Quando le pietre raccontano

Quando le pietre raccontano

“Homeland” – Hideko Metaxas – Kamuikotan I 39.4 x 8.3 x 17.8 cm


Questo articolo raccoglie le voci degli Autori di Shakkei, i quali, ciascuno con il proprio sguardo, raccontano il senso della loro partecipazione all’antologia Suiseki Stories, racconti di pietre che si fanno messaggio, presenza, voce che ci raggiunge.

Oltre la forma

di Fabio Pasquarella

Suiseki Stories rappresenta una novità editoriale nel panorama della letteratura dedicata al suiseki, distinguendosi per un approccio narrativo che rivela la dimensione più profondamente umana di questa antica pratica.
Contrariamente ai tradizionali manuali tecnici che popolano questo settore, l’opera si caratterizza per l’intuizione fondamentale che ogni suiseki porta con sé non solo una forma, ma una storia stratificata nella cultura e nella vita di chi vi si dedica.

Come emerge chiaramente dalla prefazione, il libro nasce dalla curiosità per “la storia della pietra”: chi l’ha posseduta, attraverso quante mani è passata, cosa ha visto il proprietario in essa. Questa prospettiva trasforma radicalmente il rapporto con l’oggetto estetico, spostandolo dall’aspetto formale alla partecipazione emotiva e immaginativa.

Il testo offre una delle più lucide riflessioni sulla natura filosofica del suiseki probabilmente mai pubblicate in lingua occidentale. Facendo un parallelo con i bonsai, i suiseki possono essere concepiti come “miniature” che non riproducono solamente il paesaggio, ma lo evocano attraverso un processo di sintesi poetica che coinvolge tanto la natura quanto la cultura umana.

Come magistralmente espresso nella prefazione della Nippon Suiseki Association, queste pietre “ci trasportano dal mondano e quotidiano verso un regno tranquillo di pace e solitudine”, rivelando perciò la loro funzione non rappresentativa ma evocativa.

Uno degli aspetti più innovativi dell’opera è l’esplorazione della dimensione comunitaria e relazionale del suiseki, che emerge attraverso le storie narrate degli autori. La pratica del collezionismo si rivela essere un veicolo per la costruzione di legami umani profondi, una forma di comunicazione che trascende le barriere culturali e linguistiche. Gli autori raccontano di amicizie nate attraverso il suiseki, di rapporti epistolari durati anni, di viaggi intrapresi per la ricerca delle pietre, offrendo un ritratto dell’arte del suiseki non come pratica solitaria ma come esperienza profondamente sociale e generativa di senso condiviso.

Particolarmente significativa è la riflessione sulla natura interculturale della pratica contemporanea del suiseki, affrontata con onestà intellettuale dagli autori. Riconoscendo che la loro interpretazione occidentale non coincide necessariamente con quella giapponese tradizionale, questa dichiarazione di umiltà non indebolisce l’opera ma la rafforza, inserendola nel solco di un autentico dialogo interculturale che rispetta le differenze mentre cerca punti di convergenza universali nell’esperienza estetica e spirituale.

L’opera propone implicitamente un modello pedagogico alternativo per l’apprendimento delle arti tradizionali: non solo attraverso l’assimilazione di regole tecniche, ma anche mediante la condivisione di esperienze vissute. Le storie narrate diventano casi di studio che permettono al lettore di comprendere intuitivamente principi che potrebbero risultare astratti se presentati teoricamente.

Dal punto di vista filosofico, il libro si configura come un contributo significativo alla comprensione di un approccio spirituale. Contemplare un suiseki non significa propriamente “meditare” come può immaginare un occidentale, ma piuttosto aprirsi a un incontro trasformativo con la natura che ha plasmato quelle forme, un processo che ci ricorda il nostro posto all’interno del mondo naturale e la presenza profonda di questo mondo dentro di noi.

Non si tratta perciò di una contemplazione passiva, ma di un processo attivo di apertura interiore che permette di riconoscere “il nostro posto dentro la natura, e il suo posto profondamente radicato dentro di noi”. Questa comprensione trasforma il suiseki da semplice oggetto in medium per una esperienza spirituale che attraversa i confini tra soggetto e oggetto, tra cultura e natura, tra individuale e universale.

Suiseki Stories si presenta quindi come un’opera di sintesi tra tradizione e innovazione, tra rispetto filologico e creatività interpretativa. La sua forza risiede nella capacità di rendere accessibile un’arte spesso percepita come esoterica, senza tuttavia banalizzarla o impoverirla della sua profondità filosofica e spirituale.

Per gli studiosi delle arti tradizionali giapponesi, il libro offre spunti metodologici preziosi su come affrontare la trasmissione culturale in epoca contemporanea. Per i praticanti, rappresenta una fonte di ispirazione che arricchisce la comprensione della propria pratica. Per il lettore curioso, costituisce un’introduzione affascinante a un mondo dove arte, natura e spiritualità si incontrano in un dialogo millenario che continua a generare bellezza e significato.

L’opera dimostra che le pietre, come le storie che le accompagnano, hanno il potere di attraversare i secoli e le culture. L’auspicio è che questa raccolta di storie contribuisca a spostare la prospettiva verso una dimensione più aperta e inclusiva, dove possano convivere diverse visioni e sensibilità senza cadere nella banalizzazione, né nell’appropriazione superficiale di concetti filosofici che richiedono invece rispetto, studio e autentica comprensione.

