I sette principi nel suiseki

I sette principi nel suiseki


“Questo è il lascito del Maestro Ichiyu Katayama”
di Masayuki Rokumei Nomura


Nota introduttiva.

Abbiamo chiesto all’amico Masayuki Nomura alcune sue riflessioni sul suiseki, e egli ci ha suggerito di riproporre ai lettori italiani il testo della sua conferenza, tenutasi in occasione della 11^ edizione della Crespi Suiseki Cup, nel 2015, di cui era giudice e ospite d’onore. Con l’autorizzazione di Crespi Bonsai, che ringraziamo, pubblichiamo il testo integrale della lettura di Nomura san, magistralmente tradotta da Susanna Marino.
Guardando al futuro, Crespi Bonsai annuncia che l’appuntamento con il 14^ Raduno Internazionale del Bonsai & Suiseki è stato fissato per settembre 2022.



Cosa significa la cultura del suiseki per l’uomo di oggi ?
E che cos’è il suiseki per la cultura giapponese odierna ?

di Masayuki Rokumei Nomura, 2015

Si dice e si diceva che quello del suiseki sia o fosse un hobby “conclusivo”, nel senso che si tratta di un mondo al quale si giunge gradualmente, dopo aver sperimentato varie cose.

Sono infatti innumerevoli le conoscenze richieste: nell’ambito della pittura policroma e monocroma giapponese, della disposizione delle pietre, dei kakemono, della conoscenza vera e propria di pietre e rocce (litografia), degli elementi di accompagnamento, dei tavolini nonché di altre forme espressive della tradizione nipponica, come la cerimonia del tè, la calligrafia, la disposizione dei fiori, la religione/filosofia che ne è alla base, l’antiquariato, le ceramiche e le porcellane, i metodi di disposizione decorativa e via dicendo. Insomma, l’insieme di tutte queste conoscenze dà vita alla esposizione di un suiseki, un hobby globale che cerca il suo spazio nel cuore delle persone e della loro vita quotidiana.

In fondo, il suiseki non è una pietra buona o cattiva che si ammira in base alle sue qualità (forma, colore, equilibrio, ecc.). Certo, questo è ciò che noi facciamo e di cui teniamo conto quando guardiamo una pietra.

Ma allora che cos’è il suiseki ?

E’ un “cammino artistico” di decorazione estetica che si attua all’interno di una stanza/spazio tramite l’uso delle pietre. Anche se abbiamo tra le mani una pietra meravigliosa, potenzialmente decorativa, ma non sappiamo come disporla, è come se avessimo una pietra morta. Il suiseki, quindi, si prefigge lo scopo di disporre al meglio – in modo estetico e decorativo – la pietra all’interno di uno spazio. La stessa pietra, disposta in modo diverso, farà risaltare o meno la sua bellezza intrinseca.

Ecco allora come potremmo definire la ‘via del suiseki‘ : essa evidenzia un interesse silente e pacato nei confronti di una pietra, di un paesaggio posto in una composizione spaziale decorativa d’interno incentrata sul suiseki stesso, che è l’essenza e la quintessenza della Natura. E’ un completamento dell’opera d’arte in uno spazio estetico con una sua propria dignità.

“Amakazari yama” (Sajigawa-ishi)

Una montagna si staglia, nel silenzio. Sopra di lei la luna, rilucente e ingrandita, incombe con la sua luminescenza, la luna statica, il monte vibrante di energia di vita. Insieme esistono in quasi perfetta armonia, due entità dissimili e lontane, contenute nello stesso spazio.” (Daniela Schifano)


Per me esistono sette principi base che guidano alla via del suiseki (nota: si tratta di 7 principi che il maestro Nomura e altri membri del suo club hanno stilato insieme per l’allestimento e la disposizione delle composizioni durante le esibizioni), questo è il lascito del maestro Ichiu Katayama.

I sette principi del suiseki.

  1. Semplicità 簡素 kanso: semplificare la composizione espositiva per evidenziare la bellezza
  2. Omissione 省略 shōryaku: evidenziare la bellezza attraverso la “sottrazione”
  3. Spazio 余白の美 yōhaku no bi: creare spazi vuoti sufficienti all’interno della composizione per permettere al fruitore di apprezzare i punti 4, 5, 6 e 7.
  4. Purezza 清浄 seijō: permettere al fruitore di apprezzare un senso di purezza all’interno della composizione
  5. Quiete 静寂 jaku: permettere al fruitore di percepire uno stato di quiete all’interno della composizione
  6. Raffinata eleganzaiki: trasmettere eleganza attraverso la composizione
  7. Un’indefinibile sensazione positiva percepita all’interno della composizione 風韻 fūin: la creazione di un atmosfera positiva indescrivibile a parole, che trasmette la bellezza della semplicità e l’eleganza. Tutti gli oggetti esposti presentano preferibilmente una loro patina che ne evidenzia la propria specifica atmosfera.

