Una scaglia, una lamina di pietra, quasi a simulare la pagina di un libro dove all’interno le parole diventano segni e i segni scorrono come tratti fluidi di un pennello fino a mutare per dare forma al dipinto.
E’ un dialogo silenzioso, e nel silenzio si intuisce e si riconosce l’intero senso del paesaggio: Dualismo e Riflesso. Un’opera naturale che la natura stessa dischiude la sua forma artistica rivelando un segreto mantenuto fin dalla notte dei tempi. Così che la non intenzionalità della creazione artistica viene trasferita dalla natura agli esseri umani.
L’immagine della pietra ci porta alla mente i “ Discorsi sulla pittura del monaco Zucca Amara”, monaco e pittore ( Zhu Ruoji 1641-1708), meglio conosciuto come Shitao ( Onda di Pietra ).
Scriverà: “Forma e linee di forza del paesaggio risiedono nella pittura, un solo tratto si deposita sulla carta, e tutti gli altri seguono.”
La pittura contiene, si fa luogo per accogliere e richiamare attraverso il suo linguaggio le forme e le tensioni energetiche del paesaggio stesso, in una correlazione e circuitazione continua. Così anche la natura nel suo ritmo e nel suo flusso vitale esprime un processo inesauribile del dispiegarsi vario delle forme, attraverso fasi alternate di genesi, modificazione e dissoluzione.
Non c’è scena di paesaggio che non sia in relazione con una stagione. Tsukiyama – ( La Montagna della Luna) – 月山 che ci accompagna alla luna d’Autunno.
“Splendida luna incurante delle nuvole alla deriva.” (un monaco)
Lafcadio Hearn, Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano, cura e traduzione italiana di Alessandra Contenti, Roma, Exorma Edizioni, 2017 ISBN 978-88-98848-35-5
Nel libro “Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano”, proposto da Exòrma nell’ambito della collana Scritti traversi, l’occhio di Hearn si sofferma sul mondo degli insetti, un tema molto caro alla cultura nipponica, assumendo il ruolo di un microscopio speciale in grado di superare l’aspetto entomologico della questione e di mettere in luce la natura simbolica ed epicamente essenziale di questi esseri. Farfalle, formiche, cicale, lucciole, zanzare, libellule, la scrittura procede così, per incanti e precisazioni. (Recensione di Giuliana Riccio)
“Uno degli antichi nomi del Giappone è Akitsushima (秋津島), vale a dire “isola delle libellule”, e viene scritto con un carattere che rappresenta una libellula – il quale insetto, ora chiamato tombo, era anticamente denominato Akitsu. Forse il nome Akitsushima, “isola delle libellule”, è stato suggerito, foneticamente, da un nome ancora più antico del Giappone, pronunciato anch’esso Akitsushima, ma scritto in caratteri diversi, che significava “la terra dei ricchi raccolti”.
Comunque stiano le cose, esiste una tradizione secondo cui l’imperatore Jimmu, qualcosa come duemilaseicento anni fa, nell’ascendere una montagna per contemplare dall’alto la provincia di Yamato, fece osservare ai suoi accompagnatori come la configurazione del territorio somigliasse a una libellula che si lecchi la coda. Per via di quell’augusta osservazione, la provincia di Yamato venne in seguito designata come la terra della libellula; e in seguito il nome venne esteso a tutta l’isola. E la libellula rimane un simbolo dell’Impero ancora oggi.”
Stagioni: l’autunno
Aki (秋). L’autunno giapponese inizia l’8 agosto e termina il 6 novembre. E’ il momento del momiji, quando le foglie autunnali diventano incandescenti in uno spettro di scarlatto, ruggine e limone. E’ il momento dei suoni, il suono della brezza, la pioggia e il fruscio delle foglie, i grilli la sera: sono le canzoni dell’autunno, il suono autunnale Shàsei 秋声 Nella foresta vuota, le foglie sono piene di suono autunnale.
“In periodi diversi si vedono differenti tipi di libellule; e le varietà più belle, con poche eccezioni, sono le ultime a comparire. Le libellule giapponesi sono state raggruppate dagli antichi scrittori in quattro classi, a seconda del colore predominante – libellule gialle, verdi (o blu), nere (o scure) e rosse. Si dice che gli insetti macchiati di giallo siano i primi a manifestarsi; che le varietà verdi, blu e nere si facciano vedere solo nel periodo di maggior caldo; e che le specie rosse siano le ultime a mostrarsi e anche a scomparire – svanendo solo alla fine dell’autunno. In un senso vago e generale, queste nozioni possono essere intese come derivate dall’osservazione. Cionondimeno, la libellula è normalmente considerata una creatura autunnale: e infatti uno dei suoi tanti nomi, Akitsu-mushi, significa “insetto d’autunno”. E l’appellativo è davvero appropriato, giacché è solo alla fine dell’autunno che le libellule compaiono in moltitudini tali da farsi notare. Tuttavia per il poeta la vera libellula d’autunno è quella rossa:
Che si dia inizio all’autunno, viene decretato dalla libellula. Kaya Shirao (1738 – 1791)
Oh la libellula! Si è tinta il corpo con i colori autunnali ! Hori Bakusui (1718 – 1783)
È colorata con le tinte delle giornate d’autunno – la libellula rossa!
