L’aria circostante

L’aria circostante


per gentile concessione di Mr. Dai Okumura (aka hotoke), Manager of tatami
https://www.instagram.com/dai_okumura/


Afferma Chubachi Yoshiaki, nella sua pubblicazione “Una discussione sul suiseki” del 1934, che i suiseki sono simili a “dipinti a inchiostro monocromatici. Sono figurativi e impliciti ed hanno un “vuoto”  intorno a loro che lascia più spazio all’interpretazione e quindi essi hanno una maggiore profondità in termini di rappresentazione della vera bellezza della natura.”

La mostra online proposta da Dai Okumura ai giorni di oggi aveva come soggetto una serie di foto in bianco e nero risalenti agli anni ’50-60, scattate da un appassionato di pietre dell’epoca.

“Mi piace il suiseki. Preferisco sentire l’aria circostante (vuoto) della pietra piuttosto che concentrarmi solo sulla pietra stessa, poiché l’oggetto non è sempre il soggetto, come una fotografia o una calligrafia o un’architettura o una cerimonia del tè o una vita o qualsiasi altra cosa incorniciata da bordi. Io vedo suiseki. Ho scattato fotografie delle fotografie di suiseki per te.” (Dai Okumura)
Mr. Okumura vive a Chiba, vicino Tokyo, e si occupa di antiquariato e di arte moderna.

In un treno giapponese affollato all’ora di punta, vige il silenzio, esso è palpabile, rispettato e proprio il silenzio crea spazio dove spazio non c’è.

Ho subito amato queste vecchie immagini di suiseki, e le fotografie scattate da Mr.Okumura per valorizzarle e rendere visivamente ‘l’aria circostante‘. Esse evocano uno stato senza tempo e uno spazio profondo e dilatato.

Amo queste vecchie foto di suiseki degli anni ’50, forse perché l’adesso è il luogo dove creiamo il nostro passato ed il nostro futuro.
O forse, perché questi suiseki sono così simili a quelli dei giorni nostri, ma non sono gli stessi.

D’un tratto, il tempo è tangibile e racchiuso nel lascito di ricordi e di chi ci ha preceduto.

Anche ora, ancora.

L’aria circostante

Una mostra online di Dai Okumura

I like suiseki. I prefer to feel its surrounding air (blankness) of the stone rather than to focus on just the stone itself, as the object is not always the subject, like a photograph or a calligraphy or an architecture or a tea ceremony or a life or whatever framed with borders. I see suiseki. I took photographs of the photographs of suiseki for you.

Dai Okumura

Mi piace il suiseki.

Preferisco sentire

l’aria circostante,

(il vuoto) della pietra

piuttosto che concentrarmi

solo sulla pietra stessa

poichè l’oggetto

non è sempre il soggetto,

come una fotografia

o come una calligrafia

o un’architettura

o una cerimonia del tè

o una vita

o qualsiasi altra cosa 

incorniciata da bordi.

Io vedo suiseki.


La donna senza talento

La donna senza talento

I suiseki dal disegno alla realtà.
Dopo i quattro passi nel fumetto “L’uomo senza talento”, alla ricerca del mondo di Tsuge e delle pietre del fiume Tama.

Una conclusione inevitabile.


Detto tutto questo, forse anche troppo, dal leggere il fumetto ad avere un motivo in più per recarmi sul fiume Tama il passo è stato breve e determinato. Prima della mia partenza del 2018, ho contattato una interprete turistica giapponese che ha vissuto in Italia, che propone itinerari a Tokyo accompagnando personalmente i turisti. Spiegai ad Eri Isshiki Inayoshi, questo il suo nome, che ero una appassionata di suiseki (“non conosco, mi puoi spiegare cosa sono?”) e che avendo letto il fumetto di Tsuge sarei voluta andare sul fiume Tama, sempre che fosse possibile e che i luoghi descritti non fossero di pura fantasia. I giapponesi sono fantastici, nella loro efficienza, ed immediatamente mi ha indicato il sito ufficiale dedicato ai luoghi di Tsuge, non solo de ”L’uomo senza talento” ma anche di altre opere dell’artista (http://tsugesanpo.sakura.ne.jp).

Il capitolo 6 del sito è dedicato al fiume Tama ed al quartiere di periferia in cui l’artista ha vissuto, dal 1978 al 1993: foto e pagine del fumetto sono messi a confronto, subito si capisce che il fumettista ha disegnato, forse crudamente, proprio il suo ambiente, in modo molto realistico e vivido. Quando poi ho passeggiato per le strade del quartiere, mi sono sentita all’interno del fumetto, tra le grandi torri di approvvigionamento idrico ed i palazzi squadrati numerati.