La storia “Tama River Stone” di Fabio Pasquarella racconta un episodio che illustra l’approccio narrativo del libro.

L’autore descrive come, durante la lettura del manga “L’uomo senza talento” di Yoshiharu Tsuge – una storia che esplora il concetto zen di “inutilità” – sia stato colpito da una riflessione sui fiumi e le montagne nelle tradizioni orientali.

Questa lettura lo ha portato a parlarne alla sua amica Daniela che dovendo organizzare un viaggio in Giappone, decide di riservarsi del tempo per un’escursione al fiume Tama, insieme ad altri appassionati di suiseki.

Durante la visita, mentre osservava il paesaggio fluviale con i suoi ciottoli levigati dall’acqua, Daniela si è chinata per raccogliere in particolare una pietra. Il gesto apparentemente semplice nasconde però una profonda comprensione: la pietra è stata scelta perché “mi ricorda di te”, come ha spiegato Daniela, suggerendo una risonanza personale tra la forma della pietra e qualcosa nell’interiorità dell’osservatore.

“We learn from observing nature. Mountains and water have always played a central role in Eastern traditions. The qualities of mountains and water teach us many things: for example, it is common to compare our existence to the flow of a river, and it is said that we must sit in meditation like a mountain: non-action.”

L’autore riflette poi sulla natura paradossale della montagna: è montagna per la sua forma, ma allo stesso tempo non lo è, perché ciò che vediamo è solo un passaggio, una manifestazione temporanea. La contemplazione della pietra di Daniela rivela come ogni suiseki porti con sé infinite possibilità di interpretazione – la stessa pietra può evocare paesaggi diversi a seconda di chi la osserva, ma “ciò che sopravvive alla preziosità della vita” rimane costante.

La storia si conclude con una meditazione sulla natura misteriosa ma preziosa di queste pietre, che resistono nel tempo portando con sé tanto l’impronta degli elementi naturali che li hanno formati, quanto il segno dell’amicizia e dell’umanità che li ha riconosciuti e valorizzati.


Ponti

di Paco Donato

Dopo la pietra del Tama, che custodisce il valore di un gesto amicale e la leggerezza di un incontro, la narrazione si apre a un’altra esperienza: la Shibafune di Paco Donato. Entrata nella collezione nella primavera del 2019 grazie all’acquisto dal maestro Nomura Masayuki, figura eminente del suiseki in Giappone, la shibafune porta con sé una storia singolare: fu ritrovata alla confluenza dei torrenti Higashimata e Nishimata, sul fiume Uji a Kyoto, dopo la devastante alluvione del 1964.

Non è un oggetto plasmato dalla mano umana, ma il frutto dell’imprevedibile forza della natura che ha trasformato distruzione in rivelazione, restituendo alla luce una forma inconfondibile. Mai esposta in pubblico, la pietra è custodita come simbolo intimo di viaggio e rinascita. L’emozione del primo incontro, stupore accompagnato da gratitudine, rimane la sensazione viva di un approdo inatteso, come se la pietra avesse attraversato il tempo per affidare la propria memoria a chi sa ascoltarla. La sua forma richiama una barca sospesa fra quiete e movimento, un invito a immaginare una navigazione serena in cui l’uomo si lascia accompagnare dalla natura anziché pretenderne il controllo. Così la shibafune diventa ponte fra oriente e occidente, fra passato e presente, fra la forza degli elementi e la delicatezza dello sguardo.


I paesaggi interiori

di Daniela Schifano

Tre i racconti di Daniela presenti nell’antologia Suiseki Stories. Scrivere di suiseki, per lei, è da sempre un modo per interrogarsi sulle pietre, sui perché della fascinazione che subisce. Cosa è una pietra? Cosa si cerca in essa? Quale dialogo si instaura? Ognuno ha la sua risposta, così come è vero che non tutti rimangono colpiti dalla bellezza delle pietre, che restano, a volte, oggetti senza vita. Eppure… il maestro Takahiro Kato, in una recente conferenza che ha tenuto come ospite d’onore della Crespi Cup a Milano, ha detto:

“Il suiseki, attraverso il mitate, legge nell’opera della natura (la pietra) l’infinità dei fenomeni, ne estrapola paesaggi interiori e li valorizza.
(Takahiro Kato, Shinshou sekai: approfondire il proprio mondo interiore attraverso il suiseki”, Parabiago, 14/9/2025)

Ecco, allora, alcuni dei paesaggi interiori che Daniela ha scelto per l’antologia Suiseki Stories.

Il paesaggio della Scogliera Rossa.

La prima storia racconta di Red Cliff, una pietra che, già nel nome donatole da un collezionista giapponese, porta con sé un paesaggio che Daniela ha dovuto solo riconoscere: quello celebrato da Su Shi nella poesia e poi fissato nella pittura. Porta culturale e poetica, la pietra ha condotto a un universo di testi, immagini e memorie collettive sconosciute. È un altro modo in cui il suiseki agisce: non sempre come specchio dell’io, ma come ponte verso un patrimonio condiviso.