Considerazioni a margine.

di Daniela Schifano, 2021

Ho avuto la fortuna di assistere nel 2015 alla conferenza di Nomura san e la frase che più mi colpì nella sua essenzialità diceva all’incirca: “Senza esposizione un suiseki è solo una pietra morta“. In questa affermazione percepisco la presenza di due entità: la pietra, che resta oggetto inanimato, e la presenza umana, che si manifesta nelle specifiche sensibilità di colui che ne è il titolare momentaneo.

Ognuno dei sette principi del suiseki meriterebbe un post di approfondimento specifico. Insieme essi ci portano però

… “in un frammento di un semplice giardino giapponese, tradizionalmente ridotto ad una pietra e a un pò di ghiaia, dove la quiete percepita, il suono dell’acqua implicito nella ghiaia, il colore mutevole e le ombre gettate dalla pietra si combinano per destare emozioni che nascono dalla bellezza di ciò che è fragile, imperfetto, incompiuto”. (Mari Fujimoto)

Il giardino Uchiku-tei, di Seji Morimae
(2019 – Foto di Daniela Schifano © )


Katayama Ichiu

Katayama Ichiu (1908-1996) è il fondatore del Kei, una scuola fondata per elevare ad arte il decorare lo spazio di esposizione di un bonsai, di un suiseki, di un kusamono, attraverso l’utilizzo di adeguati oggetti complementari. Egli stabilì un sistema logico di consuetudini, considerazioni e assegnazione degli spazi per l’esposizione e si riferì a tutto questo con il nome di “Kei“. Il fine ultimo era quello di evocare una sensazione di pace della mente, attraverso la vicinanza alla natura e alla stagione, in uno spazio aperto illimitato idealmente realizzato nello spazio finito e sacro del tokonoma.

Ichiu Katayama

Molti giapponesi appassionati del suiseki ancora attivi sono stati influenzati dal Kei o addirittura sono stati discepoli della scuola, che arrivò ad avere fino a 70 allievi. In occidente, ha influenzato molti appassionati, anche grazie ai suoi tre testi pubblicati nel 1986, a cui, per la precisa volontà del figlio Yoshimasa, se ne è aggiunto uno nel 2019, che unisce in un unico volume i tre libri originali e aggiunge la traduzione in inglese, al fine di non perdere il lavoro del padre ed anzi di diffonderlo meglio all’estero.

Il Kei è una tra le tante possibili strade da percorrere nell’esposizione di un suiseki, quindi non è certo una scelta obbligata. E’ però il metodo più diffuso e codificato, quindi conoscerne i principi permette di comprendere quello che dal Giappone giunge alla nostra visione, con sempre maggiore facilità, grazie all’utilizzo di canali alternativi come le molteplici piattaforme social (Facebook, Instagram, YouTube). Nel passato, inoltre, abbiamo potuto assistere a conferenze di maestri giapponesi, che sono stati allievi della scuola di Kei e di conseguenza utilizzano ed insegnano i suoi principi.

Solo brevemente, ricordo che in base al Kei, gli allestimenti ricercano una dignità espressiva basata su eleganza, delicatezza e wabi – la ricerca della bellezza nella semplicità e nell’imperfezione. I temi possono essere stagionali, rusticamente nostalgici, mitici, poetici, o naturali.

La Scuola di Kei è ancora viva: alla morte del suo fondatore è stata affidata a Uhaku Sudo, che ne ha appena passato la guida a Kunio Kobayashi, l’attuale presidente della Nippon Suiseki Association. Entrambi sono stati allievi della scuola di Keidō. Il nostro relatore Masayuki Nomura fu allievo invece di Yokoyama  ( 横山 ) “Uraku”  Iwao, deceduto dieci anni fa, uno dei più famosi e brillanti seguaci di Katayama.

Essi continuano a diffonderne i principi, fedeli a quel concetto di via ( 道 ) all’interno di una disciplina vissuta come percorso di evoluzione sotto il profilo etico e spirituale, verso quindi il perfezionamento morale, qualcosa di diverso dal mero apprendimento di una tecnica ( 術 jutsu ).


Masayuki Rokumei Nomura

Racconta di sè Nomura san:

“Ho iniziato la mia vita nel suiseki circa 25-30 anni fa, quando visitai una mostra di suiseki. Da allora, mi sono concentrato sullo studio del suiseki trascorrendo il tempo che posso concedere al mondo delle pietre leggendo molti libri sull’esposizione del suiseki e visitando il maggior numero possibile di mostre. Un giorno, ho incontrato un eccellente insegnante chiamato Yokoyama Uraku Iwao (morto a 88 anni, circa 10 anni fa), che era un medico e il più brillante allievo del maestro Ichiu Katayama e socio del Ichiu-kai (il club di suiseki di Katayama).  Pensava che la vera anima del suiseki fosse studiare come fornire “una bellezza artistica in una mostra di suiseki”, non solo trovare delle buone pietre.  Per concludere, io sono stato portato alla conoscenza dei 7 principi nell’esibizione del suiseki dai maestri Ichiu Katayama e Uraku Yokoyama, entrambi miei insegnanti.”