Sull’autobus, una anziana signora sentendo parlare una lingua straniera si è incuriosita ed alle spiegazioni di Eri (“è venuta dall’Italia per vedere dove viveva Tsuge” … un po’ esagerato) si è meravigliata, poi entusiasmata e indicandoci il palazzo dove viveva l’artista ci ha raccontato di averlo conosciuto personalmente. Adesso Tsuge ha 81 anni, vive a Katsushika, ed è sempre persona molto schiva e riservata.

Poi, finalmente il fiume: un lungo viale di alberi di ciliegio con una pista ciclabile costeggia i margini, fiancheggiati da piccoli orti e campi sportivi. Dagli argini poi è molto facile scendere sulle ampie rive coperte di sassi, un vero paradiso pieno di possibilità da scoprire.

Il fiume in febbraio scorre lento e tranquillo, non è periodo di piena, la vegetazione è bassa e stentata, quindi ci sono le condizioni migliori per vedere bene le pietre. Risale al settembre del 1974 l’ultima devastante alluvione a Tokyo, che ruppe l’argine per oltre 260 metri, facendo precipitare diciannove abitazioni nel flusso torbido. Il Tama scorre nel Kanto per 138 km, ha tre affluenti importanti (Asakawa, Akikawa e Okuri), il suo corso è fermato dalla diga Ogōchi, che crea il lago Okutama, da cui il corso d’acqua esce prendendo il nome Tama. Continua a fluire tra le alture in direzione est ed entra nel Parco Nazionale Chichibu Tama Kai, per poi attraversare Tokyo fino alla sua foce nella omonima baia.

Sicuramente non è questa la zona da cui provengono le mie tre pietre barca, mi hanno infatti detto che è il corso superiore del Tama quello in cui si raccolgono le pietre migliori, soprattutto quelle provenienti dall’affluente Okuri. Sul fiume, lì dove campeggiava l’uomo senza talento, ho trovato comunque qualche buona pietra, inutile a far soldi, forse, come dice Sukegawa. Queste le due pietre che ho portato a casa nel 2018, come un ricordo prezioso (daiza realizzati da Giorgio Rosati).

Quello che raccontai in Italia della mia esperienza sul Tama fece entusiasti proseliti e nel febbraio 2019 un nutrito gruppo di occidentali si è unito a me ed a Eri, che ha organizzato tutto in modo impeccabile: un minivan ci è venuto a prendere all’albergo e ci ha portato di nuovo nel quartiere di Tsuge. Eravamo in sette: cinque italiani, Yvonne Graubek dalla Danimarca e Paul Gilbert dagli Stati Uniti. Ognuno di noi ha trovato quello che cercava: il fiume è ricco di molte tipologie di pietre, addirittura ce ne sono alcune con la famosa pelle di pera tipica delle più famose pietre del fiume Seta. L’intera giornata è stata dedicata alla ricerca, con pausa pranzo in un delizioso ristorante tipico nella zona. Purtroppo, incombe sempre lo spettro delle valigie e del peso, quindi è necessario regolarsi, ma è stata una raccolta soddisfacente, in quantità e qualità. Nessuno ha la pretesa che in una sola giornata si possa trovare il meiseki, il capolavoro della propria collezione, ma molti cercatori di pietre trovano la massima soddisfazione nel poter dire di aver trovato la propria pietra e di averla in seguito valorizzata e portata in mostra.
Ecco di seguito qualcuna delle pietre raccolte.

Yvonne Graubek - Roccia costiera (W22 x D14 x H7 cm)

Yvonne Graubek – Roccia costiera (W22 x D14 x H7 cm)

Yvonne Graubek - Nozomy (W14.2 x D8.5 x H 8cm)

Yvonne Graubek – Nozomy (W14.2 x D8.5 x H 8cm)

Daniela Schifano - Toyama ishi (W23 cm - Daiza di Giorgio Rosati)

Daniela Schifano – Toyama ishi (W23 cm -Daiza di Giorgio Rosati)

Lorenzo Sonzini - Toyama ishi (W15 cm - Daiza di Giorgio Rosati)

Lorenzo Sonzini – Toyama ishi (W15 cm – Daiza di Giorgio Rosati)

Laura Monni - Pietra disegnata (Daiza di Giorgio Rosati)

Laura Monni – Pietra disegnata (Daiza di Giorgio Rosati)

Patine diverse, forme diverse, pietre disegnate, ruvide, morbide, nere, marroni, rosse. A parte il caso che ci porta a poggiare gli occhi su una pietra fra le tante, ognuno vedrà e sceglierà quelle che lo riguardano nel profondo.