“Ci si può innamorare di un suiseki per l’immaginario evocato dal suo nome poetico? In giapponese Sekiheki,  esso è un riferimento alla poesia del poeta cinese Su Shi (1037-1101), “Ode alla scogliera rossa”. Non è stata la somiglianza fisica tra la pietra e un luogo reale ad avermi estasiato ma ritrovare collegati, sotto la stessa luna immutabile, tanti destini umani: Cao Cao, Su Shi e i suoi amici, il collezionista che colse il legame tra le parole dell’arte e quelle della Natura, infine io, infine voi. D’altra parte,  l’immaginazione non è che uno dei prolungamenti concepibili della materia.”

Il paesaggio di Reiwa.

Due pietre del fiume Shimanto, accostate in una esposizione multipla solo pochi mesi prima che il mondo scoprisse tutta la sua vulnerabilità, sono state lo spunto per dare voce a forme essenziali, dove la luce diventa un linguaggio fatto di chiaroscuri, riflessi e trasparenze da cui emergono forme, texture e contrasti, ma anche morbidezze impensabili.

Il paesaggio inatteso.

Quando il caso, per molti di anni di seguito, ti pone davanti la stessa pietra, in contesti diversi e tra mani non tue, e la noti fra mille, fino a farne una sorta di ‘ideale’, non è possibile rifiutare l’ultimo appuntamento con il destino, quello definitivo. Mostre, cataloghi, libri, ancora mostre: questo danseki si offriva all’attenzione di Daniela, quasi a rispecchiare un paesaggio interiore: non l’attendeva, non lo cercava, eppure, all’improvviso, si è fatto presenza reale.

“Due altopiani paralleli si inseguono, uno inferiore più lungo e uno superiore più corto, ma intenso e dominante. Scivola verso il lungo pianoro in pieghe drammatiche e affilate, che rompono la monotonia orizzontale. Ho amato questo suiseki dalla prima volta che l’ho visto nel reportage fotografico di un congresso tenutosi a Ratingen in Germania, nel 2011, presentato dall’ospite d’onore Arishige Matsuura. Per anni esso si è proposto ai miei occhi, e io l’ho riconosciuto, fino a farne una sorta di mio ‘ideale’ di suiseki: un paesaggio in cui l’orizzonte che lo delimita diventa apertura che sfuma verso un’indefinita lontananza.”


Il Suiseki e la via della contemplazione

Il Suiseki e la via della contemplazione

Esiste un’arte antica, poco nota ma profondamente attuale, che ci insegna a guardare con occhi nuovi ciò che spesso ignoriamo: il suiseki.

In questo articolo esploriamo, attraverso questa pratica tradizionale, un modo di educarci alla bellezza delle forme naturali concentrandoci in particolare sul suo impatto trasformativo interiore.

Nel mondo occidentale siamo abituati a cercare il bello in ciò che è grande, complesso, frutto di abile ingegno umano: opere architettoniche imponenti, monumenti, installazioni che raccontano la fatica e la creatività di chi le ha concepite, esempi di una bellezza che si impone, che cattura lo sguardo e seduce con la sua grandiosità.  Eppure, esiste un’altra idea di bellezza: una bellezza silenziosa, discreta, che nasce non dalla trasformazione della materia, ma dalla sua accoglienza. Questa è la via sottile del suiseki, l’antica arte giapponese della pietra che invita alla contemplazione.  Si parla di arte ma in verità non si scolpisce, non si dipinge, non si modella: si scopre.

Ed è proprio in questa non-azione, in questo rispetto profondo per la natura e la sua evocazione, che risiede la sua forza.

Chi si avvicina a un suiseki non cerca di imprimere sulla pietra la propria visione, bensì di rivelarne un possibile volto nascosto, quell’anima segreta che si è formata nel corso di millenni grazie all’azione paziente degli agenti naturali. Il valore di un suiseki non risiede dunque nella tecnica scultorea, ma nello sguardo di chi sa riconoscere in un piccolo frammento di roccia una presenza viva e suggestiva. Per chi sa vedere, una singola pietra può racchiudere la suggestione di un intero paesaggio: il profilo di una montagna isolata, il lento fluire di un fiume, la potenza di una cascata sommessa. Può evocare emozioni profonde, persino un’intera filosofia del tempo che scorre. In questo senso, il suiseki diventa uno strumento potentissimo per affinare la nostra sensibilità e percezione estetica, cogliendo i minimi dettagli di una storia scritta nella pietra.

 

Ci insegna quella capacità, rara e delicata, di entrare in relazione profonda con ciò che ci circonda, andando oltre l’apparenza e scoprendo la ricchezza nascosta nel semplice e nel naturale. È un invito a rallentare, a osservare con calma, e a trovare la meraviglia in ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare insignificante.

Nel nostro tempo iperveloce e ipervisivo, abbiamo perso la capacità di fermarci e guardare con profondità. Siamo costantemente esposti a immagini, a stimoli visivi, a informazioni che ci incalzano e ci riducono a spettatori distratti, ma raramente le vediamo davvero.

