Shōjō, una pietra dal fiume Tama

Shōjō, una pietra dal fiume Tama


猩々Shōjō  “Il gran bevitore
“Quando un suiseki ha la carta d’identità”
di Giorgio Rosati


Attraverso questo blog mi è stata data la possibilità di condividere la storia di una pietra, entrata a far parte della mia collezione alcuni anni fa, cosa che faccio con grande piacere.
Quando arrivò a casa era corredata del suo daiza, purtroppo rotto durante la spedizione, riposta all’interno del suo kiribako e accompagnata da un certificato scritto a mano con sigilli vari e una piccola foto.
Per prima cosa ho rifatto, sia pure a malincuore, il daiza perché non era riparabile, utilizzando una tavoletta di palissandro, materiale degno di tanta pietra.
Naturalmente poi ho cercato al più presto, con l’aiuto di amici giapponesi, di tradurre le scritte sul kiribako e il certificato.

La pietra con il suo kiribako

La scritta (hakogaki) sulla scatola recita, da destra: 菊花石 pietra crisantemo, in centro 猩々ShōjōGran Bevitore”, nome poetico della pietra a cui segue la firma illeggibile con sigillo del proprietario.

La pietra, quindi, è una pietra crisantemo e il certificato, redatto dall’Associazione Amatori Pietre del fiume Tama, ne completa le notizie sull’origine e ne data il suo ritrovamento:

“Questa pietra del fiume Tama, larga 11 cm., alta 22, e profonda 10,5, è stata trovata nel corso superiore del fiume Tama nell’anno 38 dell’era Showa (1963), dal signor Shohei TAMURA, ed è stata classificata come “pietra eccellente” il 5 agosto dell’anno 40 dell’era Showa (1965). Sakamoto Ichiro Associazione Amatori Pietre del fiume Tama.”

Naturalmente è stata una grande soddisfazione avere acquistato, insieme alla pietra, la sua “carta d’identità”, cosa che avviene assai raramente; al più si riesce a risalire ai precedenti proprietari se si ha la fortuna di venire in possesso della scatola con le notazioni sul retro del coperchio. L’unica cosa che non mi convince del tutto è il nome che il precedente proprietario, avendo forse immaginato nella sagoma della pietra un individuo un po’ barcollante, malfermo sulle gambe, le ha conferito.

A sinistra, il retro della pietra, a destra il fronte 

Le pietre crisantemo sono un tipo di pietre che rientra nelle monyo seki, pietre con disegni sulla superficie, ed in particolare nelle kikka seki, pietre con disegno a forma di fiore di crisantemo.

La conoscenza e diffusione delle pietre crisantemo non è antica come quella delle Kamogawa o delle Furuya, ma risale agli anni ‘30 del secolo scorso, quando un professionista di Gifu, Koichi Shiraki, acquistò dei terreni nella valle del fiume Neo, a nord di Nagoya. Avendo avuto notizia del ritrovamento di pietre con disegno di fiore nei dintorni, cominciò a cercare nei propri terreni e vennero alla luce parecchi esemplari.
Nel frattempo la popolarità delle kikka seki aumentò a dismisura, anche grazie al fatto che il crisantemo è il fiore simbolo dell’immortalità e l’emblema dell’Imperatore del Giappone. Attraverso le sue influenti amicizie Shiraki arrivò a omaggiare l’Imperatore stesso di alcune sue pietre.

Il simbolo dell'Imperatore del Giappone

L’emblema dell’Imperatore del Giappone: il crisantemo a sedici petali

Alcune pietre crisantemo sono molto famose, quasi leggendarie nel mondo suiseki, per non parlare dei prezzi a cui sono state acquistate…..
I principali siti di ritrovamento, oltre alla valle di Neo, sono la valle del fiume Tama, ad ovest di Tokyo, e la zona di Shimonita.
Sono costituite da una matrice di colore e origine geologica varia e da agglomerati di cristalli di calcite o quarzo disposti radialmente a formare disegni che ricordano I petali di un crisantemo. Possono essere naturali (saba) quando la formazione di calcite è ruvida, non lisciata né dalla permanenza nel fiume né dalla mano dell’uomo, oppure levigate.

Il fiume Tama


Il parco nazionale Chichibu Tama Kai, che comprende una parte della prefettura di Tokyo, è stato istituito nel 1950, ed è il parco nazionale più vicino all’area metropolitana di Tokyo. All’interno del parco, nella sua parte orientale, scorre il fiume Tama, che sfocia nella baia di Tokyo.