Personalmente, in queste situazioni non voglio una pietra, mi godo il tempo del cercarla.

Seguendo quindi quel sottile filo che si è dipanato dalle pagine di carta di un fumetto, sono arrivata al fiume di Tsuge, o meglio al fiume di un uomo senza talento, ma ormai posso non concordare con la sua affermazione “Le pietre del Tama non compaiono in nessun libro. Non so quanto valgono. È strano, ma non ne ho mai vista una nei negozi specializzati ai grandi magazzini. Sono come me… non le nota nessuno”.

Mi spiace smentirti, con questi esempi importanti di pietre del Tama appartenenti ai soci del club Tamagawa Ishikai. Caro amico, per alcuni collezionisti giapponesi le pietre del fiume Tama sono “le migliori”, perché al nero più puro si aggiunge quella che chiamano “la ruggine”, dovuto al fatto che pur essendo pietre di fiume e non di montagna esse vengono da una sorte di fango paludoso che a volte, quando si secca, va tolto con gli opportuni strumenti.

Quelle più apprezzate sembrano essere quelle raccolte nell’affluente Okuri, nelle quali la ruggine prende un tono più rossastro. Questa ruggine dà profondità e peso alla pietra, che tra l’altro a volte risuona quando è colpita.

E sono così apprezzate da essere esposte anche alla Japan Suiseki Exhibition di Tokyo, come ad esempio questa pietra chiamata “Tenjin”, deificazione shintoista di Sugawara no Michizane (845-903), calligrafo, poeta e uomo politico del periodo Heian.

Tenjin

Tenjin 

La leggenda narra che quando fu obbligato all’esilio a Daizafu, egli piangesse per dover abbandonare il suo albero di pruno e le sue meravigliose fioriture. La pianta allora lo seguì, volando fino a Daizafu in una sola notte.

Da dovunque provengano, a prescindere dal loro mero valore economico, “le pietre hanno vissuto con la natura per centinaia di milioni di anni e hanno tracciato diverse storie. Ricordando queste pietre, ascoltandole e parlando con loro, cerchiamo spazio nel cuore.

Gli amici di febbraio 2019.
Da sinistra Lorenzo Sonzini, Daniela Schifano, Yvonne Graubek, Paul Gilbert, Cosimo Loparco, Elena Sonzini, Laura Monni

E qui mi fermo… per ora.

Siamo, spero insieme, arrivati alla conclusione di questo lungo racconto, che riguarda me, il fiume Tama, i suiseki, un mangaka giapponese ed il suo alter-ego di fantasia.

Questo articolo, pubblicato in due parti sulla rivista U.B.I. riservata ai Soci, si ferma a febbraio 2019, ma in realtà il fiume ha continuato a scorrere, le pietre a rotolare ed io ci sono tornata anche nel febbraio del 2020.

Nell’ottobre 2019 il tifone Hagibis ha causato la rottura degli argini del Tama a Tokyo, anche se non ci sono state le pesanti distruzioni del 1974: io guardavo le immagini in TV, mi messaggiavo con Eri, riconoscendo i ponti e il paesaggio urbano del quartiere di Tsuge.

E a febbraio 2020 mi sono resa conto in prima persona della portata della piena, che ha distrutto quegli orticelli che si snodavano lungo il fiume, spezzato alberi, portato banchi di sabbia dove c’era vita.

Ma tutto passa, come il fiume. Ho trovato altre pietre interessanti, i miei amici qualcuna superlativa, ma so già, con costernazione, che il prossimo febbraio non potrò rinnovare l’esperienza.
L’epidemia di Covid ci ferma, ci blocca, ci separa, il Giappone è, nei fatti, irraggiungibile.

Omaggio a Nyogakuan, l’eremo del pensiero

Omaggio a Nyogakuan, l’eremo del pensiero

Nato nel 1924 con il nome di Seiichiro Watanabe, Nyogakuan era un ingegnere, figlio di Saburo, che oggi verrebbe definito un re dell’acciaio, ma anche appassionato di bonsai, di cui possedeva una importante collezione.  Il figlio Seiichiro ne seguì le orme, appassionandosi però fin da giovane ai suiseki, creando nel tempo una imponente collezione denominata in seguito con il suo nome d’arte, “Nyogakuan“, che significa “Eremo del pensiero”.