Il suiseki ci propone un gesto controcorrente, persino rivoluzionario: fermarsi, posare lo sguardo, imparare a cogliere i dettagli, le sfumature, i silenzi visivi, lasciarsi coinvolgere da ciò che appare inerte, insignificante, marginale. In questo atto semplice e radicale è racchiusa l’essenza dell’educazione alla lentezza. Ed è qui che entra in gioco la sensibilità estetica: non intesa come gusto, ma come facoltà percettiva. Osservare un suiseki significa allenare lo sguardo non solo nell’aspetto ottico, ma anche in senso più ampio e spirituale. Così imparare a percepire le sfumature di colore, il gioco delle ombre, la torsione delle venature, il peso visivo e simbolico di ogni tratto sulla superficie della pietra, diventa un esercizio quotidiano di attenzione, che possiamo estendere poi a tutto ciò che incontriamo nella vita di tutti i giorni: un albero, una goccia di rugiada, la piega di una foglia.

Ogni pietra ci parla, ma soprattutto ci svela qualcosa di noi stessi: la forma che attribuiamo alla pietra finisce per riflettere la nostra sensibilità, i nostri ricordi, le emozioni che portiamo dentro. In questo dialogo muto tra osservatore e pietra, il suiseki diventa anche uno specchio. La pietra non cambia, ma è capace di mutare il nostro atteggiamento: ci spinge a mettere da parte giudizi frettolosi e a coltivare uno spazio di accoglienza verso l’ignoto e il non trasformato. Il bello non è il risultato di un’opera d’arte grandiosa, ma è frutto della maturazione di un’attitudine d’animo: la bellezza diventa un’esperienza del cuore e della mente, capace di manifestarsi anche nella pietra più umile, nel frammento più anonimo. Così, in quest’epoca di frenesia e di abbondanza visiva, questa antica arte si propone come antidoto per ritrovare il ritmo lento e circolare della natura: un invito a rallentare il flusso del pensiero e dello sguardo, a riscoprire il valore del silenzio e dell’ascolto. Ci richiama alla pazienza dei tempi naturali, ci insegna che ogni elemento del mondo, per quanto modesto, porta con sé un racconto antico. E ci ricorda che la ricchezza del mondo non è nell’esibizione ostentata, ma nel dialogo discreto che si instaura fra l’osservatore e il paesaggio racchiuso persino in un piccolo frammento. In questo scambio silenzioso la vera grandezza si rivela nella profondità dell’esperienza, non nell’eloquenza dell’apparenza. Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che si apre un autentico percorso del suiseki: un cammino che non si esaurisce nella pura contemplazione, ma si traduce in un’azione e trasformazione meditativa, fatta di gesti e attenzioni consapevoli.

Coltivare il suiseki, dunque, non è solo raccogliere pietre dal momento che ogni fase – la ricerca, la selezione, la pulizia, l’osservazione, la collocazione – diventa un passo meditativo verso una maggiore consapevolezza di sé e del mondo.

Chi pratica il suiseki impara a sviluppare:

  • L’intuizione: scegliere una pietra significa saper cogliere un aspetto nascosto.
  • La pazienza: talvolta passano anni prima che una pietra “parli” davvero.
  • L’umiltà: non si tratta di creare, ma di riconoscere e custodire ciò che la natura ha già concepito.
  • La presenza: osservare un suiseki richiede di essere lì, davvero, con tutto se stessi.

Si comprende quindi che in questo senso il suiseki può condividere molto con le pratiche contemplative orientali, tese a trasformare il nostro modo di stare al mondo.

Il suiseki non chiede di essere capito, ma ascoltato. Non vuole impressionare, ma accompagnare. Ed è proprio in questo silenzioso accompagnamento che si rivela il suo potere più profondo: non dire chi siamo, ma aiutarci a scoprirlo.


Suiseki Stories — Comunicato Stampa

Suiseki Stories — Comunicato Stampa


(in copertina “Three Seated Buddhas” — Janet Roth)


Shakkei è lieta di presentare un libro sul suiseki, unico nel suo genere per concezione e spirito, al quale ha partecipato attivamente, a titolo gratuito, contribuendo alla progettazione e ai contenuti.

Non un semplice catalogo di pietre, ma una raccolta di storie: storie di suiseki, narrate da chi oggi li custodisce e se ne prende cura. Pietre trovate su un sentiero, acquistate o donate, pietre amate, tramandate, che diventano memoria di un istante, di una persona, di una amicizia o di un amore, o testimoni di una cultura e di una poesia senza tempo, che supera epoche e confini.

Il libro è arricchito dalla presentazione ufficiale della Nippon Suiseki Association, che ha voluto accompagnare l’uscita del volume concedendo anche l’uso del proprio logo, a testimonianza del sostegno e dell’apprezzamento per il progetto.

Ventotto voci narranti, collezionisti provenienti da tutto il mondo, amici di lunga data dei curatori del libro, intrecciano i loro racconti in queste pagine. Ma è anche un libro fotografico, in cui le pietre si raccontano due volte: attraverso le parole di chi le custodisce e attraverso le splendide immagini che ne catturano l’estetica.

In anteprima, il sommario e la prefazione, con la prima storia del libro, protagonista Mas Nakajima.