Rokumei ( 鹿鳴 ) è lo pseudonimo di Masayuki Nomura nel mondo del suiseki e deriva da un classico cinese, lo Shi Jing (Libro delle canzoni) . La 161a ode si intitola Lù Míng, 鹿鳴, che viene letta in giapponese come rokumei e fa riferimento ai benefici dell’ospitalità.

“Con suoni contenti il cervo si chiama l’un l’altro, mangiando il sedano dei campi. […]

Il nostro relatore scelse questo termine per evidenziare il suo piacere della condivisione nella pratica del suiseki.


Amakazari-yama

Il suiseki Amakazari-yama ( 雨飾山 ) , nella immagine di copertina e in una esposizione in tokonoma, ha accompagnato il testo di Nomura san. E’ una pietra del fiume Saji e misura 27,5 cm di lunghezza, 15 cm di altezza e 8,5 cm di larghezza.

Ho scelto questa pietra perché faceva parte della collezione di Ichiu Katayama, come attesta la firma apposta all’interno del suo kiribako. La si può vedere quindi come un lascito del maestro ai suoi discepoli, così come un lascito sono i concetti che egli ha trasmesso loro e che Nomura san ha condiviso con noi. La pietra è stata poi di proprietà di Yokoyama Iwao, di Nomura Masayuki e attualmente fa parte della collezione di Daniela Schifano.

Amakazari yama significa “Monte Amakazari”, è una vetta maestosamente rocciosa situata a nord-est di Hakuba sul confine tra Niigata e Nagano. La montagna è famosa per i faggi e il fogliame autunnale, per le escursioni e per alcune sorgenti termali. Inoltre, è stata inserita nel libro “Le cento montagne famose del Giappone”, del 1964.

Amakazari yama

In copertina.

L’immagine di Amakazari-yama in copertina è tratta dal catalogo della 3^ edizione della Japan Suiseki Exhibition, tenutasi a Tokyo nel 2016.

“I picchi primario e secondario sono separati da un profondo burrone, e con un picco più piccolo di lato, questo incarna la forma ideale di una pietra montagna. Considerando con attenzione la naturale qualità artistica della pietra, un fine equilibrio è stato raggiunto selezionando un sottile doban idealmente proporzionato.”

(dal catalogo “The 3nd Japan Suiseki Exhibition” 2016 – Pag. 171 © 2016 Nippon Suiseki Association)

Nel tokonoma

L’immagine dell’esposizione nel tokonoma è tratta da un video realizzato in occasione della mostra del Chiseki Suiseki Club, organizzata nel novembre 2010 da Uraku Yokoyama, nel tempio Kenninji a Kyoto, che riunisce le fotografie con cui si realizzò un bellissimo catalogo. Il canale Youtube sanyouaisekikai tkp propone moltissimi video di qualità come questo, sul suiseki giapponese.



Yohaku no bi

Yohaku no bi


“La bellezza dello spazio vuoto nella cultura e nella pittura giapponese”
di Shozo Koike
( Prima parte )


Lo yohaku no bi ( 余白の美 ) è un concetto prettamente, esclusivamente giapponese. Le traduzioni di questo termine sono molteplici ma sommate una all’altra ci permettono di comprendere:

“La bellezza di ciò che manca”

“La percezione estetica del vuoto”

“La bellezza del bianco rimanente”

Prima di procedere, è necessario confrontare la pittura occidentale con quella orientale, in particolare con quella giapponese, due forme d’arte, due culture millenarie estremamente diverse.

I grandi maestri occidentali hanno dipinto capolavori fitti di personaggi, di architetture, di simboli, addirittura nella “Ronda di notte” di Rembrandt sono raffigurati ben trentaquattro personaggi.

La Ronda di notte, Rembrandt, 1642
 Da Wikipedia, L’enciclopedia libera

Rembrandt esprime la sua maestria con le figure, con l’essere umano, il suo stile è caratterizzato dal pathos. Tutto è spiegato, esposto nei minimi dettagli e quello che non si può spiegare è indicato, sottinteso con i simboli.

Noi siamo solo degli spettatori, fortunati e privilegiati, ma spettatori.

Un altro chiaro esempio sono le nature morte. E’ soprattutto nell’Europa del Nord che la natura morta diventa uno dei temi preferiti della pittura fiamminga e tedesca. La religione protestante diffusasi in questi paesi vietava la raffigurazione di Cristo, della Madonna, dei Santi. Per questo motivo, in questa area ricca di pittori insigni, ebbe tanto successo un genere minore come la natura morta.

Nella tela di Floris van Dyck conservata al Riijksmuseum, così limpida, accurata e realistica, ci accorgiamo che la frutta non rappresenta solo uno dei doni più generosi che la Natura offre all’uomo: l’uva è un simbolo eucaristico ed evoca la futura redenzione, la mela ricorda il peccato originale, addirittura il formaggio era considerato cibo del digiuno e ricordava l’atmosfera cupa della Quaresima.

Tavolo apparecchiato con frutta e formaggio, Floris van Dyck, 1615 ca. Amsterdam, Rijksmuseum
Copyright: Pubblico dominio

Allo spettatore resta solo il compito di “leggere” il quadro e ammirarlo.

Pare addirittura che la pittura occidentale soffra di horror vacui.