Maggio 1966 : ogni domenica mattina Nyogakuan annaffiava le sue pietre



Già nel 1962, quindi a 38 anni, Nyogakuan scriveva:
“Il riverbero è una caratteristica unica dell’arte orientale rispetto all’arte occidentale. E’ anche una caratteristica del suiseki in cui il valore estetico è espresso nello spazio sconfinato che circonda la pietra, piuttosto che nell’aspetto della pietra. Ciò rende possibile esplorare la propria immaginazione nella vasta natura solo suggerita da una pietra”.
Reverberation is a characteristic unique to Oriental art in comparison with Western art. It is also a feature of suiseki in which aesthetic value is expressed in the boundless space surrounding the stone rather than in the appearance of the stone. This makes it possible to explore one’s imagination into the vast natue suggested by a natural stone”. (from preface, pag. 10)

In una sola frase, tratta dalla prefazione del suo libro, trovo molte parole rimandano a concetti a me cari, che non perdo mai occasione di sottolineare: riverbero come sottile emanazione di qualcosa che la pietra suggerisce soltanto, spazio vuoto che sollecita a completare l’Incompleto.

Moltissime le pietre fantastiche di questa collezione, che almeno si possono ammirare  nel libro “Suiseki : an art created by nature : the Nyogakuan collection of Japanese viewing stones“. Sarebbe veramente difficile selezionare la più bella, ma non è questo l’importante, secondo me. Guardare queste pietre e gli altri oggetti della collezione Nyogakuan (suiban, doban, tavoli, tenpai) dovrebbe essere fonte di comprensione: di quello che facciamo e del perché lo facciamo, come se fosse una fonte di acqua purissima. Dedicherò, con il tempo, alcuni post ad alcuni di questi suiseki.

Nyogakuan morirà nel 2001. Il libro sulla sua collezione è stato fortemente voluto da suo figlio Sen-En-Kyo, la cui nascita nel 1952 fu commemorata dal padre con l’acquisto di un suiseki, una pietra del fiume Kamo (Kamo gawa ishi) chiamata “La montagna dei cinque tesori”, e quando il figlio di Sen-en-Kyo ha compiuto 20 anni, suo padre a sua volta acquistò per lui una pietra del fiume Saji (Saji gawa ishi) chiamata “Shoto Bangaku“.

Da un punto di vista divulgativo, è un testo molto importante, purtroppo ormai molto raro e costoso. Innanzitutto è scritto anche in inglese, quindi di maggiore comprensione rispetto ad un testo in giapponese. Inoltre, le immagini sono ottimamente realizzate, nitide e professionali, e permettono di apprezzare la bellezza delle pietre ma anche i più piccoli particolari, come la texture o il colore. Infine, si fa apprezzare per la ricchezza di informazioni sulla petrologia, in quanto le pietre sono suddivise in base al luogo di origine e se ne descrive dettagliatamente la composizione geologica e le modalità di formazione. Questo approccio viene definito ‘scientifico’ dall’autore Sen-En-Kyo, il figlio di Nyogakuan, ma non mancano informazioni storiche e aneddoti su come Nyogakuan sia entrato in possesso di alcuni suiseki, come le otto pietre provenienti dalla famosa collezione Iwasaki, la famiglia fondatrice del marchio Mitsubishi, riconoscibili per i due numeri vergati sul fondo delle pietre, uno in rosso ed uno in bianco, dal significato non ancora del tutto chiarito. Le due copertine della pubblicazione sono dedicate a due di questi otto suiseki della collezione Iwasaki.

Dopo questo primo volume, Sen-En-Kyo ne ha pubblicato nel 2007 un secondo (Suiseki-II, An Art created by Nature; La collezione Sen-En-Kyo di pietre da osservazione giapponesi), dedicato questa volta alla sua personale collezione, che non può non contemplare alcuni suiseki di suo padre Nyogakuan. Anche questa pubblicazione ricalca nello stile grafico e nei contenuti il precedente, entrambi i volumi sono fonti preziose di informazioni storiche, sulle pietre e sulle persone del mondo del suiseki nel Giappone moderno. La copertina di questo secondo volume è dedicata alla famosa pietra Nantai San, “Monte Nantai”, una pietra del fiume Seta che ho avuto la fortuna di vedere di persona esposta alla sesta edizione della Japan Suiseki Exibition, una pietra così eccezionale da sembrare irreale.

Molte delle pietre descritte non fanno più parte della famiglia. Anche Nantai San adesso appartiene ad altri occhi, destino comune di molte pietre, destinate a sopravviverci.

La copertina anteriore.