Immagine autunnale del parco Chichibu Tama

Nel fiume Tama, oltre alle pietre crisantemo, ormai probabilmente esaurite, si trovano altri tipi di pietre molto interessanti, che sono oggetto di ricerca degli appassionati. Anche io ho avuto la possibilità di farlo un paio di volte in zone diverse, tra l’altro interessanti anche per motivi ambientali…

Giugno 2019: alcuni scorci del fiume Tama durante la mia visita

(cliccare sull’immagine per scorrere la galleria)

…. e non sono tornato a mani vuote, entusiasmandomi per la varietà dei materiali che si trovano, come la pietra successiva che ho trovato sul Tama :

Mi rendo conto di avere un po’ divagato, ma spero che queste notizie siano gradite ai Lettori che immagino informati e attenti a questi argomenti, e vorrei concludere affermando che il piacere di percorrere la via del suiseki aumenta enormemente se alla contemplazione di una pietra bella e ben presentata si aggiunge la ricerca e la conoscenza delle sue caratteristiche, della sua storia e delle sue vicende.

Giorgio Rosati

Bibliografia


  • Sen – En – Kyo, “Suiseki: an art created by nature”
  • Covello, Yoshimura, “L’arte del suiseki
  • Wikipedia, “Il parco nazionale Chichibu Tama Kai”

Credits.


Shakkei Group ringrazia l’amico Giorgio Rosati, di cui apprezziamo le molteplici qualità e la pluralità di interessi, che spaziano dallo studio del giapponese alla realizzazione di daiza. Viaggiatore e non turista, attento ricercatore sul territorio, italiano e non, amante della montagna, presidente del Club Amatori Bonsai e Suiseki di Genova, colleziona con attenzione pietre italiane e straniere, dando loro interpretazione e sostegno, idea e corpo, sulla linea della tradizione orientale.


Il ponte delle gazze

Il ponte delle gazze

Kasasagi-no-Hashi

Una storia d’amore.

C’era una volta… una principessa, figlia dell’Imperatore e della Regina del Cielo, ed un giovane uomo, il mandriano dei buoi celesti. Lei, Zhi Nu il suo nome, era una bravissima tessitrice, tesseva ogni giorni splendidi arazzi con i colori dell’alba e del tramonto.

Anche le nubi, nel loro correre sospinte dal vento, si fermavano ad ammirare gli splendidi colori del cielo.

Una sera d’estate udì una musica dolcissima arrivare al di là di un ruscello. Incuriosita, guadò il fiume e vide un bel ragazzo, Niu Lang, che suonava il flauto dopo una giornata di lavoro come guardiano di buoi. Si conobbero, suonarono e cantarono insieme, giorno dopo giorno, si innamorarono. Per il proprio matrimonio, la Tessitrice preparò una veste fatta di gocce di rugiada e della luce delle stelle. La notte delle loro nozze fu così luminosa che sulla Terra tutti si chiesero perché la Stella Tessitrice, Vega, fosse così splendente, quella notte.

I due giovani sposi erano talmente felici e persi nel loro amore che si dimenticarono dei loro compiti, creando scompiglio nel cielo e tra gli dei. Il cielo si offuscò, privato dei colori del tramonto e dell’alba, i buoi giravano senza controllo nella volta celeste. La Regina dei Cieli, madre della principessa, decise allora di separare i due giovani: con una spilla disegnò una linea attraverso il cielo creando il grande Fiume d’Argento, la Via Lattea, confinando sulle opposte rive i due giovani sposi. Tornò così l’ordine, tornarono i colori dell’alba e del tramonto, ma i due giovani erano disperati. L’Imperatore del Cielo, impietosito dal dolore della figlia, cercò di lenire la punizione materna, permettendo ai due giovani di incontrarsi almeno una volta ogni anno, il settimo giorno del settimo mese, se avessero fatto il loro dovere.

La Principessa Tessitrice chiamò allora in suo aiuto delle gazze, che arrivarono in volo dalla Terra e formarono un ponte sopra il vasto e profondo Fiume d’Argento. Saltando sulla schiena degli uccelli, come fossero pietre di un ruscello, la principessa riuscì a raggiungere il suo sposo e a passare una sola giornata con lui.


Ciò accade da quel lontano tempo, ogni 7 di luglio di ogni anno. Da allora, ogni anno, solo per un giorno, nel cielo estivo, se non piove e se il cielo è limpido, le due stelle Vega e Altair che hanno continuato a brillare divise dalla Via Lattea, aspettano l’arrivo dello stormo di gazze. Gli uomini, sulla Terra, alzano gli occhi al cielo, scrivono desideri, preghiere e poesie sui tanzaku che vengono poi attaccati sui rami di bambù, perché il settimo giorno del settimo mese ogni desiderio si può avverare.

In Cina, paese di origine della leggenda, la principessa attraversa il fiume, mentre in Giappone, riflettendo il costume locale, è il mandriano a recarsi dall’amata, attraverso il ponte o anche su una barca o guadandolo a piedi. Cambiano anche i nomi: la principessa si chiama Orihime ( 織姫 ), il ragazzo Hikoboshi, noto anche come Kengyuu (牽牛) , la Via Lattea è Ama no gawa (天のラ), il Fiume Celeste.
In Giappone, la festa è chiamata Tanabata e si festeggia il 7 luglio e si dice che se piove su Tanabata, le gazze non possono venire a causa dell’aumento del fiume e i due amanti devono aspettare un altro anno per incontrarsi. Pioggia come lacrime, “le lacrime di Orihime e Hikoboshi”.