Al contrario, nella pittura giapponese, il pittore lascia ampi spazi che sembrano vuoti ma sono lasciati all’immaginazione, alle emozioni, alla fantasia dello spettatore.

Osserviamo il dipinto di Hasegawa Tōhaku ( 長谷川等伯) “Bosco di pini” Shōrin-zu byōbu ( 松林図屏風 ) conservato al Museo Nazionale di Tokyo. Si tratta di una coppia di paraventi (byōbu), ognuno composto da sei pannelli di carta washi e dipinti con inchiostro nero, con la tecnica sumie.

Hasegawa Tōhaku
“Bosco di pini”
Shōrin-zu byōbu
(Pannello di sinistra)
Museo Nazionale di Tokyo 

La pittura tradizionale cinese insegna che esistono tre livelli all’interno di un quadro: il primo è in basso e l’occhio dello spettatore si deve abbassare, il secondo è al livello dell’occhio dello spettatore, il terzo è in alto e lo spettatore deve alzare lo sguardo.

Ben lontano da questi rigidi canoni estetici, Tōhaku ha colto un angolo di natura giapponese, un bosco di pini nella foschia. Quattro o cinque alberi sono appena suggeriti, i tronchi sottili sono dipinti con l’inchiostro nero con tutte le sfumature del grigio; utilizzando gli effetti che un pennello più o meno caricato di inchiostro permette, l’artista ha espresso la qualità propria ad ogni elemento, le foglie, i tronchi, le radici appena affioranti.

Il grande spazio bianco sullo sfondo non è vuoto, le sagome dei pini che scompaiono nella nebbia ci fanno intuire la vastità del bosco.

Al centro, in alto, le montagne si intravedono appena.

E’ una rappresentazione che non ci opprime, anzi ci invita ad entrare nel bosco, a passeggiare su un tappeto morbido di aghi.

Nell’ampio spazio bianco, Tōhaku ha “dipinto” anche l’aria fresca, profumata dall’aroma pungente della resina.

E’ più importante ciò che sembra mancare piuttosto ciò che è dipinto.

Con una tecnica monocroma – apparentemente limitata – l’artista ha espresso il sentimento poetico che caratterizza la tradizione giapponese dell’epoca Azuchi Momoyama ( 安土桃山時代 ) lasciandoci però la libertà di immergerci nella sua opera , di interpretarla secondo la nostra sensibilità o stato emotivo.

Lo yohaku no bi lascia spazi aperti, è infinito, incantato, non ha limiti, esprime la speranza di continuare.

Un altro esempio di questo stile pittorico ce lo offre il monaco zen Sesshū Tōyō.

Un piccolo aneddoto che tutti gli scolari giapponesi conoscono racconta che Sesshū da bambino era molto irrequieto e un giorno il suo maestro, esasperato, lo legò ad un pilastro del tempio. Il piccolo pianse e pianse e le sue lacrime formarono una piccola pozza, con la punta del piede usò le sue lacrime per disegnare con un solo tratto (筆描き hitofudegaki ) un topo perfetto.

Sesshū visse in Cina per imparare la tecnica di pittura ma la lasciò presto dicendo che la Cina non più aveva nulla da insegnargli.

Il famoso dipinto Haboku sansui-zu ( 破墨山水図 ) è stato lasciato ai suoi allievi come se fosse un testamento spirituale e tecnico sullo stile pittorico da realizzare. Il dipinto è composto da picchi lontani, un bosco, un lago, una casa, una barca ma non è un paesaggio reale, è nato nel suo spirito, le pennellate sono scure, piene di forza. La composizione è classica ma lo stile è quasi astratto, l’artista ha estratto dal paesaggio la sua essenza.

Sesshū Tōyō
Haboku sansui-zu (particolare), 1495
Museo Nazionale di Tokyo
(Tesoro Nazionale)

Anche se il termine yohaku no bi è prettamente estetico e pittorico, scivola con naturalezza nella filosofia zen (la filosofia dell’equilibrio) e nei concetti di vuoto (ku ) e di nulla (mu ) .


Credits.

Shakkei Group ringrazia l’autore del testo Shozo Koike, pittore e insegnante sumie, per averci avvicinato con tanto ‘cuore’ a concetti così profondamente correlati con la sua arte e con il suo essere giapponese. Non potevamo trovare un maestro migliore.


L’autore.

Nato in Giappone, a Okaya (Nagano), Shozo Koike vive e lavora in Italia dall’inizio degli anni Novanta.
Dopo gli studi presso l’Accademia di belle arti Taiheiyo, a Tokyo, e un percorso lavorativo e artistico in terra nipponica, si trasferisce in Italia, a Firenze, per diplomarsi all’Istituto per il restauro “Palazzo Spinelli” e seguire il corso di disegno all’Accademia di Belle Arti.
Nel 2010 si trasferisce a Casale Monferrato dove continua a dipingere, svolgere l’attività di restauratore e insegnare la pittura tradizionale giapponese sumie.
E’ autore del libro “L’arte giapponese della pittura a inchiostro“, in cui, passaggio dopo passaggio, mostra le tecniche di base per dipingere 18 soggetti tradizionali giapponesi, ricordando sempre che “non si dipinge per dimostrare la propria bravura ma per esprimere sé stessi“.