«La primavera – dice un poeta giapponese – è la stagione degli occhi; l’autunno la stagione dell’udito»
– e vuol dire che in primavera la fioritura degli alberi e la magia della nebbiolina del mattino dilettano la vista, mentre in autunno l’orecchio è incantato dalla musica di innumerevoli insetti. E continua dicendo che il piacere dell’autunno è accompagnato dalla malinconia. Voci lamentose evocano il ricordo degli anni trascorsi e dei visi scomparsi, e dunque, per il pensiero buddhista, richiamano alla dottrina dell’impermanenza. La primavera è la stagione delle promesse e della speranza; l’autunno il tempo del ricordo e del rimpianto. E l’arrivo di uno speciale insetto autunnale, la tacita libellula – silenziosa nella stagione delle voci – rende ancor più strani i modi di quel cambiamento. Dovunque si vede un gioco muto di lampi fatati – esplosioni di colore che si incrociano di continuo, come una tessitura di incanti interminabili sulla superficie della terra. Così la descrive un antico poeta:
Come il filo scarlatto della tela di ragno, il lampo delle libellule.
Giochi di bambini
“Catturare libellule è da centinaia d’anni il divertimento preferito dei bambini giapponesi. Comincia nella stagione estiva e si prolunga per quasi tutto l’autunno. Esistono molte antiche poesie sull’argomento – che descrivono la spensieratezza dei piccoli cacciatori. Oggi, come in passato, l’eccitazione della caccia li induce a ogni sorta di guai: cadono dagli argini del fiume, precipitano nei fossi, si graffiano e si sporcano paurosamente – incuranti delle spine, delle pozzanghere e degli stagni – dimenticando il caldo e anche l’ora di cena:
Perfino all’ora del pranzo dimenticano di tornare a casa – i bimbi a caccia di libellule!
Il buri o toriko era il gioco preferito dei ragazzi giapponesi, da almeno 160 anni fa fino agli anni ’60, per catturare vive le libellule.
Consiste nell’utilizzare un filo di seta con attaccati due pesi, che vengono scambiati dall’insetto per una preda ma nell’atto dell’attacco la libellula resta invischiata nel filo di seta, cadendo per terra illesa.
Tuttavia, con il numero decrescente di libellule in Giappone a causa della distruzione ambientale, dell’inquinamento idrico e della cementificazione delle rive dei fiumi, dei laghi e degli stagni, la cattura delle libellule sta scomparendo, e con essa il buri.
Riproduzione del disegno di KODERA G. (1831), la prima testimonianza nota sul gioco del buri [Owari doyushu – Collection of boy plays and games in Owari province in central Japan. Miosha, Tokyo (Japan) ]
Ma il testo poetico più noto, riguardo a tale passatempo, ha un carattere drammatico. È stato scritto dalla famosa poetessa Chiyo, di Kaga, alla morte del figlioletto:
A caccia di libellule!
…Chissà dov’è adesso?
I versi intendono suggerire, non dire apertamente, l’emozione di una madre. Ella vede i bimbi che corrono dietro alle libellule e pensa al figlioletto morto, che andava a caccia con loro – e si scopre a domandarsi, in presenza dell’infinito mistero, che ne sia della sua piccola anima. Dove è andato? Quale gioco ultraterreno si divertirà a praticare?” (Lafcadio Hearn )
Fukuda Chiyo-ni (Kaga no Chiyo) (福田 千代尼; 1703 – 1775) è stata una poetessa giapponese del periodo Edo e una suora buddista. Dell’haiku citato dall’autore riporto un’altra traduzione: Tombo-tsuri Kyou wa doko made Itta yara
Mio piccolo cacciatore di libellule oggi chissà fin dove ti sei spinto… (Irene Iarocci)
Ma potrebbe non essere sufficiente. Per un’analisi dettagliata invito a leggere “Dai versi al pennello“, relazione sullo studio di Mrs. Eri Takase, maestra calligrafa, sulle varie traduzioni di questo haiku.
L’autore.