Da oggi
non mi resta che attendere,
con ansia piena di brama,
il ritorno, nell’anno che verrà,
della sera appena trascorsa.
(Kokin waka shu, Libro 4, Autunno
, n. 183,
Miko no Tadamine )


Il suiseki Kasasagi no Hashi ( 鵲の橋 )

Splendida pietra, forse unica per dimensioni, leggerezza, incredibile nel suo giungere integra tra mani umane. Lunga 69 centimetri, così sottile nell’arco superiore dolcemente incurvato, sembra veramente un ponte gettato sul vuoto, su cui si possa procedere per raggiungere l’altra sponda.


Il nome poetico la collega infatti, al di là delle classificazioni, alla leggenda sopra citata: è il ponte (hashi) delle gazze (kasasagi), un luogo esistente solo nel mito e nei sogni, che rende possibile l’impossibile, l’incontro fra due amanti.

Conoscevo questo suiseki per averlo apprezzato nel libro “SUISEKI II – The Sen- En-Kyo Collection of Japanese Viewing Stones”, in cui il figlio di Nyogakuan, Toyotaro Watanabe, ha pubblicato la sua personale collezione, in parte ereditata dal padre. E’ una pietra del fiume Seta (Setagawa Maguro Hashi-ishi), misura 69 x 10 x 6 cm.
Dal libro (pag. 76 e 77), cito :

“La forma a ponte di questa pietra è stata determinata dagli agenti atmosferici naturali. Nonostante la pietra sia distintiva, non le è stato dato un nome, quindi io l’ho chiamata “Kasasagi-no-Hashi“, un ponte leggendario creato da una gazza che attraversa la Via Lattea il giorno del Festival delle Stelle per consentire a Kengyu (Altair) e Orihime (Vega) di attraversare il fiume.”

E’ stata grande la mia costernazione, per l’occasione mancata, riconoscendo questo suiseki e vedendolo esposto a Tokyo, nella 8^ edizione della Japan Suiseki Exhibition, che si è appena conclusa. Purtroppo impossibile per me andare di persona in Giappone, posso solo ammirarlo nelle poche foto che sono state condivise tra gli appassionati ed attendere il Catalogo della mostra, dove sicuramente sarà stato fotografato al meglio e dove troverò ulteriori informazioni.

In una foto da lontano, apprezzo meglio la delicata struttura della pietra, l’esile ponte che sembra fluttuare sospeso nel nulla. Inoltre, mi sembra di poter dire che la pietra venga posizionata in modo trasversale, sul piano del tavolo. Veramente un peccato non esserci.


Japan Suiseki Exhibition 2021

Japan Suiseki Exhibition 2021

2021 Special Entry : “Takachiho”


Organizzata dalla Nippon Suiseki Association, la JSE è arrivata alla sua ottava edizione. Quest’anno, causa Covid, è mancata la presenza dei soci stranieri, che presentando comunque le loro pietre non hanno fatto mancare il loro supporto alla Associazione, che prepara la mostra con molti mesi di anticipo.

Occidente guarda Oriente, come può.

Con la consapevolezza di una occasione mancata, condivido un breve video con il maestro Kunio Kobayashi, attuale presidente della NSA, nelle sale del Tokyo Metropolitan Art Museum e tra i 177 suiseki presentati quest’anno.

Makiko Koba intervista Kunio Kobayashi – Canale Youtube “Bonsai de Night”


In copertina, il suiseki ospite d’onore di questa edizione. E’ proprio lei, “Takachiho“, la Kamuikotan già appartenente alla collezione “Nyogakuan“, citata nel post “Omaggio a Nyogakuan, l’eremo del pensiero“.

Il tavolo in palissandro, con il sigillo di Asa Shozan, molto attivo nel periodo Showa, è una opera rara, probabilmente realizzato come supporto per bruciatori di incenso.

Takachiho
Kamuikotan Toyama-ishi
(37,6 x 19,4 x 9,2)

Mi auguro che il mio appuntamento con Takachiho sia solo rimandato: il suiseki insegna la pazienza, indubbiamente.


I sette principi nel suiseki

I sette principi nel suiseki


“Questo è il lascito del Maestro Ichiyu Katayama”
di Masayuki Rokumei Nomura


Nota introduttiva.

Abbiamo chiesto all’amico Masayuki Nomura alcune sue riflessioni sul suiseki, e egli ci ha suggerito di riproporre ai lettori italiani il testo della sua conferenza, tenutasi in occasione della 11^ edizione della Crespi Suiseki Cup, nel 2015, di cui era giudice e ospite d’onore. Con l’autorizzazione di Crespi Bonsai, che ringraziamo, pubblichiamo il testo integrale della lettura di Nomura san, magistralmente tradotta da Susanna Marino.
Guardando al futuro, Crespi Bonsai annuncia che l’appuntamento con il 14^ Raduno Internazionale del Bonsai & Suiseki è stato fissato per settembre 2022.