E’ una pietra del fiume Kamo, il nome poetico, Ugo non Sansui, significa “Paesaggio dopo la pioggia”.

Kamogawa Yase Sudachi-Maguro-ishi

La copertina posteriore.

E’ dedicata ad un’altra delle otto pietre della collezione Iwasaki. E’ una pieta del fiume Kamo, che evoca onde ruggenti che si infrangono contro la costa. Il nome poetico Araiso, “Scogliera”, è spesso usato per i suiseki. Il vassoio è un antico bacino rettangolare in celadon, con un motivo di peonie.

Una pietra, fra le tante : Takachiho

Storie, pietre, generazioni, passato, futuro.
Uno dei suiseki che mi ha colpito è una Kamuikotan, chiamata “Takachiho“, un monte nella regione del Kyushu legato a molte leggende sugli dei creatori del Giappone. Il suiseki, che misura 37 x 19 X 9, ha anche un kiribako spettacolare, che riporta parte della storia di questa pietra. Essa fu ‘vista’ il 5 aprile del 1943 dall’Imperatore Hirohito. Fu poi esibita nel 1986 nel 12° Summit del G7 a Tokyo, e per il suo aspetto che infonde serenità si auspica possa ancora essere ammirata in una conferenza internazionale sulla pace e cooperazione nel mondo. Solo uno dei tanti tesori della collezione Nyogakuan.


VOLUME I

水石 : 自然の芸術 : 如学庵コレクション / 監修吉村金一 ; 編潜淵居

Suiseki : shizen no geijutsu nyogakuan korekushon
Suiseki : an art created by nature ; the Nyogakuan Collection of Japanese viewing stones
199 p. : col. 23 x 31 cm



VOLUME II

水石 : 自然の芸術 : 潜淵居コレクション / 監修吉村金一 ; 編潜淵居

Suiseki : shizen no geijutsu sen’enkyo korekushon
Suiseki-II : an art created by nature ; the Sen-En-Kyo Collection of Japanese viewing stones
219 p. : col. 23 x 31 cm

La donna senza talento

La donna senza talento

I suiseki in un fumetto giapponese – Terza e ultima parte
Quattro passi nel fumetto “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge.

Riflessioni sul suiseki


Già nel primo capitolo troviamo alcuni dialoghi interessanti che riguardano il suiseki. Ad un altro bottegaio sul fiume, che gli esprime i suoi dubbi sulla opportunità di vendere con successo pietre che si possono anche raccogliere solo chinandosi, Sukegawa spiega che non è proprio la stessa cosa.

“Non vorrei fare il guastafeste, ma sarà difficile per te vendere queste pietre. Perché qualcuno dovrebbe comprarle quando può raccoglierle per conto proprio?”
“Non è proprio così. Quella pietra ti sembra uguale a questa?”
“Che cosa cambia?”
La forma, l’essenza. La pietra più bella riesce a descrivere un’intera montagna, vallate… vento e nuvole in cielo, persino tutto l’Universo.”
“Eh eh eh… capisco…però, amico, sei nel posto sbagliato.”

Già, il posto sbagliato. Io stessa cerco ancora il mio posto nel mondo del suiseki, ma questa è un’altra storia.
Una pietra non è sempre un suiseki. Deve avere alcune caratteristiche e anche in questo caso una buona pietra appena raccolta è solo una giovane pietra, o araishi. Essa andrà coltivata, apprezzata, vissuta, magari anche venduta, deve avere la forma ma anche l’essenza. Non basta quindi una mera somiglianza a fare di una pietra un suiseki: Sukegawa ne è consapevole e le sue pietre hanno il cartellino con il prezzo ma anche il nome poetico.

Il secondo capitolo, “L’uomo senza talento”, è un flashback che spiega come sia iniziata l’idea di vendere pietre: nella libreria dell’amico Yamai, Sukegawa vede casualmente una vecchia rivista “L’hobby delle pietre” e scopre così che negli anni ’50 esisteva una comunità di appassionati molto numerosa e vendere pietre come oggetti d’arte era una pratica comune. Ecco la svolta tanto cercata!

Non potendo aprire un negozio in città per mancanza di soldi, apre una bancarella sul fiume… ma nessuno compra le sue pietre, anche perché, e Sukegawa ne è consapevole, il fiume Tama non regala le pietre importanti del libro, come le pietre crisantemo o le pietre cascata.

