.

Specifically, “bonseki” means “tray stone” (盆石), and “bonsan” means “tray mountain” (盆山). And as the majority of bonseki were indeed mountain shaped, and for a time in history the two things were essentially one in the same. However, in the modern world of bonseki we also do occasionally see non-mountain stones, as witnessed in the previous Hosokawa school display that used pattern stones to give viewers a close up view of a field of flowers, offsetting the landscape in the distance.

We also see in bonseki that multiple stones can be used together in one display, and therein lays the difference.

The current definition and usage of the word “bonseki” is broad, and while it can refer to a single mountain-shaped stone displayed on its own, it can also include groupings of multiple stones that are not shaped like mountains.  In contrast, in modern times “bonsan” only refers to mountain-shaped stones that are displayed on their own.  Most often, they are single peaked, and asymmetrically balanced, though of course those are not definitional requirements so much as they are prevalent tendencies.  In truth, the word “bonsan” is not used very often in this day and age, and if you looked hard enough you could most certainly find historical exceptions to the explanation offered above, but this is how people in the NSA use it today.

Back to the exhibition, this year featured a variety of material, including a few fairly unconventional displays that one does not often see in public exhibitions like this.

One was a tokonoma display of a Setagawa ishi in a suiban. If it raised the eyebrows of some, it may have opened the eyes of others.

Setagawa ishi in a suiban

Rather than the finely glazed and carefully shaped suiban we are used to seeing, this is a thick, wavy slab of Shigaraki stoneware, made by contemporary ceramicist Tsujimura Shiro. Sand is spread in a naturalistic manner in the center, and the stone, with its suggestion of a shallow lake on the top, is placed slightly off to the right.

Is it a boat stone?
Or a landscape stone?

Tokonoma display

The arguably too small ink painting of the moon overhead is in fact by the same artist, and could guide the viewer’s interpretation in either direction. Yesteryear’s orthodoxy may pass such an expression by without giving it due consideration, but those with more of an imagination would surely have found it inspiring.

While thinking in this more creative vein, let us consider two other unique displays.

One was a charming little Tamagawa ishi, named “Tale of the Toad” in reference to an old Japanese story.

“Tale of the Toad”

Tamagawa ishi
“Tale of the Toad”

Hats off to the individual who saw the toad when they picked up the stone in the river, and kudos to the daiza carver who completed the picture. The kumihimo cord knotted in the shape of a turtle adds a bit of auspicious aquatic symbolism, and the decorative mat provides a framework. Suiseki does not have to be a brooding philosophical quest or high-minded poetic allusion ALL of the time, sometimes it can just be fun. The literary reference suggested here makes one want to read the story and learn more.


A small Kamogawa waterpool stone also demonstrated that there is more than one way of doing things.

“Chinza fuketsu”

Kamogawa ishi
“Chinza fuketsu”

The stone is named “Chinza fuketsu”, which is difficult to translate concisely, but means something along the lines of “enshrined cave from which cold wind blows”, suggesting a deep opening in the earth with untold mysteries in its depths.

The “enshrined” aspect of the name pulls it toward the Japanese Shinto tradition, and implies that the cave is sacred, and should be approached with reverence. The arrangement of small grey pebbles around the stone elevates its status by defining a sacred perimeter around it, creating a boundary between our world and the world of the kami that reside within. Unconventional though such an arrangement may seem, we must keep in mind that there could be a deeper meaning below the surface.

Having said that, from a more practical standpoint it could also be said that while the stone is in fact too small for the suiban, the pebbles enlarge the area it consumes, helping it to balance the space. One might even argue that the technique has an historical precedent of sorts, as witnessed in the Kohoan bonseki display previously discussed. Here, it accomplishes two things, one conceptual, one visual.
Two birds, one stone (and a handful of pebbles).


Of course, the vast majority of displays were more in line with what you would expect to find in a Japanese suiseki exhibition.

This Kanayama ishi from Hokkaido was simply named “Cape”, and presents us with a dramatic seaside promontory. Careful inspection reveals a tunnel passing through its center, and the fan-shaped painting of geese descending against a full moon identifies the season as autumn. One can almost feel the cool breeze blowing over the ocean.

Kanayama ishi
“Cape”


Another autumn scene presents a very different picture. This well-known stone has been mistakenly published as an Ibigawa ishi in the past, when in fact it is a beni Kamogawa ishi, with an auburn coloration so deep it is almost unrecognizable. The stone’s soft, dull patina is incredibly old, and suits the subdued tenor of the season established by the painting. Use of the bright white suiban is certainly debatable, but surely the exhibitor had their reasons.

beni Kamogawa ishi


The special exhibition area this year focused on the collection of one Honde Kozaemon, who owns a number of important suiseki, including this wonderful Setagawa kin’nashiji ishi. This type of Setagawa stone is quite rare, and its beauty speaks for itself.