Sito web
www.shozokoike.com

Pagina Facebook
www.facebook.com/shozo.koike.3


L’aria circostante

L’aria circostante


per gentile concessione di Mr. Dai Okumura (aka hotoke), Manager of tatami
https://www.instagram.com/dai_okumura/


Afferma Chubachi Yoshiaki, nella sua pubblicazione “Una discussione sul suiseki” del 1934, che i suiseki sono simili a “dipinti a inchiostro monocromatici. Sono figurativi e impliciti ed hanno un “vuoto”  intorno a loro che lascia più spazio all’interpretazione e quindi essi hanno una maggiore profondità in termini di rappresentazione della vera bellezza della natura.”

La mostra online proposta da Dai Okumura ai giorni di oggi aveva come soggetto una serie di foto in bianco e nero risalenti agli anni ’50-60, scattate da un appassionato di pietre dell’epoca.

“Mi piace il suiseki. Preferisco sentire l’aria circostante (vuoto) della pietra piuttosto che concentrarmi solo sulla pietra stessa, poiché l’oggetto non è sempre il soggetto, come una fotografia o una calligrafia o un’architettura o una cerimonia del tè o una vita o qualsiasi altra cosa incorniciata da bordi. Io vedo suiseki. Ho scattato fotografie delle fotografie di suiseki per te.” (Dai Okumura)
Mr. Okumura vive a Chiba, vicino Tokyo, e si occupa di antiquariato e di arte moderna.

In un treno giapponese affollato all’ora di punta, vige il silenzio, esso è palpabile, rispettato e proprio il silenzio crea spazio dove spazio non c’è.

Ho subito amato queste vecchie immagini di suiseki, e le fotografie scattate da Mr.Okumura per valorizzarle e rendere visivamente ‘l’aria circostante‘. Esse evocano uno stato senza tempo e uno spazio profondo e dilatato.

Amo queste vecchie foto di suiseki degli anni ’50, forse perché l’adesso è il luogo dove creiamo il nostro passato ed il nostro futuro.
O forse, perché questi suiseki sono così simili a quelli dei giorni nostri, ma non sono gli stessi.

D’un tratto, il tempo è tangibile e racchiuso nel lascito di ricordi e di chi ci ha preceduto.

Anche ora, ancora.

L’aria circostante

Una mostra online di Dai Okumura

I like suiseki. I prefer to feel its surrounding air (blankness) of the stone rather than to focus on just the stone itself, as the object is not always the subject, like a photograph or a calligraphy or an architecture or a tea ceremony or a life or whatever framed with borders. I see suiseki. I took photographs of the photographs of suiseki for you.

Dai Okumura

Mi piace il suiseki.

Preferisco sentire

l’aria circostante,

(il vuoto) della pietra

piuttosto che concentrarmi

solo sulla pietra stessa

poichè l’oggetto

non è sempre il soggetto,

come una fotografia

o come una calligrafia

o un’architettura

o una cerimonia del tè

o una vita

o qualsiasi altra cosa 

incorniciata da bordi.

Io vedo suiseki.


La donna senza talento

La donna senza talento

I suiseki dal disegno alla realtà.
Dopo i quattro passi nel fumetto “L’uomo senza talento”, alla ricerca del mondo di Tsuge e delle pietre del fiume Tama.

Una conclusione inevitabile.


Detto tutto questo, forse anche troppo, dal leggere il fumetto ad avere un motivo in più per recarmi sul fiume Tama il passo è stato breve e determinato. Prima della mia partenza del 2018, ho contattato una interprete turistica giapponese che ha vissuto in Italia, che propone itinerari a Tokyo accompagnando personalmente i turisti. Spiegai ad Eri Isshiki Inayoshi, questo il suo nome, che ero una appassionata di suiseki (“non conosco, mi puoi spiegare cosa sono?”) e che avendo letto il fumetto di Tsuge sarei voluta andare sul fiume Tama, sempre che fosse possibile e che i luoghi descritti non fossero di pura fantasia. I giapponesi sono fantastici, nella loro efficienza, ed immediatamente mi ha indicato il sito ufficiale dedicato ai luoghi di Tsuge, non solo de ”L’uomo senza talento” ma anche di altre opere dell’artista (http://tsugesanpo.sakura.ne.jp).

Il capitolo 6 del sito è dedicato al fiume Tama ed al quartiere di periferia in cui l’artista ha vissuto, dal 1978 al 1993: foto e pagine del fumetto sono messi a confronto, subito si capisce che il fumettista ha disegnato, forse crudamente, proprio il suo ambiente, in modo molto realistico e vivido. Quando poi ho passeggiato per le strade del quartiere, mi sono sentita all’interno del fumetto, tra le grandi torri di approvvigionamento idrico ed i palazzi squadrati numerati.