Di madre greca e padre irlandese, Lafcadio Hearn nacque nell’isola di Leucade nel 1850. Dopo il divorzio dei genitori, ebbe una infanzia ed una adolescenza difficili, e fu mandato senza un soldo negli Stati Uniti, dove a fatica si riuscì a costruire una carriera di giornalista di successo ma fuori dall’ordinario, a Cincinnati e a New Orleans. Nel 1889 andò in Giappone come giornalista corrispondente, incarico che fu però presto interrotto, ma in Giappone Hearn trovò la sua nuova patria e nuova ispirazione per i suoi scritti.
Si sposò con Setsu Koizumi e nel febbraio 1896 divenne il cittadino giapponese Yakumo Koizumi. Adottato dalla sua famiglia giapponese come condizione per la cittadinanza, prese il nome di famiglia Koizumi, che significa “piccola primavera”, e scelse per il suo nome Yakumo, che significa “otto nuvole”, che era la prima parola del “poema più antico esistente nella lingua giapponese”, così come uno dei nomi per Izumo, “la mia amata provincia, il luogo dell’emissione delle Nuvole”. In Giappone fece il giornalista e l’insegnante ma soprattutto scrisse moltissimi saggi, raccogliendo leggende, fiabe, descrivendo scorci di vita giapponese a cui assisteva, raccogliendo da amici e dalla moglie materiale letterario folkloristico poi rielaborato dallo scrittore. Morì di infarto a Tokyo nel 1904, a poco più di cinquant’anni. Di lui, l’amico Masanobu Otani ha scritto: “Lafcadio Hearn è giapponese tanto quanto un haiku. Ambedue sono una forma d’arte, un’istituzione in Giappone. La ricerca della bellezza e della tranquillità, di usanze piacevoli e valori duraturi, ve lo trattennero per il resto della vita, yamatologo convinto. Divenne il maggiore interprete di cose giapponesi in Occidente. Il suo intelletto acuto, la sua immaginazione poetica e lo stile meravigliosamente limpido gli consentirono di penetrare nell’essenza profonda della cultura locale.”
“Ci viene chiesto d’immaginare ciò che non vediamo; ciò che è implicito è comunque attivo, e ciò che è assente diventa presente proprio in virtù dell’assenza. La nostra ricompensa sta nell’immaginare e scoprire ciò che non è rilevato, perché questo è il fine ultimo delle cose nascoste”. ( Sophie Walker)
Viviamo d’immagini, e la Natura si manifesta proiettando l’immagine di se stessa, il Paesaggio. Spesso offeso, in una rappresentazione distorta ed artificiale in cui cerchiamo regole, forme, canoni, alla ricerca di un’armonia impossibile, mentre l’essenziale accade sul piano puramente ideale del verosimile.
Dato che il recupero dell’identità della Natura è concepito dallo sguardo del soggetto osservante, esso si avvera tramite una visione in cui la Natura diviene immagine, che si riconosce non nella frammentazione bensì nell’insieme, ovvero l’unità del tutto di un flusso illimitato e vago che è la Natura stessa. Così il soggetto la recupera attraverso la visione estetica appropriandosene tramite rappresentazioni.
Questa è Akikaze, vento d’autunno :
E’ una pietra proveniente dal Giappone che evoca l’immagine di scogliere dove attraverso fenomeni di mineralizzazione presenti acquista peculiarità che richiamano il rifrangersi delle onde. E quando la durezza della pietra cede alla plasticità della forma tutto diventa possibile e lo scenario dapprima immobile si trasforma in pulsione vitale, che offre allo spettatore quel senso di appartenenza e simbiosi con la composizione stessa.
D’altronde è fondamentale sottolineare il rapporto tra l’oggetto della contemplazione (nel nostro caso la composizione) e noi stessi, dando vita ad una dimensione intermedia in cui esperienza sensoriale ed emotiva si fondano per lasciarci trasportare in una meravigliosa storia che racconta le vicende e le gesta narrate attraverso un poema epico “Heike monogatari”.
E’ il racconto del clan degli Heike, del loro successo e poi della loro disfatta e del loro declino fino alla disastrosa sconfitta nella battaglia navale nella baia di Dan -no-ura contro il clan dei Genji.
Secondo la leggenda, gli spettri dei guerrieri Heike annegati ora dimorano sul fondo marino dentro il corpo dei granchi Heikea japonica, i quali presentano sul carapace un disegno che ricorda esattamente la ghigna di un guerriero samurai. Oggi questo granchio, specie endemica delle acque giapponesi, viene anche chiamato granchio samurai.
Il kakejiku è dell’autore Tosa Mitsusuke – M.te Fuji. La calligrafia che si nota nel particolare in alto a destra è stata tradotta dal Prof. Aldo Tollini.
All’alba, alla settima stazione [della strada del Tokaidō] guarda l’alta cima!
Dopo averla superata, si trova il fiume Fuji che non eguaglia [la sua bellezza].
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