Non vogliamo svelare troppo, solo incuriosirvi quanto basta. In molte delle storie torna la figura di Mas Nakajima: per molti dei narratori, un amico, un maestro, un consigliere, un compagno, la cui presenza discreta e ispiratrice accompagna queste pagine.

Comunicato stampa ufficiale di Samuel Edge


Di cosa parla il libro?

E se una sola pietra potesse racchiudere una montagna, un ricordo o uno scorcio dell’universo stesso?

Suiseki Stories è una raccolta unica e profondamente personale di riflessioni di artisti e collezionisti provenienti da tutto il mondo, plasmati dalla quieta bellezza del suiseki, l’arte giapponese di osservare le pietre che evocano scene o forme riconoscibili.

È un’arte al tempo stesso umile e profonda: una pietra può suggerire non solo un paesaggio o un essere vivente, ma anche evocare un mondo che va oltre il visibile, invitando a momenti di quiete, immaginazione e connessione.

Con questo libro non pretendiamo di definire il suiseki — né potremmo farlo. Siamo consapevoli che il suiseki, nato all’interno dell’estetica giapponese, racchiude significati e sfumature che non sono universalmente condivisi né facilmente comprensibili al di fuori del suo contesto d’origine.
Suiseki Stories offre invece qualcosa di più semplice, e forse più potente: un coro di voci individuali, ognuna delle quali condivide la propria esperienza con pietre che l’hanno emozionata, cambiata o portata a riflettere più a fondo sulla vita.

Con 195 pagine di fotografie suggestive e racconti personali provenienti da ogni parte del mondo, Suiseki Stories mostra come questa pratica antica continui a vivere oggi — non come una tradizione immobile, ma come un percorso personale, in continua evoluzione.

Ideale per:

  • Appassionati di suiseki, di pietre e di bonsai
  • Amanti dell’estetica giapponese, del wabi-sabi e delle arti contemplative
  • Lettori attratti dall’incontro tra natura, memoria e significato
  • Chiunque abbia mai provato meraviglia contemplando una comune pietra

Questo libro non pretende di parlare per tutti, ma solo per coloro che hanno vissuto queste storie.
Speriamo che tu possa ritrovarti tra loro.

Dettagli


Progetto grafico: Samuel Edge
Revisione editoriale: Kathy Edge, Janet Roth, Daniela Schifano

Versioni: Cartacea / Digitale in formato PDF

Editore: ‎ LuLu.com (sito di autopubblicazione e print-on-demand)
Data di pubblicazione: ‎ 9 giugno 2025

Categoria: Arte & Fotografia
Lingua: ‎ Inglese
Pagine: ‎ 195 pagine
ISBN-13: ‎ 978-1-300-16072-4
Copertina: ‎ Rigida
Dimensioni: ‎ Lettera USA orizzontale (11 x 8,5 pollici / 279 x 216 mm)

Diritti d’autore: Tutti i diritti riservati – Licenza standard di copyright

Come acquistare Suiseki Stories

Il libro è disponibile in due formati: stampa o versione digitale.


L’edizione stampata del libro è disponibile sul sito print-on-demand lulu.com, alla pagina dedicata https://tinyurl.com/suisekistories

Per acquistare sul sito Lulu.com non è necessario creare un account, è possibile ordinare più copie, che verranno stampate e inviate all’indirizzo indicato, dopo aver selezionato un metodo di spedizione ed effettuato il pagamento.

Il libro è acquistabile al costo di 59,99 $, o l’equivalente in altre valute (54,99 Euro), a cui va aggiunto il costo di spedizione e le imposte.

Attenzione: Lulu addebita l’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) in tutti i Paesi dell’Unione Europea e applica l’aliquota IVA del Paese di spedizione dell’acquirente per gli ordini all’interno dell’UE, in base alle norme IVA dell’Unione Europea (UE). Per l’Italia, viene applicata l’aliquota del 22% sul totale fatturato.


L’edizione digitale del libro, in formato PDF, è disponibile su richiesta, al costo di $24.95, contattando Samuel Edge all’indirizzo:  suisekistories@gmail.com

oppure

visitando la pagina https://samedge.wordpress.com/2025/07/07/suiseki-stories/


Il ruolo delle parole tra linguistica, cultura ed etica

Il ruolo delle parole tra linguistica, cultura ed etica

La rettificazione dei nomi


Linguistica

Nel settembre del 2001 ero seduto insieme a tanti altri come me in un’aula della Facoltà di Studi Orientali della “Sapienza”, e ascoltavo Tullio De Mauro aprire i cancelli della Linguistica con incredibile competenza e grande senso dell’umorismo. Da vero gentiluomo napoletano quale era, parlava con affetto del Napoletano, “nobile lingua”, e da strenuo sostenitore dello Strutturalismo di quando in quando lanciava qualche frecciata a Noam Chomsky e alla Grammatica Generativa, all’idea cioè che esista una super-matrice innata nel cervello di ognuno, che si manifesta poi nella lingua madre che si apprende da bambini. Un insieme di regole dalle quali si possano far derivare tutte le regole di ogni lingua storico-naturale.

Chi studia Linguistica comincia con il Corso di Linguistica Generale di Ferdinand de Saussure, e impara presto a fare i conti idee quali “arbitrarietà del segno”, “onnipotenza semantica”, “Langue e parole”, “significante e significato”. Sono tutte idee logiche e perfettamente sensate, solo che nessuno ci aveva pensato prima o, se ci aveva pensato, non ne aveva parlato in termini così chiari.