Sull’autobus, una anziana signora sentendo parlare una lingua straniera si è incuriosita ed alle spiegazioni di Eri (“è venuta dall’Italia per vedere dove viveva Tsuge” … un po’ esagerato) si è meravigliata, poi entusiasmata e indicandoci il palazzo dove viveva l’artista ci ha raccontato di averlo conosciuto personalmente. Adesso Tsuge ha 81 anni, vive a Katsushika, ed è sempre persona molto schiva e riservata.

Poi, finalmente il fiume: un lungo viale di alberi di ciliegio con una pista ciclabile costeggia i margini, fiancheggiati da piccoli orti e campi sportivi. Dagli argini poi è molto facile scendere sulle ampie rive coperte di sassi, un vero paradiso pieno di possibilità da scoprire.

Il fiume in febbraio scorre lento e tranquillo, non è periodo di piena, la vegetazione è bassa e stentata, quindi ci sono le condizioni migliori per vedere bene le pietre. Risale al settembre del 1974 l’ultima devastante alluvione a Tokyo, che ruppe l’argine per oltre 260 metri, facendo precipitare diciannove abitazioni nel flusso torbido. Il Tama scorre nel Kanto per 138 km, ha tre affluenti importanti (Asakawa, Akikawa e Okuri), il suo corso è fermato dalla diga Ogōchi, che crea il lago Okutama, da cui il corso d’acqua esce prendendo il nome Tama. Continua a fluire tra le alture in direzione est ed entra nel Parco Nazionale Chichibu Tama Kai, per poi attraversare Tokyo fino alla sua foce nella omonima baia.

Sicuramente non è questa la zona da cui provengono le mie tre pietre barca, mi hanno infatti detto che è il corso superiore del Tama quello in cui si raccolgono le pietre migliori, soprattutto quelle provenienti dall’affluente Okuri. Sul fiume, lì dove campeggiava l’uomo senza talento, ho trovato comunque qualche buona pietra, inutile a far soldi, forse, come dice Sukegawa. Queste le due pietre che ho portato a casa nel 2018, come un ricordo prezioso (daiza realizzati da Giorgio Rosati).

Quello che raccontai in Italia della mia esperienza sul Tama fece entusiasti proseliti e nel febbraio 2019 un nutrito gruppo di occidentali si è unito a me ed a Eri, che ha organizzato tutto in modo impeccabile: un minivan ci è venuto a prendere all’albergo e ci ha portato di nuovo nel quartiere di Tsuge. Eravamo in sette: cinque italiani, Yvonne Graubek dalla Danimarca e Paul Gilbert dagli Stati Uniti. Ognuno di noi ha trovato quello che cercava: il fiume è ricco di molte tipologie di pietre, addirittura ce ne sono alcune con la famosa pelle di pera tipica delle più famose pietre del fiume Seta. L’intera giornata è stata dedicata alla ricerca, con pausa pranzo in un delizioso ristorante tipico nella zona. Purtroppo, incombe sempre lo spettro delle valigie e del peso, quindi è necessario regolarsi, ma è stata una raccolta soddisfacente, in quantità e qualità. Nessuno ha la pretesa che in una sola giornata si possa trovare il meiseki, il capolavoro della propria collezione, ma molti cercatori di pietre trovano la massima soddisfazione nel poter dire di aver trovato la propria pietra e di averla in seguito valorizzata e portata in mostra.
Ecco di seguito qualcuna delle pietre raccolte.

Yvonne Graubek - Roccia costiera (W22 x D14 x H7 cm)

Yvonne Graubek – Roccia costiera (W22 x D14 x H7 cm)

Yvonne Graubek - Nozomy (W14.2 x D8.5 x H 8cm)

Yvonne Graubek – Nozomy (W14.2 x D8.5 x H 8cm)

Daniela Schifano - Toyama ishi (W23 cm - Daiza di Giorgio Rosati)

Daniela Schifano – Toyama ishi (W23 cm -Daiza di Giorgio Rosati)

Lorenzo Sonzini - Toyama ishi (W15 cm - Daiza di Giorgio Rosati)

Lorenzo Sonzini – Toyama ishi (W15 cm – Daiza di Giorgio Rosati)

Laura Monni - Pietra disegnata (Daiza di Giorgio Rosati)

Laura Monni – Pietra disegnata (Daiza di Giorgio Rosati)

Patine diverse, forme diverse, pietre disegnate, ruvide, morbide, nere, marroni, rosse. A parte il caso che ci porta a poggiare gli occhi su una pietra fra le tante, ognuno vedrà e sceglierà quelle che lo riguardano nel profondo.

Personalmente, in queste situazioni non voglio una pietra, mi godo il tempo del cercarla.

Seguendo quindi quel sottile filo che si è dipanato dalle pagine di carta di un fumetto, sono arrivata al fiume di Tsuge, o meglio al fiume di un uomo senza talento, ma ormai posso non concordare con la sua affermazione “Le pietre del Tama non compaiono in nessun libro. Non so quanto valgono. È strano, ma non ne ho mai vista una nei negozi specializzati ai grandi magazzini. Sono come me… non le nota nessuno”.