Setagawa kin’nashiji ishi

Setagawa kin’nashiji ishi


This well-known Mikura ishi from Shizuoka Prefecture shows beautifully on its thin daiza, and is one of the most recognized waterpool stones in Japan. Its center is deeply eroded, and resembling a tsukubai (type of stone washbasin found in Japanese gardens), it is the type of stone that would appeal to practitioners of the tea ceremony.

Mikura ishi
Waterpool stone


Ubusan seki like this are of a very dry looking, almost sandstone like material, which perfectly suits the atmosphere of a dilapidated hut stone like this.

Ubusan

Ubusan seki
Dilapidated hut stone


This doban display of a coastal Kamogawa ishi on a bamboo display stand is perfect for summer. Seeing it here in the cold month of February makes one anxious for warmer weather to come soon.

Kamogawa ishi

Kamogawa ishi


Despite the attendance and reserved atmosphere of the time, there were a number of inspiring entries this year, and we can only hope that peace prevails throughout the world in the months to come so that the 10th installment of the exhibition next year will be a great success, and a show to remember.

Wil in Japan


Credits.

Shakkei Group thanks a very special correspondent, who accompanied us on a virtual visit among the suiseki exhibited at the ninth edition of Japan Suiseki Exhibition, closed again to the presence of the Western world of enthusiasts, to whom we are giving the version in the original language, of this reportage, available in Italian also, in the Italiansuiseki website, at the page Di nuovo… Nonostante la pandemia
We are therefore deeply grateful to Wil, for helping us understand, with his explanations, what the stones do not always say.

Shakkei Group ringrazia un inviato molto speciale, che ci ha accompagnato in una visita virtuale tra i suiseki esposti alla nona edizione della Japan Suiseki Exhibition, di nuovo chiusa alla presenza del mondo occidentale degli appassionati, a cui stiamo regalando la versione in lingua originale, di questo reportage, disponibile anche in italiano, nel sito Italiansuiseki, alla pagina Di nuovo… Nonostante la pandemia
Siamo quindi profondamente riconoscenti a Wil, per averci aiutato a comprendere, con le sue spiegazioni, quello che le pietre non sempre dicono. 


Kuon

Kuon

«Il futuro non esiste nel futuro.
Nasce solo dalle nostre azioni nel presente» (Wangari Maathai)
«Possiamo iniziare il cambiamento proprio adesso» (Greta Thunberg)

Questi pensieri sparsi nascono da un suiseki: si chiama Kuon [ 久遠 ], che viene genericamente tradotto dal giapponese come “Eternità”, in inglese “Forever”. Come sempre mi accade, ho iniziato a dipanare un filo, studiando il significato del termine e senza accontentarmi di una traduzione letterale. Questo cercare a ritroso mi ha sempre svelato storie e significati che non conoscevo, dandomi l’opportunità di fermarmi a riflettere.

Iniziando la ricerca dall’etimologia di kuon 久遠, i due kanji separatamente significano “lungo tempo” e “distante”, attualmente usati con il significato di eternità anche in contesti ordinari, ad esempio come nome proprio maschile.

Liberamente, appunto. Cosa vuole dire veramente eternità ? Esiste qualcosa che esiste ‘per sempre’ ? Gli innamorati si giurano ‘amore eterno’, noi stessi non riusciamo a accettare l’idea della nostra morte. Non ci chiediamo con angoscia dove si era prima di nascere, ma sembra inaccettabile non esserci più.

Si ha l’impressione che l’uomo moderno preferisce calarsi e perdersi solo nella trama di questa vita, dove nascita e morte è  l’unico gioco di alfa ed omega, che segna il traguardo definitivo di ciò che è [….] ma c’è in ognuno una latente percezione  di eternità; un brivido di infinito che nessuna siepe, di memoria leopardiana, riesce o può  ostruire, essendo sempre vivo nel cuore il desiderio di non concludere il viaggio terreno  come un qualsiasi fagotto.

Quindi, anche se viviamo estraniati nell’oggi, ogni tanto cerchiamo il senso dell’eternità del nostro essere, del perdurare della nostra essenza e delle cose attorno a noi. E il divenire temporale è uno dei primi misteri da sciogliere, perché se il passato non esiste più e il futuro non è ancora arrivato cosa è l’eternità? Sembra infatti esistere solo il momento presente, che in un attimo fugge via.