Cosa significa la cultura del suiseki per l’uomo di oggi ?
E che cos’è il suiseki per la cultura giapponese odierna ?

di Masayuki Rokumei Nomura, 2015

Si dice e si diceva che quello del suiseki sia o fosse un hobby “conclusivo”, nel senso che si tratta di un mondo al quale si giunge gradualmente, dopo aver sperimentato varie cose.

Sono infatti innumerevoli le conoscenze richieste: nell’ambito della pittura policroma e monocroma giapponese, della disposizione delle pietre, dei kakemono, della conoscenza vera e propria di pietre e rocce (litografia), degli elementi di accompagnamento, dei tavolini nonché di altre forme espressive della tradizione nipponica, come la cerimonia del tè, la calligrafia, la disposizione dei fiori, la religione/filosofia che ne è alla base, l’antiquariato, le ceramiche e le porcellane, i metodi di disposizione decorativa e via dicendo. Insomma, l’insieme di tutte queste conoscenze dà vita alla esposizione di un suiseki, un hobby globale che cerca il suo spazio nel cuore delle persone e della loro vita quotidiana.

In fondo, il suiseki non è una pietra buona o cattiva che si ammira in base alle sue qualità (forma, colore, equilibrio, ecc.). Certo, questo è ciò che noi facciamo e di cui teniamo conto quando guardiamo una pietra.

Ma allora che cos’è il suiseki ?

E’ un “cammino artistico” di decorazione estetica che si attua all’interno di una stanza/spazio tramite l’uso delle pietre. Anche se abbiamo tra le mani una pietra meravigliosa, potenzialmente decorativa, ma non sappiamo come disporla, è come se avessimo una pietra morta. Il suiseki, quindi, si prefigge lo scopo di disporre al meglio – in modo estetico e decorativo – la pietra all’interno di uno spazio. La stessa pietra, disposta in modo diverso, farà risaltare o meno la sua bellezza intrinseca.

Ecco allora come potremmo definire la ‘via del suiseki‘ : essa evidenzia un interesse silente e pacato nei confronti di una pietra, di un paesaggio posto in una composizione spaziale decorativa d’interno incentrata sul suiseki stesso, che è l’essenza e la quintessenza della Natura. E’ un completamento dell’opera d’arte in uno spazio estetico con una sua propria dignità.

“Amakazari yama” (Sajigawa-ishi)

Una montagna si staglia, nel silenzio. Sopra di lei la luna, rilucente e ingrandita, incombe con la sua luminescenza, la luna statica, il monte vibrante di energia di vita. Insieme esistono in quasi perfetta armonia, due entità dissimili e lontane, contenute nello stesso spazio.” (Daniela Schifano)


Per me esistono sette principi base che guidano alla via del suiseki (nota: si tratta di 7 principi che il maestro Nomura e altri membri del suo club hanno stilato insieme per l’allestimento e la disposizione delle composizioni durante le esibizioni), questo è il lascito del maestro Ichiu Katayama.

I sette principi del suiseki.

  1. Semplicità 簡素 kanso: semplificare la composizione espositiva per evidenziare la bellezza
  2. Omissione 省略 shōryaku: evidenziare la bellezza attraverso la “sottrazione”
  3. Spazio 余白の美 yōhaku no bi: creare spazi vuoti sufficienti all’interno della composizione per permettere al fruitore di apprezzare i punti 4, 5, 6 e 7.
  4. Purezza 清浄 seijō: permettere al fruitore di apprezzare un senso di purezza all’interno della composizione
  5. Quiete 静寂 jaku: permettere al fruitore di percepire uno stato di quiete all’interno della composizione
  6. Raffinata eleganzaiki: trasmettere eleganza attraverso la composizione
  7. Un’indefinibile sensazione positiva percepita all’interno della composizione 風韻 fūin: la creazione di un atmosfera positiva indescrivibile a parole, che trasmette la bellezza della semplicità e l’eleganza. Tutti gli oggetti esposti presentano preferibilmente una loro patina che ne evidenzia la propria specifica atmosfera.

Considerazioni a margine.

di Daniela Schifano, 2021

Ho avuto la fortuna di assistere nel 2015 alla conferenza di Nomura san e la frase che più mi colpì nella sua essenzialità diceva all’incirca: “Senza esposizione un suiseki è solo una pietra morta“. In questa affermazione percepisco la presenza di due entità: la pietra, che resta oggetto inanimato, e la presenza umana, che si manifesta nelle specifiche sensibilità di colui che ne è il titolare momentaneo.