Mi spiace smentirti, con questi esempi importanti di pietre del Tama appartenenti ai soci del club Tamagawa Ishikai. Caro amico, per alcuni collezionisti giapponesi le pietre del fiume Tama sono “le migliori”, perché al nero più puro si aggiunge quella che chiamano “la ruggine”, dovuto al fatto che pur essendo pietre di fiume e non di montagna esse vengono da una sorte di fango paludoso che a volte, quando si secca, va tolto con gli opportuni strumenti.

Quelle più apprezzate sembrano essere quelle raccolte nell’affluente Okuri, nelle quali la ruggine prende un tono più rossastro. Questa ruggine dà profondità e peso alla pietra, che tra l’altro a volte risuona quando è colpita.

E sono così apprezzate da essere esposte anche alla Japan Suiseki Exhibition di Tokyo, come ad esempio questa pietra chiamata “Tenjin”, deificazione shintoista di Sugawara no Michizane (845-903), calligrafo, poeta e uomo politico del periodo Heian.

Tenjin

Tenjin 

La leggenda narra che quando fu obbligato all’esilio a Daizafu, egli piangesse per dover abbandonare il suo albero di pruno e le sue meravigliose fioriture. La pianta allora lo seguì, volando fino a Daizafu in una sola notte.

Da dovunque provengano, a prescindere dal loro mero valore economico, “le pietre hanno vissuto con la natura per centinaia di milioni di anni e hanno tracciato diverse storie. Ricordando queste pietre, ascoltandole e parlando con loro, cerchiamo spazio nel cuore.

Gli amici di febbraio 2019.
Da sinistra Lorenzo Sonzini, Daniela Schifano, Yvonne Graubek, Paul Gilbert, Cosimo Loparco, Elena Sonzini, Laura Monni

E qui mi fermo… per ora.

Siamo, spero insieme, arrivati alla conclusione di questo lungo racconto, che riguarda me, il fiume Tama, i suiseki, un mangaka giapponese ed il suo alter-ego di fantasia.

Questo articolo, pubblicato in due parti sulla rivista U.B.I. riservata ai Soci, si ferma a febbraio 2019, ma in realtà il fiume ha continuato a scorrere, le pietre a rotolare ed io ci sono tornata anche nel febbraio del 2020.

Nell’ottobre 2019 il tifone Hagibis ha causato la rottura degli argini del Tama a Tokyo, anche se non ci sono state le pesanti distruzioni del 1974: io guardavo le immagini in TV, mi messaggiavo con Eri, riconoscendo i ponti e il paesaggio urbano del quartiere di Tsuge.

E a febbraio 2020 mi sono resa conto in prima persona della portata della piena, che ha distrutto quegli orticelli che si snodavano lungo il fiume, spezzato alberi, portato banchi di sabbia dove c’era vita.

Ma tutto passa, come il fiume. Ho trovato altre pietre interessanti, i miei amici qualcuna superlativa, ma so già, con costernazione, che il prossimo febbraio non potrò rinnovare l’esperienza.
L’epidemia di Covid ci ferma, ci blocca, ci separa, il Giappone è, nei fatti, irraggiungibile.

Omaggio a Nyogakuan, l’eremo del pensiero

Omaggio a Nyogakuan, l’eremo del pensiero

Nato nel 1924 con il nome di Seiichiro Watanabe, Nyogakuan era un ingegnere, figlio di Saburo, che oggi verrebbe definito un re dell’acciaio, ma anche appassionato di bonsai, di cui possedeva una importante collezione.  Il figlio Seiichiro ne seguì le orme, appassionandosi però fin da giovane ai suiseki, creando nel tempo una imponente collezione denominata in seguito con il suo nome d’arte, “Nyogakuan“, che significa “Eremo del pensiero”.

Maggio 1966 : ogni domenica mattina Nyogakuan annaffiava le sue pietre



Già nel 1962, quindi a 38 anni, Nyogakuan scriveva:
“Il riverbero è una caratteristica unica dell’arte orientale rispetto all’arte occidentale. E’ anche una caratteristica del suiseki in cui il valore estetico è espresso nello spazio sconfinato che circonda la pietra, piuttosto che nell’aspetto della pietra. Ciò rende possibile esplorare la propria immaginazione nella vasta natura solo suggerita da una pietra”.
Reverberation is a characteristic unique to Oriental art in comparison with Western art. It is also a feature of suiseki in which aesthetic value is expressed in the boundless space surrounding the stone rather than in the appearance of the stone. This makes it possible to explore one’s imagination into the vast natue suggested by a natural stone”. (from preface, pag. 10)

In una sola frase, tratta dalla prefazione del suo libro, trovo molte parole rimandano a concetti a me cari, che non perdo mai occasione di sottolineare: riverbero come sottile emanazione di qualcosa che la pietra suggerisce soltanto, spazio vuoto che sollecita a completare l’Incompleto.

Moltissime le pietre fantastiche di questa collezione, che almeno si possono ammirare  nel libro “Suiseki : an art created by nature : the Nyogakuan collection of Japanese viewing stones“. Sarebbe veramente difficile selezionare la più bella, ma non è questo l’importante, secondo me. Guardare queste pietre e gli altri oggetti della collezione Nyogakuan (suiban, doban, tavoli, tenpai) dovrebbe essere fonte di comprensione: di quello che facciamo e del perché lo facciamo, come se fosse una fonte di acqua purissima. Dedicherò, con il tempo, alcuni post ad alcuni di questi suiseki.