“Arbitrarietà del segno” vuol dire che non c’è nessun motivo necessario per cui una cosa debba chiamarsi con il nome che ha. Non c’è nulla nella biologia della capra che fa sì che essa debba chiamarsi “capra”. È una semplice convenzione. Lo stesso vale per tutte le altre parole in tutte le altre lingue. Per chi ha letto il romanzo Il Mago, parte del Ciclo di Earthsea di Ursula K.Le Guin, la meraviglia della storia risiede anche nella legge che regola l’esercizio del potere: per padroneggiare la magia è necessario conoscere il vero nome delle cose, nella lingua che venne usata per crearle all’inizio del tempo. Nel mondo di Earthsea, il “segno” della lingua originale non è arbitrario, e ogni cosa risponde al proprio vero nome quando esso viene pronunciato.

Ho sempre trovato questa una intuizione molto intelligente. Nella mitologia della mia cultura, il mondo venne creato attraverso una parola, e la prima responsabilità affidata da Dio all’essere umano è dare un nome a tutte le cose. Proprio come il primo atto ufficiale, come genitori, è attribuire un nome al bambino appena nato. Il nome è ciò che radica qualcosa nella realtà e la rende conoscibile. Ciò che può essere nominato può essere conosciuto, mentre ciò a cui non è possibile attribuire un nome spaventa. È per questo che l’antagonista di Harry Potter viene chiamato continuamente “tu sai chi” oppure, per chi preferisse un libro meno inflazionato, chi prende prigioniera Lucia Mondella ne I Promessi Sposi è chiamato l’Innominato. Il “significato” è ciò che una parola indica, il “significante” è l’insieme di suoni con cui si costruisce quella parola, la sua forma acustica, se è orale, o le lettere da cui è composta, se scritta. Noi guardiamo un insieme di lettere e vediamo immediatamente il significato. Uno straniero, magari di una cultura che usa un sistema di scrittura diverso, vede solo le lettere.

Tra significante e significato esiste un rapporto curioso. Il significato esiste indipendentemente dalla forma che assume la parola, ma senza significante non può manifestarsi nella realtà. Non può essere espresso, e non può essere comunicato. La profonda saggezza di questo concetto mi ha sempre affascinato. Più avanti, la bibliografia del corso di Linguistica ci portò a conoscenza dell’ipotesi Sapir-Whorf, secondo la quale la visione del mondo di un individuo cambia a seconda della lingua che parla. Per i curiosi, questa è la base del film Arrival. Naturalmente si tratta di un’ipotesi, e non di una verità scientifica. Posso però confermare per esperienza diretta che, quando penso in una lingua straniera, cosa che mi capita di frequente per una serie di ragioni personali e professionali, ci sono operazioni che mi riescono più semplici in una lingua e sfumature che si possono esprimere nell’una ma non nell’altra. Dunque, forse la lingua non altera la mia visione del mondo, ma la mia capacità di articolarlo sì.


Cultura

E veniamo a Confucio. Famoso perché si pensa a lui e ai biscotti della Fortuna come all’alternativa cinese dei Baci Perugina. Da giovane gli preferivo altri autori più anarchici e più mistici, o “esoterici”, se vogliamo. Lo Yijing, con i suoi esagrammi, o il Dàodéjīng, con la sua insistenza sull’agire senza pensiero di profitto o di convenienza. C’è però una parte del pensiero di Confucio che trovo infinitamente saggia e dolorosamente attuale nel mondo odierno, specie nella sua sfera più “occidentale”. Si tratta del concetto della Rettificazione dei Nomi.

Confucio non lasciò nulla di scritto, quindi per sapere cosa insegnasse bisogna basarsi su quanto hanno raccolto e trascritto i suoi allievi. Tuttavia, Confucio non si esprime mai in modo complesso, né parla per immagini o parabole. Arriva direttamente al punto, il più semplicemente e chiaramente possibile. La Rettificazione dei Nomi è questo: si deve fare in modo che una parola corrisponda al suo significato. Può sembrare banale, ma non lo è per niente.

In Giulietta e Romeo, Shakespeare fa dire a una Giulietta non ancora quattordicenne (cosa che in molti tendono a dimenticare): “una rosa, anche con un altro nome, continuerebbe a profumare di rosa”. Una frase come questa sembra violentemente rivoluzionaria, o reazionaria, a seconda dei punti di vista, rispetto all’idea che si possa decidere quello che si è e quello che non si è. Nel discorso di Giulietta però c’è solo una dimensione logica, non etica. Quale che sia il significante che le si attribuisce, “rosa”, “rose”, bara 薔薇, warda وَردَة, il fiore sarà sempre quello. Il problema vero è quando si prende un altro fiore e si pretende di chiamarlo “rosa”. Lì crolla tutto. Letteralmente.