Ognuno dei sette principi del suiseki meriterebbe un post di approfondimento specifico. Insieme essi ci portano però

… “in un frammento di un semplice giardino giapponese, tradizionalmente ridotto ad una pietra e a un pò di ghiaia, dove la quiete percepita, il suono dell’acqua implicito nella ghiaia, il colore mutevole e le ombre gettate dalla pietra si combinano per destare emozioni che nascono dalla bellezza di ciò che è fragile, imperfetto, incompiuto”. (Mari Fujimoto)

Il giardino Uchiku-tei, di Seji Morimae
(2019 – Foto di Daniela Schifano © )


Katayama Ichiu

Katayama Ichiu (1908-1996) è il fondatore del Kei, una scuola fondata per elevare ad arte il decorare lo spazio di esposizione di un bonsai, di un suiseki, di un kusamono, attraverso l’utilizzo di adeguati oggetti complementari. Egli stabilì un sistema logico di consuetudini, considerazioni e assegnazione degli spazi per l’esposizione e si riferì a tutto questo con il nome di “Kei“. Il fine ultimo era quello di evocare una sensazione di pace della mente, attraverso la vicinanza alla natura e alla stagione, in uno spazio aperto illimitato idealmente realizzato nello spazio finito e sacro del tokonoma.

Ichiu Katayama

Molti giapponesi appassionati del suiseki ancora attivi sono stati influenzati dal Kei o addirittura sono stati discepoli della scuola, che arrivò ad avere fino a 70 allievi. In occidente, ha influenzato molti appassionati, anche grazie ai suoi tre testi pubblicati nel 1986, a cui, per la precisa volontà del figlio Yoshimasa, se ne è aggiunto uno nel 2019, che unisce in un unico volume i tre libri originali e aggiunge la traduzione in inglese, al fine di non perdere il lavoro del padre ed anzi di diffonderlo meglio all’estero.

Il Kei è una tra le tante possibili strade da percorrere nell’esposizione di un suiseki, quindi non è certo una scelta obbligata. E’ però il metodo più diffuso e codificato, quindi conoscerne i principi permette di comprendere quello che dal Giappone giunge alla nostra visione, con sempre maggiore facilità, grazie all’utilizzo di canali alternativi come le molteplici piattaforme social (Facebook, Instagram, YouTube). Nel passato, inoltre, abbiamo potuto assistere a conferenze di maestri giapponesi, che sono stati allievi della scuola di Kei e di conseguenza utilizzano ed insegnano i suoi principi.

Solo brevemente, ricordo che in base al Kei, gli allestimenti ricercano una dignità espressiva basata su eleganza, delicatezza e wabi – la ricerca della bellezza nella semplicità e nell’imperfezione. I temi possono essere stagionali, rusticamente nostalgici, mitici, poetici, o naturali.

La Scuola di Kei è ancora viva: alla morte del suo fondatore è stata affidata a Uhaku Sudo, che ne ha appena passato la guida a Kunio Kobayashi, l’attuale presidente della Nippon Suiseki Association. Entrambi sono stati allievi della scuola di Keidō. Il nostro relatore Masayuki Nomura fu allievo invece di Yokoyama  ( 横山 ) “Uraku”  Iwao, deceduto dieci anni fa, uno dei più famosi e brillanti seguaci di Katayama.

Essi continuano a diffonderne i principi, fedeli a quel concetto di via ( 道 ) all’interno di una disciplina vissuta come percorso di evoluzione sotto il profilo etico e spirituale, verso quindi il perfezionamento morale, qualcosa di diverso dal mero apprendimento di una tecnica ( 術 jutsu ).


Masayuki Rokumei Nomura

Racconta di sè Nomura san:

“Ho iniziato la mia vita nel suiseki circa 25-30 anni fa, quando visitai una mostra di suiseki. Da allora, mi sono concentrato sullo studio del suiseki trascorrendo il tempo che posso concedere al mondo delle pietre leggendo molti libri sull’esposizione del suiseki e visitando il maggior numero possibile di mostre. Un giorno, ho incontrato un eccellente insegnante chiamato Yokoyama Uraku Iwao (morto a 88 anni, circa 10 anni fa), che era un medico e il più brillante allievo del maestro Ichiu Katayama e socio del Ichiu-kai (il club di suiseki di Katayama).  Pensava che la vera anima del suiseki fosse studiare come fornire “una bellezza artistica in una mostra di suiseki”, non solo trovare delle buone pietre.  Per concludere, io sono stato portato alla conoscenza dei 7 principi nell’esibizione del suiseki dai maestri Ichiu Katayama e Uraku Yokoyama, entrambi miei insegnanti.”

Rokumei ( 鹿鳴 ) è lo pseudonimo di Masayuki Nomura nel mondo del suiseki e deriva da un classico cinese, lo Shi Jing (Libro delle canzoni) . La 161a ode si intitola Lù Míng, 鹿鳴, che viene letta in giapponese come rokumei e fa riferimento ai benefici dell’ospitalità.