Ma in una rivista pubblicata mensilmente scopre un’altra possibilità: a breve si svolgerà a Tokyo un’asta di pietre, promossa dall’ Associazione Amanti delle Pietre, nel quartiere di Yoyogi. Il nostro amico si precipita e fa conoscenza con il presidente, Sekiun Ishiyama, con il suo discepolo Karuishi Yamakawa e con la moglie un po’ lasciva del presidente.

“Ishiyama mi fece una vera e propria lezione sulle pietre” e devo dire che il vecchio presidente conosceva a fondo quest’arte. La suddivisione in quattro categorie infatti è citata correttamente, così come la differenza tra bonseki e suiseki: “mentre nel bonseki le pietre contribuiscono alla creazione di interi paesaggi interagendo con altri elementi, nel suiseki tutto questo deve essere presente in un’unica pietra”.

Nel disegno del bonseki vediamo un bonsai ma anche una lanterna, un ponticello, ghiaia a rappresentare un fiume, un piccolo animale, una capanna.

E ancora si legge come un suiseki è naturale, mentre nel bonseki le pietre possono essere modificate al fine di creare un paesaggio complesso, ma “la mano dell’uomo non riuscirà mai ad eguagliare la bellezza partorita dalla Natura”. Sukegawa prova però ad affermare timidamente che “è il nostro senso estetico a discernere le pietre più belle da quelle senz’anima”, dando all’uomo un ruolo diverso da quello di semplice fruitore ma viene subito azzittito.

Quindi, secondo Tsuge-Sukegawa, l’arte di queste pietre sta nell’oggetto stesso ma anche nello sguardo di chi le guarda, senza toccarle, uno sguardo che da solo crea e rivela la bellezza, il riconoscimento di qualcosa che già è di per sé, come nel senso profondo del già sopra citato termine Shizen.

Dalla prefazione di un libro giapponese degli anni ’60:

«Sono abbastanza un profano nell’apprezzamento del Suiseki, ma quando vedo la collezione di Mr. Onuki, non posso che rimanere affascinato dalla bellezza delle pietre che la compongono. Queste pietre potevano dormire per sempre sotto le ombre delle rocce in alcune vallate se non fossero stati prese dal Sig Onuki. Le pietre sono nate di nuovo al mondo della bellezza quando sono stati scelte dal Sig Onuki.

L’incontro del Sig Onuki con le sue pietre non sembra essere accaduto per mero caso. Quelle pietre erano state incise e lucidate da Dio per lunghi anni da tempo immemorabile e nascoste nel silenzio fino al momento in cui a qualcuno è successo di trovare la vera bellezza in loro. Non vi sembra che Dio ha apprezzato il profondo amore di Mr.Onuki per le pietre così tanto da affidarle alla sua custodia?»

Mi fermo qui, temendo una sonora ‘risata’ dal Sol Levante ad alleggerire le mie dissertazioni “quasi colte”. Tornando al fumetto, Sukegawa riuscirà ad iscriversi all’asta, aspetterà con ansia quel giorno, e riflette, mentre urina nel fiume: “Le pietre del Tama non compaiono in nessun libro. Non so quanto valgono. È strano, ma non ne ho mai vista una nei negozi specializzati ai grandi magazzini. Sono come me… non le nota nessuno».

A ben pensarci, condizione invidiabile, quella delle pietre, dalle molteplici forme e dimensioni, che mai devono interrogarsi sul perché di sé e della vita, che semplicemente affermano la propria esistenza con la propria presenza: la pietra è ovunque, non è mai messa in dubbio, non è mai fuori luogo, e al contempo è sempre superflua, inutile, improduttiva, bellissima. Beh, maestro, non è vero, le pietre del fiume Tama sono apprezzate e ricercate.

Va da sé che l’esperienza della vendita sarà fallimentare. Sukegawa sarà obbligato a pagare l’iscrizione e la quota di ingresso per tutta la famiglia, si renderà conto che la base d’asta di partenza è irrisoria e comunque non venderà nessuna delle sue pietre. La moglie impietosamente gli presenterà i conti: “… diciassettemila yen svaniti nel nulla…odio queste dannate pietre!

Il trailer del film.


Di seguito, per concludere con un sorriso questa veloce cavalcata nell’opera “L’uomo senza talento”, ho scovato il trailer del film del 1991, con i sottotitoli in inglese.


2017 Canicola Edizioni,
collana Jason Molina
Traduzione di Vincenzo Filosa
224 pagine, b/n, cm 15×21
ISBN 9788899524128
Per l’edizione italiana
copyright 2017 canicola / yoshiharu tsuge


Katachi, oltre la forma

Katachi, oltre la forma

Non c’è aspetto che non sia (anche) concezione.