Il pensiero filosofico occidentale ha dato le sue risposte, la scienza ha fatto del tempo una grandezza relativa, in Oriente il pensiero si fa pratica quotidiana.

Per Aristotele e Platone l’eternità è una successione cronologica illimitata, una sequenza di intervalli di tempo sia precedenti sia posteriori a un istante dato, ma non essendoci uno strumento in grado di misurarla essa si configura come una congettura, e fa parte del mondo della metafisica. Nietzsche invece la vede come una temporalità ciclica, una eterna ripetizione dello stesso attimo. Per Agostino, il tempo stesso ha avuto un inizio e solo Dio si trova in una condizione atemporale, a cui l’uomo potrà giungere solo dopo la morte. Sono solo accenni del grande lavoro speculativo realizzato dai pensatori nel corso dei secoli su questo argomento.

Nella dottrina buddhista si trova spesso il termine kuon, nel Sutra del Loto, il testo sacro buddhista, dove indica il tempo incommensurabilmente remoto, incalcolabile, in cui il Buddha arrivò all’illuminazione, e non un tempo ‘umano’ determinabile e databile (all’incirca 2600 anni fa, in India).

La figura storica di Nichiren Daishonin (1222-1282), monaco fondatore della omonima scuola buddhista giapponese forse più diffusa, ne analizzò il significato, dandone per l’epoca una interpretazione rivoluzionaria. Nella Raccolta degli insegnamenti orali Nichiren Daishonin afferma:

«Kuon [tempo senza inizio] significa qualcosa che non è stato forgiato, che non è stato migliorato, ma che esiste così come è sempre stato» (BS, 117, 54)

“Nel suo vero senso, il concetto di Kuon Ganjo [ 久遠元初 ] non significa solo il passato infinito; piuttosto indica un tempo senza inizio, un’eternità senza inizio né fine, oltre i confini del tempo. In questo senso l’eternità è la continuazione ininterrotta di un singolo momento. Quindi, il momento presente o qualsiasi momento contiene l’esistenza ultima in cui il passato senza inizio e il futuro infinito sono entrambi contenuti. Kuon Ganjo equivale quindi al momento presente”. {Fondamenti di Buddismo, P.79} 

La dottrina si fa pratica: il momento presente ha un’importanza suprema. Non serve a niente soffermarsi sul passato. Sforzarsi al massimo nel presente e nutrire grandi speranze nel futuro è ciò che caratterizza una persona saggia. […]
Tutto comincia da ora. Il passato non esiste più e il futuro non è ancora arrivato. Tutto ciò che esiste è il momento presente. E in un lampo il presente diventa passato. Esiste e allo stesso tempo non esiste. È vuoto, o ku, lo stato di vacuità o non sostanzialità. In questo stato la vita continua, momento per momento, e non esiste al di fuori di questo momento.

Daisaku Ikeda (attuale presidente della Soka Gakkai International) elabora ulteriormente e illumina questo principio del buddismo di Nichiren:

“Nel buddismo di Nichiren Daishonin, tuttavia, Kuon – che è spesso interpretato come il passato infinito – in realtà non significa affatto il passato. Significa eternità, o l’aggregato di ogni singolo momento del tempo. Una volta che ti rendi conto che Kuon esiste in ogni momento, non è più corretto dire che si diventa un Buddha, ma che ci si risveglia al fatto di essere un Buddha per cominciare. “

Per cominciare. Oggi. Senza rinvii. Perché, anche senza essere buddhisti, il futuro che desideriamo sta tutto nel passo che compiamo ora.


Purtroppo non saprò mai quali flussi di pensiero seguì, nel darle il nome Kuon, colui che nel 1966 trovò questa pietra, così simile alla lacca nera. Forse semplicemente voleva affidarla, insieme a se stesso, all’eternità.


Tra autunno e inverno, aspettando primavera

Tra autunno e inverno, aspettando primavera

Incontri: Paco Donato e Daniela Schifano


“Riprendendo le parole del presidente della Nippon Bonsai Sakka Kyookai Maestro Tomio Yamada, possiamo dire molto tranquillamente che il suiseki, parallelamente al bonsai, è anch’esso l’arte del sansui (dare vita al paesaggio), fino a diventare un’astrazione.
E’ il vedere «Come», un’immagine in cui ne viene meno l’espressione della forma esteriore, imitazione della forma reale, mostrandone la sua natura essenziale. E’ un punto d’incontro tra immaginazione e realtà, portandoci ad apprezzare la bellezza della natura attraverso la forza evocativa della pietra, che ci ispira con la sua particolare forma e ci invita ad ascoltare il silenzio, fino a diventare un dialogo in cui il nostro atteggiamento nel rapporto con la pietra (natura) è il nostro modo di essere e di sentire.”