“Con suoni contenti il cervo si chiama l’un l’altro, mangiando il sedano dei campi. […]

Il nostro relatore scelse questo termine per evidenziare il suo piacere della condivisione nella pratica del suiseki.


Amakazari-yama

Il suiseki Amakazari-yama ( 雨飾山 ) , nella immagine di copertina e in una esposizione in tokonoma, ha accompagnato il testo di Nomura san. E’ una pietra del fiume Saji e misura 27,5 cm di lunghezza, 15 cm di altezza e 8,5 cm di larghezza.

Ho scelto questa pietra perché faceva parte della collezione di Ichiu Katayama, come attesta la firma apposta all’interno del suo kiribako. La si può vedere quindi come un lascito del maestro ai suoi discepoli, così come un lascito sono i concetti che egli ha trasmesso loro e che Nomura san ha condiviso con noi. La pietra è stata poi di proprietà di Yokoyama Iwao, di Nomura Masayuki e attualmente fa parte della collezione di Daniela Schifano.

Amakazari yama significa “Monte Amakazari”, è una vetta maestosamente rocciosa situata a nord-est di Hakuba sul confine tra Niigata e Nagano. La montagna è famosa per i faggi e il fogliame autunnale, per le escursioni e per alcune sorgenti termali. Inoltre, è stata inserita nel libro “Le cento montagne famose del Giappone”, del 1964.

Amakazari yama

In copertina.

L’immagine di Amakazari-yama in copertina è tratta dal catalogo della 3^ edizione della Japan Suiseki Exhibition, tenutasi a Tokyo nel 2016.

“I picchi primario e secondario sono separati da un profondo burrone, e con un picco più piccolo di lato, questo incarna la forma ideale di una pietra montagna. Considerando con attenzione la naturale qualità artistica della pietra, un fine equilibrio è stato raggiunto selezionando un sottile doban idealmente proporzionato.”

(dal catalogo “The 3nd Japan Suiseki Exhibition” 2016 – Pag. 171 © 2016 Nippon Suiseki Association)

Nel tokonoma

L’immagine dell’esposizione nel tokonoma è tratta da un video realizzato in occasione della mostra del Chiseki Suiseki Club, organizzata nel novembre 2010 da Uraku Yokoyama, nel tempio Kenninji a Kyoto, che riunisce le fotografie con cui si realizzò un bellissimo catalogo. Il canale Youtube sanyouaisekikai tkp propone moltissimi video di qualità come questo, sul suiseki giapponese.



Yohaku no bi

Yohaku no bi


“La bellezza dello spazio vuoto nella cultura e nella pittura giapponese”
di Shozo Koike
( Prima parte )


Lo yohaku no bi ( 余白の美 ) è un concetto prettamente, esclusivamente giapponese. Le traduzioni di questo termine sono molteplici ma sommate una all’altra ci permettono di comprendere:

“La bellezza di ciò che manca”

“La percezione estetica del vuoto”

“La bellezza del bianco rimanente”

Prima di procedere, è necessario confrontare la pittura occidentale con quella orientale, in particolare con quella giapponese, due forme d’arte, due culture millenarie estremamente diverse.

I grandi maestri occidentali hanno dipinto capolavori fitti di personaggi, di architetture, di simboli, addirittura nella “Ronda di notte” di Rembrandt sono raffigurati ben trentaquattro personaggi.

La Ronda di notte, Rembrandt, 1642
 Da Wikipedia, L’enciclopedia libera

Rembrandt esprime la sua maestria con le figure, con l’essere umano, il suo stile è caratterizzato dal pathos. Tutto è spiegato, esposto nei minimi dettagli e quello che non si può spiegare è indicato, sottinteso con i simboli.

Noi siamo solo degli spettatori, fortunati e privilegiati, ma spettatori.

Un altro chiaro esempio sono le nature morte. E’ soprattutto nell’Europa del Nord che la natura morta diventa uno dei temi preferiti della pittura fiamminga e tedesca. La religione protestante diffusasi in questi paesi vietava la raffigurazione di Cristo, della Madonna, dei Santi. Per questo motivo, in questa area ricca di pittori insigni, ebbe tanto successo un genere minore come la natura morta.

Nella tela di Floris van Dyck conservata al Riijksmuseum, così limpida, accurata e realistica, ci accorgiamo che la frutta non rappresenta solo uno dei doni più generosi che la Natura offre all’uomo: l’uva è un simbolo eucaristico ed evoca la futura redenzione, la mela ricorda il peccato originale, addirittura il formaggio era considerato cibo del digiuno e ricordava l’atmosfera cupa della Quaresima.

Tavolo apparecchiato con frutta e formaggio, Floris van Dyck, 1615 ca. Amsterdam, Rijksmuseum
Copyright: Pubblico dominio

Allo spettatore resta solo il compito di “leggere” il quadro e ammirarlo.

Pare addirittura che la pittura occidentale soffra di horror vacui.