Katachi ( 形 ) significa letteralmente forma. Mi interessa approfondire il concetto perché, per gli amanti del suiseki, è una delle sue caratteristiche principali, forse il punto di partenza. Una pietra, per essere definita un suiseki, deve avere una forma e rappresentare, in piccolo, un elemento che fa parte del mondo della Natura: un paesaggio, un essere vivente animale o vegetale, un essere soprannaturale.
Quindi, anche i testi di riferimento affermano che katachi (1), cioè la sua forma, è una delle caratteristiche da esaminare in un buon suiseki. Infatti, sulla forma si basa uno dei sistemi di classificazione dei suiseki.

Hokkaido, Kamuikotan ishi (神居古潭石) – Collezione Daniela Schifano, da Yoshida Bonseki

Hokkaido, Kamuikotan ishi

Cosa stiamo vedendo ?

Stiamo vedendo una pietra, un frammento di roccia, quindi un oggetto con una sua fisicità, una forma, un aspetto, in cui individuare una somiglianza, cioè una possibile relazione tra due entità: il somigliante ed il somigliato.
Ma sarebbe una riduzione concettuale che fa torto a migliaia di anni di tradizioni orientali nelle arti e nel pensiero.

Il pittore e teorico cinese Jing Hao (855-915) ha scritto:
“La somiglianza si impossessa della forma ma lascia scappare lo spirito.
La verità coglie, tutt’insieme, lo spirito e la materia”

Traspare e motiva una caratteristica tutta giapponese: l’affascinante identità tra forma e sostanza, tra significante e significato. Potrei citare molti esempi: il sistema di scrittura basato sui kanji, la cerimonia del tè, le affascinanti sekimori-ishi.

“La grande immagine non ha forma”: il paesaggio secondo la tradizione pittorica cinese


Mario Porro così riassume alcuni brani di nostro interesse del terzo capitolo “Di un paesaggio da vivere” tratti dal libro “Vivere di paesaggio”, di Francois Jullien:

“Un passo di Su Dongpo (XI secolo), uno dei primi pittori di paesaggio, esprime con chiarezza l’emancipazione dall’obbligo infantile della rassomiglianza: “gli uomini, animali, case, mobili hanno una forma costante. Invece montagne e rocce, bambù e alberi, increspature dell’acqua, nebbie e nubi non hanno una forma costante, ma hanno una natura interiore costante”.


Di questo secondo gruppo, composto da elementi che hanno natura interiore (ma non forma) costante, mi ha colpito l’ordine in cui essi sono elencati: dalle montagne, nella loro variazione di grana e di vegetazione (le rocce, i bambù, gli alberi) alle acque nelle loro manifestazioni in mutazione (le onde, i vapori, le nuvole). In sintesi, dalle montagne alle nuvole… dove le montagne, in Cina prima e in Giappone successivamente, sono considerate “le radici delle nuvole“. Possiedo un suiseki con questo nome poetico… ma questo è un altro post.

“Le rocce non hanno più forma imposta di quanto non ne abbiano le nuvole: una roccia o una nuvola ha qualsiasi forma e quello che il pittore dipinge è ciò grazie a cui la roccia o la nuvola raggiunge la coerenza interna, ciò che la promuove in roccia o in nuvola. Ora, le montagne e le acque non conoscono forma imposta, più di quanto non ne conoscano le rocce e le nuvole. Ma se ne seguiamo le curve e le svolte, i contorni sinuosi in trasformazione continua, allora vi vedremo l’espressione privilegiata di questa vitalità che non si esaurisce.”

Ecco il “paesaggio” cinese (shan shui 山水), che muove dall’accostamento montagna-acqua, mente il suiseki giapponese è 水石 (acqua e pietra). In entrambi i casi una cosa è messa in relazione al suo opposto, non per escludersi ma per affermare la dualità del mondo.

Continua Mario Porro con lucida sintesi:

“L’arte dell’Occidente ha seguito la “piega” ontologica della filosofia, ha cercato, attraverso la consistenza della forma visibile (morphé), di dare espressione alla forma intelligibile (eidos) che costituisce l’essenza dell’oggetto rappresentato. In Cina, non si cerca la rappresentazione, non vi è idea da cogliere; il pittore non è chiamato a riprodurre l’involucro esterno delle cose ma a esprimerne la coerenza interna (chang li), in cui si manifesta la regolazione del processo del mondo. L’alternanza delle fasi yin-yang scandisce il respiro che anima l’universo intero, grazie al soffio-energia (qi) che si rinnova di continuo nelle sue variazioni. Il paesaggio non è una parte ritagliata dal tutto, ma è già il tutto perché in esso è attiva l’operazione del mondo nella sua interezza.”