Paco Donato

A distanza di un anno, abbiamo il piacere di proporre, con un nuovo format, due delle quattro esposizioni realizzate da Daniela Schifano e Paco Donato per l’incontro didattico on line, avente come tema “I Suiseki: tra immagine e realtà”, riservato ai Soci Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe e poi pubblicate su piattaforma YouTube.

Due suiseki, due stagioni, due sentire, due i temi sviluppati, in bilico tra uno scorcio di autunno e un incipiente inverno… aspettando primavera.

Il tempo (stagioni e mesi) si fonde con lo spazio (paesaggi e luoghi). La Natura, maestosa, eterna nel suo mutare e rinnovarsi mediante il ciclo delle stagioni, è la protagonista assoluta delle nostre esposizioni.


“L’attesa” – di Paco Donato

“Ciò che vediamo, dipende da noi stessi.”

Paco Donato



“Chōrō” – di Daniela Schifano

“Nel folle tempo che stiamo vivendo, abbandonarsi alla bellezza, all’arte, alla cultura, è un piccolo atto di ribellione. Necessario, per sopravvivere, almeno per me.”

Daniela Schifano



Credits.

Ringraziamo Nippon Bonsai Sakka Kyookai Europe per aver condiviso con Shakkei Group uno degli “Incontri online – Autunno 2020“, una iniziativa che ha permesso ai Soci, durante i difficili periodi di isolamento forzato, di continuare a dialogare, a confrontarsi, a vedersi.

Per vedere l’intera serata : Relazione di Paco Donato e di Daniela Schifano: suiseki tra immagine e realtà. – YouTube


Le suggestioni fra suiseki e versi

Le suggestioni fra suiseki e versi


“Quando una pietra diventa poesia”

di Antonio Sacco


In questo scritto mi piacerebbe prendere in considerazione le relazioni che sussistono fra le pietre artistiche di fiume (suiseki) o, più in generale, le pietre contemplative e gli scritti poetici a esse associate. Cercherò di spiegare il perché di questo accostamento e giustapposizione all’apparenza così lontana e inusuale fra queste differenti arti: per quale motivo, quindi, è pratica sempre più diffusa associare, durante un’esposizione o un concorso di suiseki, una poesia oppure una frase poetica a una pietra? E che cosa accomuna queste arti nate entrambe nella delicata e sensibile cultura nipponica, ma che di primo acchito hanno come oggetto temi così diversi?

Il rotolo che accompagna il bonseki in copertina Koharu Fuji o “Little Spring Fuji,  realizzato da Yoshida Hakuma (1720-1786), un poeta di haiku e seguace dello stile di Matsuo Basho, datato 1782.

Anzitutto diciamo che scopo di una poesia (sia essa di una sola frase o una poesia haiku o di altro genere) inserita in un tale contesto dovrebbe avere un effetto facilitatore per una comprensione più vasta e profonda del suiseki stesso. Uno fra i possibili effetti potrebbe esser quello di trasportare il fruitore delle opere d’arte così ottenute (suiseki e poesia) in una dimensione contemplativa più pregnante, più densa di significato e maggiormente intrisa dei canoni estetici tipici non solo del suiseki o della letteratura, ma comuni a tutte le arti giapponesi. Tali arti giapponesi, ricordiamolo, hanno tutte il minimo comune denominatore della suggestionabilità come segreto a monte di queste espressioni artistiche.

Che siano pochi colpi di pennello (come avviene nella pittura sumi-e), oppure soltanto diciassette “on” (nel caso degli haiku), o linee e curve appena accennate nei suiseki: tutte queste manifestazioni artistiche suggeriscono piuttosto che mostrare esplicitamente.

Bisogna precisare e porre enfasi sul fatto che è comunque di estrema importanza il “come” si giustappone una poesia o una frase poetica a un suiseki: a tal proposito penso che le relazioni che sussistono fra poesia e suiseki siano molto simili e in parte equivalenti a quello che avviene nello haiga. Per haiga (i. e. “dipinto haikai”) si intende una particolare forma artistica dove una poesia haiku viene affiancata o, meglio, integrata da un disegno oppure da altra forma visiva. Così, nel caso di suiseki e poesia, anch’essi condividono lo stesso spazio, lo stesso contesto espositivo, completandosi a vicenda senza, però, sovrapporsi di significato: questo, a mio avviso, è un punto di grande importanza.