Al contrario, nella pittura giapponese, il pittore lascia ampi spazi che sembrano vuoti ma sono lasciati all’immaginazione, alle emozioni, alla fantasia dello spettatore.

Osserviamo il dipinto di Hasegawa Tōhaku ( 長谷川等伯) “Bosco di pini” Shōrin-zu byōbu ( 松林図屏風 ) conservato al Museo Nazionale di Tokyo. Si tratta di una coppia di paraventi (byōbu), ognuno composto da sei pannelli di carta washi e dipinti con inchiostro nero, con la tecnica sumie.

Hasegawa Tōhaku
“Bosco di pini”
Shōrin-zu byōbu
(Pannello di sinistra)
Museo Nazionale di Tokyo 

La pittura tradizionale cinese insegna che esistono tre livelli all’interno di un quadro: il primo è in basso e l’occhio dello spettatore si deve abbassare, il secondo è al livello dell’occhio dello spettatore, il terzo è in alto e lo spettatore deve alzare lo sguardo.

Ben lontano da questi rigidi canoni estetici, Tōhaku ha colto un angolo di natura giapponese, un bosco di pini nella foschia. Quattro o cinque alberi sono appena suggeriti, i tronchi sottili sono dipinti con l’inchiostro nero con tutte le sfumature del grigio; utilizzando gli effetti che un pennello più o meno caricato di inchiostro permette, l’artista ha espresso la qualità propria ad ogni elemento, le foglie, i tronchi, le radici appena affioranti.

Il grande spazio bianco sullo sfondo non è vuoto, le sagome dei pini che scompaiono nella nebbia ci fanno intuire la vastità del bosco.

Al centro, in alto, le montagne si intravedono appena.

E’ una rappresentazione che non ci opprime, anzi ci invita ad entrare nel bosco, a passeggiare su un tappeto morbido di aghi.

Nell’ampio spazio bianco, Tōhaku ha “dipinto” anche l’aria fresca, profumata dall’aroma pungente della resina.

E’ più importante ciò che sembra mancare piuttosto ciò che è dipinto.

Con una tecnica monocroma – apparentemente limitata – l’artista ha espresso il sentimento poetico che caratterizza la tradizione giapponese dell’epoca Azuchi Momoyama ( 安土桃山時代 ) lasciandoci però la libertà di immergerci nella sua opera , di interpretarla secondo la nostra sensibilità o stato emotivo.

Lo yohaku no bi lascia spazi aperti, è infinito, incantato, non ha limiti, esprime la speranza di continuare.

Un altro esempio di questo stile pittorico ce lo offre il monaco zen Sesshū Tōyō.

Un piccolo aneddoto che tutti gli scolari giapponesi conoscono racconta che Sesshū da bambino era molto irrequieto e un giorno il suo maestro, esasperato, lo legò ad un pilastro del tempio. Il piccolo pianse e pianse e le sue lacrime formarono una piccola pozza, con la punta del piede usò le sue lacrime per disegnare con un solo tratto (筆描き hitofudegaki ) un topo perfetto.

Sesshū visse in Cina per imparare la tecnica di pittura ma la lasciò presto dicendo che la Cina non più aveva nulla da insegnargli.

Il famoso dipinto Haboku sansui-zu ( 破墨山水図 ) è stato lasciato ai suoi allievi come se fosse un testamento spirituale e tecnico sullo stile pittorico da realizzare. Il dipinto è composto da picchi lontani, un bosco, un lago, una casa, una barca ma non è un paesaggio reale, è nato nel suo spirito, le pennellate sono scure, piene di forza. La composizione è classica ma lo stile è quasi astratto, l’artista ha estratto dal paesaggio la sua essenza.

Sesshū Tōyō
Haboku sansui-zu (particolare), 1495
Museo Nazionale di Tokyo
(Tesoro Nazionale)

Anche se il termine yohaku no bi è prettamente estetico e pittorico, scivola con naturalezza nella filosofia zen (la filosofia dell’equilibrio) e nei concetti di vuoto (ku ) e di nulla (mu ) .


Credits.

Shakkei Group ringrazia l’autore del testo Shozo Koike, pittore e insegnante sumie, per averci avvicinato con tanto ‘cuore’ a concetti così profondamente correlati con la sua arte e con il suo essere giapponese. Non potevamo trovare un maestro migliore.


L’autore.

Nato in Giappone, a Okaya (Nagano), Shozo Koike vive e lavora in Italia dall’inizio degli anni Novanta.
Dopo gli studi presso l’Accademia di belle arti Taiheiyo, a Tokyo, e un percorso lavorativo e artistico in terra nipponica, si trasferisce in Italia, a Firenze, per diplomarsi all’Istituto per il restauro “Palazzo Spinelli” e seguire il corso di disegno all’Accademia di Belle Arti.
Nel 2010 si trasferisce a Casale Monferrato dove continua a dipingere, svolgere l’attività di restauratore e insegnare la pittura tradizionale giapponese sumie.
E’ autore del libro “L’arte giapponese della pittura a inchiostro“, in cui, passaggio dopo passaggio, mostra le tecniche di base per dipingere 18 soggetti tradizionali giapponesi, ricordando sempre che “non si dipinge per dimostrare la propria bravura ma per esprimere sé stessi“.