Nyogakuan morirà nel 2001. Il libro sulla sua collezione è stato fortemente voluto da suo figlio Sen-En-Kyo, la cui nascita nel 1952 fu commemorata dal padre con l’acquisto di un suiseki, una pietra del fiume Kamo (Kamo gawa ishi) chiamata “La montagna dei cinque tesori”, e quando il figlio di Sen-en-Kyo ha compiuto 20 anni, suo padre a sua volta acquistò per lui una pietra del fiume Saji (Saji gawa ishi) chiamata “Shoto Bangaku“.

Da un punto di vista divulgativo, è un testo molto importante, purtroppo ormai molto raro e costoso. Innanzitutto è scritto anche in inglese, quindi di maggiore comprensione rispetto ad un testo in giapponese. Inoltre, le immagini sono ottimamente realizzate, nitide e professionali, e permettono di apprezzare la bellezza delle pietre ma anche i più piccoli particolari, come la texture o il colore. Infine, si fa apprezzare per la ricchezza di informazioni sulla petrologia, in quanto le pietre sono suddivise in base al luogo di origine e se ne descrive dettagliatamente la composizione geologica e le modalità di formazione. Questo approccio viene definito ‘scientifico’ dall’autore Sen-En-Kyo, il figlio di Nyogakuan, ma non mancano informazioni storiche e aneddoti su come Nyogakuan sia entrato in possesso di alcuni suiseki, come le otto pietre provenienti dalla famosa collezione Iwasaki, la famiglia fondatrice del marchio Mitsubishi, riconoscibili per i due numeri vergati sul fondo delle pietre, uno in rosso ed uno in bianco, dal significato non ancora del tutto chiarito. Le due copertine della pubblicazione sono dedicate a due di questi otto suiseki della collezione Iwasaki.

Dopo questo primo volume, Sen-En-Kyo ne ha pubblicato nel 2007 un secondo (Suiseki-II, An Art created by Nature; La collezione Sen-En-Kyo di pietre da osservazione giapponesi), dedicato questa volta alla sua personale collezione, che non può non contemplare alcuni suiseki di suo padre Nyogakuan. Anche questa pubblicazione ricalca nello stile grafico e nei contenuti il precedente, entrambi i volumi sono fonti preziose di informazioni storiche, sulle pietre e sulle persone del mondo del suiseki nel Giappone moderno. La copertina di questo secondo volume è dedicata alla famosa pietra Nantai San, “Monte Nantai”, una pietra del fiume Seta che ho avuto la fortuna di vedere di persona esposta alla sesta edizione della Japan Suiseki Exibition, una pietra così eccezionale da sembrare irreale.

Molte delle pietre descritte non fanno più parte della famiglia. Anche Nantai San adesso appartiene ad altri occhi, destino comune di molte pietre, destinate a sopravviverci.

La copertina anteriore.

E’ una pietra del fiume Kamo, il nome poetico, Ugo non Sansui, significa “Paesaggio dopo la pioggia”.

Kamogawa Yase Sudachi-Maguro-ishi

La copertina posteriore.

E’ dedicata ad un’altra delle otto pietre della collezione Iwasaki. E’ una pieta del fiume Kamo, che evoca onde ruggenti che si infrangono contro la costa. Il nome poetico Araiso, “Scogliera”, è spesso usato per i suiseki. Il vassoio è un antico bacino rettangolare in celadon, con un motivo di peonie.

Una pietra, fra le tante : Takachiho

Storie, pietre, generazioni, passato, futuro.
Uno dei suiseki che mi ha colpito è una Kamuikotan, chiamata “Takachiho“, un monte nella regione del Kyushu legato a molte leggende sugli dei creatori del Giappone. Il suiseki, che misura 37 x 19 X 9, ha anche un kiribako spettacolare, che riporta parte della storia di questa pietra. Essa fu ‘vista’ il 5 aprile del 1943 dall’Imperatore Hirohito. Fu poi esibita nel 1986 nel 12° Summit del G7 a Tokyo, e per il suo aspetto che infonde serenità si auspica possa ancora essere ammirata in una conferenza internazionale sulla pace e cooperazione nel mondo. Solo uno dei tanti tesori della collezione Nyogakuan.


VOLUME I

水石 : 自然の芸術 : 如学庵コレクション / 監修吉村金一 ; 編潜淵居

Suiseki : shizen no geijutsu nyogakuan korekushon
Suiseki : an art created by nature ; the Nyogakuan Collection of Japanese viewing stones
199 p. : col. 23 x 31 cm



VOLUME II

水石 : 自然の芸術 : 潜淵居コレクション / 監修吉村金一 ; 編潜淵居

Suiseki : shizen no geijutsu sen’enkyo korekushon
Suiseki-II : an art created by nature ; the Sen-En-Kyo Collection of Japanese viewing stones
219 p. : col. 23 x 31 cm

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