La forma del nostro suiseki, fatto di pietra e acqua, è diventata solo un veicolo, di uno spirito, o energia, o soffio vitale, o di un tutto.

Hokkaido, Kamuikotan ishi

“Lo sguardo si lascia assorbire, passeggia nel paesaggio, lo scopre da diverse angolazioni, non è attivato dagli stimoli ottici ma dalle forze che agiscono all’interno della natura.”

Molti anni fa mi sforzai di descrivere, quasi a tentoni, quello che per me era un suiseki: “… un buon suiseki non ha una forma spettacolare, ma mostra la presenza di una particolare atmosfera, è pieno di risonanze, vagamente richiama una immagine in esso. Non è sufficiente quindi che abbia una buona forma, ma dovrebbe emanare una visione, suggerire un respiro, un’atmosfera, un particolare stato d’animo, l’aria di qualcosa, dovrebbe essere incompleto e per questo richiederà un’attività partecipativa da parte dell’osservatore.”

E meglio di me Mario Porro, che ringrazio, giunge alle stesse conclusioni:

“Un paesaggio è come un archetto, diceva Stendhal, fa risuonare qualcosa nell’interiorità, non tanto un suono distinto quanto una vibrazione, una risonanza che fa ritrovare l’accordo, l’intesa di fondo fra l’io e il mondo. Nel respiro che anima il paesaggio, troviamo di che “nutrire la vita”.

Forse è per questo che fare suiseki mi fa star bene.

Riferimenti.


Ringrazio la prof. Susanna Marino docente di lingua e Istituzioni di Cultura giapponese presso l’Università Bicocca di Milano -Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione – e presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Varese

  1. Definizione di katachi 形 (forma, figura, foggia); (fattezze, forme, lineamenti)
    la parte di sinistra indica una cornice squadrata (una sorta di graticcio, tipo finestra tradizionale) e i tre segni a destra sintetizzano l’idea di ‘disegno’, decorazione, pattern.
    Frasi d’esempio: avere una forma strana, avere delle belle gambe; celebrare qualcosa senza formalità; sotto forma di qualcosa
  2. Definizione di kata 型 (modello, stampo, forma, foggia); (dimensione, grandezza, formato); (tipo, modello, stile, forma)
    tre sono le parti che compongono questo ideogramma: a sinistra una cornice squadrata, a destra una lama e sotto il terreno. Creare una cornice di terra (argilla), cioè creare uno ‘stampo, un modello’.
    Frasi d’esempio: modellare la creta; persona che agisce contro le convenzioni; espressione stereotipata
  3. Definizione di sugata 姿 (figura, forma, sagoma, profilo, contorno). Si usa sia per persona che per le cose (aspetto, apparenza, sembianze).
    姿 la parte di sopra significa ‘seguente, successivo’, mentre la parte di sotto significa ‘donna’. Alcuni studiosi sostengono che la parte superiore dell’ideogramma sintetizzi una persona in piedi con la bocca aperta (riferendosi a qualcuno stupito da una bellezza muliebre). Per estensione, quindi, l’ideogramma indica una bella figura e più generalmente figura. Nell’ambito del suiseki, il termine sugata identifica una figura umana o deificata.
    Frasi d’esempio: avere una bella figura, una bella linea, dipingere il ritratto di qualcuno; poveramente vestito; travestito da donna; profilo armonioso del Monte Fuji.

Curiosità.



La The International Society for the Interdisciplinary Study of Symmetry dedica una pagina al concetto di katachi, nelle sue implicazioni più moderne. Esiste infatti una vivace comunità di ricercatori giapponesi, che studia le implicazioni tra forma, funzione e significato, al fine di ottimizzare ad esempio i dispositivi user-friendly, come le interfacce avanzate per computer, o nuove soluzioni di biologia molecolare. La “Katachi Society” fa suo proprio il temine katachi, composto di “kata” (modello) e “chi” (potere magico), a cui attribuisce in senso allargato il significato di “forma completa” o “forma che racconta una storia attraente“.  Per questa associazione di ricercatori scientifici, la forma ha antiche radici culturali, che potrebbero essere spiegate più chiaramente attraverso due esempi: la cerimonia del tè, dove il maestro combina materiali, significati e stati d’animo al solo scopo di servire un buon tè, e i kanji, un sistema di scrittura dove il carattere, o meglio il logogramma, ha una forma fisica, un valore orale ed un valore semantico.


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