Nella mitologia della nostra cultura, nello specifico Genesi 11:4, un gruppo di persone decide di superare i confini del buonsenso e della ragione e di innalzare una torre tanto alta da raggiungere il cielo. Dio, comprensibilmente contrariato, decide di impedirlo, e per farlo non ha bisogno di ricorrere a mezzi come terremoti, inondazioni, carestie o piogge di zolfo. Gli basta rendere gli uomini incapaci di comprendersi. Il significato rimane lo stesso, ma i significanti non lo sono più. Senza potersi capire, non resta altro da fare che abbandonare il progetto. Quando due persone non dispongono più di un significante sul quale entrambi concordano, la comunicazione diventa impossibile e l’attività umana complessa si ferma. Per questo Confucio insiste che il primo passo verso qualsiasi miglioramento della condizione umana è quello di ristabilire il corretto rapporto tra i nomi e ciò che essi indicano. Se questo rapporto viene meno, qualunque sforzo è destinato al fallimento.

Per inquadrare il discorso in prospettiva, si deve considerare fra l’altro che le lingue sono sistemi estremamente economici. Se ci sono due identiche parole per lo stesso significato, una tende a scomparire. Se rimangono entrambe, vuol dire che c’è una differenza, una sfumatura, presente in una e assente nell’altra. “Camminare”, “avanzare”, “proseguire”, “incedere”, sono tutti sinonimi, ma non sono esattamente la stessa cosa. Conoscere tutte le possibili varianti di una parola significa poter scegliere, e la facoltà di poter scegliere è il veicolo della libertà. Se c’è un solo modo di dire una cosa, c’è un solo modo di pensarla. E quando c’è un solo modo di pensarla, non c’è più libertà. Basta leggere 1984 di George Orwell e osservare come la Neolingua sia essenziale per la conquista e la conservazione del potere. Dovunque vi sia stata una dittatura, si sono distrutti i libri e si è controllata la lingua.


Etica

La lingua è, insieme alla coscienza, ciò che ci distingue davvero dal resto delle specie viventi. Certo altre specie hanno sistemi di comunicazione estremamente complessi, ma solo noi siamo capaci di parlare per ipotesi, solo noi possiamo proiettare il discorso nel futuro, e solo noi possiamo usare il linguaggio in maniera creativa. Qui risiede la trappola più insidiosa. Che differenza c’è tra raccontare una menzogna e raccontare una storia? Chi ascolta la storia è consapevole che ciò che ascolta non è una narrazione della realtà. Chi ascolta una menzogna, no. Quando nella nostra mitologia il mondo viene creato per mezzo della parola, e la salvezza viene per mezzo della Parola, l’insegnamento di fondo è incredibilmente importante. Le parole costruiscono la realtà nel cuore e nella mente dell’altro. Quando l’altro non sa che la realtà costruita dalle parole che ascolta è falsa, è indifeso contro di esse. E quando scopre che la realtà che credeva vera è in effetti falsa, perché frutto di una menzogna, allora si infuria.

Nel suo libro Memorie di uno Yogi, Yogananda spiega così il motivo per cui tutte le più grandi religioni contengono una proibizione contro la menzogna. La parola si traduce in realtà solo quando è Dio a pronunciarla. Se a pronunciarla è l’uomo, o la donna, può solo trasformarsi in storia, con il consenso di chi ascolta, o in menzogna, senza il consenso.

L’estrema conseguenza della Rettificazione dei Nomi è che la sincerità, cioè il far corrispondere le proprie parole alla realtà delle cose, ha la precedenza su tutto, anche sul rispetto. In cinese, la parola chéng è scritta 誠, formata da 言 “dire” e 成 “diventare”. Non si sarebbe potuta trovare rappresentazione migliore, miglior “significante”, per un “significato” così cruciale.

Che la verità sia più importante del rispetto è un’affermazione coraggiosa e pesantissima, in un angolo di mondo in cui offendere la sensibilità di qualcuno sta assumendo rilevanza penale. A maggior ragione se si pensa che Confucio aveva strutturato il proprio insegnamento come fondamento per una società armoniosa ed equilibrata, dopo che la Cina era stata per secoli un territorio di frazionato in piccoli regni continuamente in guerra l’uno con l’altro.

Il problema fondamentale insito nel “politicamente corretto” è che il valore supremo a cui tendere è il non offendere nessuno. Confucio dissentirebbe, e a buon diritto. Non offendere nessuno significa imporre al proprio pensiero un’autocensura tale da rendere impossibile dire qualsiasi cosa, rendendo di fatto la lingua inutile. Sostituendosi in questo modo al potere sovrannaturale che toglie all’essere umano la comprensione della parola altrui come punizione per avere osato sfidare la sua autorità. Confucio invece afferma che sì, il rispetto è certamente importante, ma non tanto da ledere la centralità della virtù cardinale dell’ “onestà, sincerità”.


Credits.

Shakkei ringrazia Emanuele Bertolani, per il permesso accordato di prendere in prestito le sue riflessioni sulla linguistica (Il ruolo delle parole tra linguistica, cultura ed etica | Meer ).

Emanuele è studioso, in modo appassionato, di letteratura, mitologia e filosofia. In questo articolo analizza alcuni meccanismi del linguaggio per passare alla sua funzione nel costruire realtà e narrazioni, collegandole alla responsabilità morale legata alla parola (menzogna, verità, sincerità, offesa).