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Il Noce, il gigante caduto

Il Noce, il gigante caduto


“Se tu guardi un albero e vedi soltanto un albero
non hai visto un albero.
Se guardi un albero e vedi un miracolo allora finalmente hai visto un albero”.
( A. De Mello )


La resilienza degli alberi è quella particolare capacità che hanno alberi e foreste di resistere a eventi avversi che li colpiscono e di adattarsi alle nuove opportunità che si manifestano (Giorgio Vacchiano).

E’ la magia dell’albero, un invito a trovare una relazione profonda tra noi e la natura stessa. L’albero come giardino: diventa un luogo d’incontro tra natura e cultura, ne diventa il riflesso. Contemplare la natura e coglierne la vera essenza in una illimitata connessione delle cose, in continuo mutamento, forma e distruzione, morte e rinascita, e che dunque non può prescindere dall’essere, dall’accadere, concepita nello spazio e nel tempo. Natura dunque come Essenza e Tempo, come Essere-Tempo.

Ed è proprio di questa Essenza che voglio raccontarvi la storia, di un albero che dobbiamo imparare a guardare, dello spirito che si cela in esso, di quella forza divina che si manifesta e lo contraddistingue: ciò che nella mitologia giapponese è definito “kodama” (木魂).

Impariamo alfabeti e non sappiamo leggere gli alberi”… scrive Erri De Luca, ci si accorge che le piante hanno un carattere diverso, c’è chi risplende in forza e flessibilità come il bambù, chi ha la tranquillità della Quercia, e chi invece, la tenacia del Noce.

Ed è proprio del Noce la storia che vi voglio raccontare, il Juglans major, un albero monumentale all’interno del Museo Orto botanico di Roma, in cui ricordiamo la presenza di una ventina di esemplari monumentali di altre specie.

Sarà forse per passione o per leggenda, ho voluto credere che in questa storia incredibile si celasse qualche misterioso segreto della natura, quasi un potere sovrannaturale che quel giorno mi ha regalato la certezza che dietro ogni albero c’è qualcosa di più grande e potente, tanto da salvare il protagonista di questa così strana avventura.

Tutto è accaduto un pomeriggio della metà di maggio 2008, sono passati dodici anni e il ricordo è ancora vivo nella mia mente.
E’ stato improvviso! un suono sordo, un lento e inesorabile piegarsi verso la terra accompagnato dallo spostamento d’aria ha congelato il mio sguardo. Il gigantesco Noce si è accasciato al suolo lentamente, senza far rumore. La morbidezza del fogliame piegato dal peso della chioma ha trasmesso all’albero quella flessibilità, che gli ha permesso di non venire spezzato, ma di adagiarsi lentamente alla sua terra assumendo la posizione che attualmente occupa.

L’Orto botanico di Roma è un giardino storico, presenta un interesse pubblico e come tale possiamo considerarlo un monumento. Il giardino richiede cure continue da parte di personale qualificato, il cui compito non è soltanto quello di far crescere e prosperare le piante in uno spazio verde, ma di mantenere l’armonia di qualcosa di vivo e in continuo mutamento, di custodire e conservare la specie.

E così si è intervenuti subito, per capire la soluzione migliore per salvare la vita dell’albero. Dopo un’attenta analisi si è provveduto ad una potatura di rami rotti o spezzati e quaranta metri cubi di terriccio per ricoprire parte della zolla che si era sollevata dal terreno esponendo in superficie circa il cinquanta per cento dell’apparato radicale. Un gesto di cura che ha permesso all’albero di autorigenerarsi e risvegliarsi a nuova vita.

Oggi il Noce a distanza di dodici anni è ritornato ad essere forte e vigoroso dando origine ad altri alberi, ciascuno dei rami esili nel fianco non adagiato a terra ora sono diventati i fusti di “un bosco spontaneo del vecchio tronco”, cambiando la sua precedente forma architettonica vegetale.

Curiosità: in Giappone il bonsai è l’arte del paesaggio, si prende in prestito dall’osservazione della natura, e così tra i tanti stili nel bonsai ce ne è uno chiamato ikadabuki (stile a zattera da tronco). Con questo termine viene realizzato in vaso uno stile che rappresenta la storia di un albero crollato, ed i suoi vecchi rami sono diventati alberi di un tronco allungato ma saldato alla base.

Che non sia questa la forma naturale dell’architettura del nostro Noce dal quale prendere spunto?

Fagus crenata stile ikadabuki
Autore: Nicola Kitora Crivelli
nicolakitoracrivelli.com


(Per le foto del Noce, si ringrazia Silvia Stucky)


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