Così come una buona poesia d’origine giapponese (haiku, tanka, katauta et similia) tratteggia una scena attraverso pochissime parole, rinnegando l’uso di un registro linguistico elaborato e artificioso, così un buon suiseki riproduce il senso di un intero paesaggio stando, il più delle volte, in un solo palmo di mano. Sottolineo una caratteristica di grande importanza: la poesia o frase poetica integra il suiseki e viceversa, cosa che, del resto, avviene anche in uno haiga ovvero tra il dipinto e la poesia haiku. Si viene così a creare un unicum artistico in cui le due parti in causa non devono presentare un’estrema similarità contenutistica: di qui la consuetudine di non nominare mai esplicitamente, nel componimento poetico, ciò che il suiseki rappresenta.

Fin qui abbiamo visto come esistano strette relazioni fra lo haiga e suiseki integrati da componimenti o brevi frasi poetiche: al fine di dare un esempio pratico cito l’affiancamento suiseki/frase poetica di Paco Donato.

La frase poetica che è giustapposta al suiseki, in questo specifico caso, è: «Attesa – lento fluire del tempo». Queste frasi poetiche, inoltre, hanno molto in comune con i così detti monostici, ossia poesie vere e proprie costituite da un unico e solo verso: per dovizia di particolari un vero e proprio monostico è costituito anche da un titolo, il quale è parte integrante del monostico stesso al fine di capire meglio il testo e il contesto nel quale il monostico è inserito. In ogni caso sia le frasi poetiche affiancate ai suiseki sia i monostici rappresentano un frammento molto suggestivo che conserva la propria identità.

Un esempio esplicativo di monostico è il seguente di Donatella Bisutti in “La poesia salva la vita” (Feltrinelli, 2016):

NEL CIELO

La luna si fa punto interrogativo.

Resta il fatto che nella contemplazione di suiseki accompagnati da componimenti poetici, credo che il potere evocativo tanto del suiseki quanto della frase poetica a esso collegato dipenda in gran parte dalla volontà e dalla disponibilità del fruitore dell’opera artistica ad ammettere l’esistenza di una profonda bellezza nella pietra che gli sta innanzi: si tratta, dunque, di una questione di sensibilità personale e artistica. Entrambi, suiseki e poesie, abbozzano solo un’idea: dicono così poco, ma significano così tanto!

Ambedue esprimono molto per mezzo del poco (“all you need is less” o “less is more”), esacerbando e stimolando la fantasia e la suggestione: tanto per i suiseki quanto per i componimenti poetici il punto focale è sempre legato alla sensibilità e “sottigliezza” contemplativa (hosomi).

Mi vengono in mente le parole di Ogiwara Seisensui, il quale, a proposito di poesie haiku, ebbe a dire:

“Ciascun haiku è come un cerchio, di cui una metà è frutto del lavoro dello haijin, chiudere il cerchio è, però, compito del lettore”.

In altre parole, voglio intendere che si tratta di fornire, in questi scritti poetici connessi ai suiseki, uno stimolo opaco e indefinito, il quale possa suggestionare e, infine, esplodere nella realizzazione lirica dentro la mente del lettore/osservatore.

Dunque, si parla di un “ripoetare”, “reinterpretare” in base al proprio vissuto, alla propria sensibilità e ai propri moti d’animo ciò che nell’oggetto artistico è accennato o si intravede soltanto. Che gli scritti poetici, sempre se ben congeniati e strutturati s’intende, accompagnino i suiseki non può far altro che facilitare, come abbiamo avuto modo di vedere, e catalizzare l’atteggiamento contemplativo di chi osserva con attenzione un dato suiseki, trasportandolo in una dimensione “altra”, permeata da un senso di profondo e ineffabile mistero (yūgen).

Non solo, le due arti prese qui in esame presentano, grazie alla condivisione di molti valori estetici tipici dell’arte giapponese, molte affinità e, tali canoni estetici, non possono far altro che da faro per stabilire la qualità e la bontà di uno scritto poetico o di un suiseki.

In conclusione, possiamo affermare che quando a una pietra artistica viene associata una breve ma pregnante poesia, questa non può che accelerare e moltiplicare la potenza evocativa del suiseki stesso: a quel punto la pietra è diventata poesia e la poesia pietra.

Antonio Sacco


Credits.

Shakkei Group ringrazia Antonio Sacco, poeta e haijin, che ha messo su carta le sue riflessioni sul legame tra i suiseki e la poesia. Da poeta sensibile sembra saper leggere tra le pieghe delle pietre con rara sensibilità e coglierne l’indefinibile fascino.


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