Un articolo che affronta, con chiarezza e profondità, il rapporto tra le parole e la realtà che dovrebbero rappresentare.

Un passaggio, in particolare, mi ha colpito: quando il nome “rosa” viene attribuito a qualcosa che non ne incarna l’essenza, si innesca un processo di disorientamento che può portare alla distruzione della disciplina stessa.

È una riflessione attualissima per chi, come me, vede nel suiseki una forma espressiva che rischia di perdere il suo significato sotto il peso di un uso improprio del suo nome, che deriva dalla cultura in cui è nato e si è sviluppato.

Troppo spesso si usa questo termine per descrivere oggetti che nulla hanno a che vedere con la tradizione, l’estetica o la filosofia del suiseki stesso. Quando si perde il significato e si conserva solo il nome, “tutto crolla”. Letteralmente.

Metamorfosi del Nulla Apparente

Metamorfosi del Nulla Apparente

Nel mondo del suiseki, una semplice roccia si trasforma in pietra, e poi ancora in simbolo, in paesaggio, in presenza silenziosa da contemplare. Questa metamorfosi non ha bisogno di scalpello né di parole, non mostra segni evidenti del cambiamento: avviene nello sguardo di chi osserva, nel gesto di chi sceglie, nel tempo di chi contempla.
In questa pagina, attraverso l’analisi dei termini che compongono la definizione di suiseki, si percorre un cammino che parte dalla materia e giunge all’esperienza estetica, passando per la selezione, la visualizzazione e l’intimo apprezzamento.
È un viaggio in cui nulla sembra accadere — eppure tutto cambia.
Una riflessione sul gesto silenzioso che riconosce la bellezza, sull’arte senza autore, e sul valore delle cose che, in apparenza, non vogliono essere nulla.

Un suiseki (dal giapponese sui [acqua] e seki [pietra] ) è una roccia, selezionata e visualizzata ai fini di un apprezzamento estetico. 

Esaminiamo allora i termini che costituiscono questa definizione : roccia, pietra, selezione, visualizzazione, apprezzamento estetico.

Roccia o pietra?

Ecco la prima metamorfosi : da roccia a pietra.

Sebbene i due termini potrebbero essere, in linea di massima, intercambiabili, la trasformazione del termine ‘roccia’ nella parola ‘pietra’ è rappresentativa del processo di creazione di un suiseki. E sembra che ‘roccia’ sia il termine utilizzato in geologia per definire un aggregato naturale di minerali solidi, diverso da un minerale, per i nostri fini un materiale naturale grezzo, che potrebbe anche avere una qualche utilità pratica.

La spiegazione del kanji sembra essere semplice se consideriamo la parte inferiore come una pietra, come fanno molte fonti. L’idea di ‘rocce sotto una scogliera di montagna’ ha portato al significato di ‘pietra’.
Esiste un’altra interpretazione. Come abbiamo visto in molti kanji, Shizuka Shirakawa interpretava il simbolo come una ‘scatola in cui vengono poste parole di preghiera’, piuttosto che accettare le opinioni più diffuse che lo consideravano una bocca, una scatola, una roccia o una finestra. La sua interpretazione ha un impatto significativo sul significato di molti kanji. Il kanji è uno di questi: un contenitore per preghiere posto sotto una scogliera per rivolgersi al dio della montagna ha finito per assumere il significato di ‘pietra’. “

(da Key to Kanji: A Visual History of 1100 Characters – Noriko Kurosawa Williams)

Lo studio dei kanji è affascinante ma complesso e anche un pittogramma apparentemente semplice come 石 (seki) può far sorgere dubbi o domande. L’interpretazione di un kanji richiede sempre cautela, perché questi caratteri hanno subito secoli di evoluzione in Cina prima ancora di essere adottati e adattati alla lingua giapponese, dove hanno acquisito letture e significati ulteriori.

Selezionare.

“Selezionare” è il gesto da cui parte  il sottile cambiamento terminologico, da roccia a pietra. Il semplice atto di designare una roccia come “pietra” è la prima e forse più significativa modifica al nostro “agglomerato naturale di minerali”. Cambia la nostra percezione del suo stato, della sua vita, del suo scopo.

Roccia ? Pietra ? Suiseki ?

Il trasferimento di una roccia dal suo habitat naturale conferma la designazione originale e trasforma l’oggetto trovato da una roccia ordinaria in una pietra, forse in un futuro suiseki, che invita a un attento esame, forse alla contemplazione e, in alcuni casi, persino alla venerazione.

La selezione non è solo un atto fisico: è un atto di attenzione, di ascolto silenzioso. È il momento in cui l’occhio dell’osservatore riconosce nella roccia qualcosa di più di un semplice frammento della natura; intravede una forma, una storia, un’armonia che merita di essere portata alla luce.

La selezione può avvenire anche acquistando la pietra, non solo trovandola in natura: non saremo i protagonisti assoluti della sua trasformazione ma del suo riconoscimento fra tante. Non è un possesso, ma una forma di connessione profonda con quella pietra, un atto che richiede rispetto, pazienza e una particolare sensibilità. La pietra selezionata non è più solo una parte del paesaggio; diventa, attraverso il nostro riconoscimento, un piccolo mondo da osservare e meditare.


Visualizzare.

“Visualizzare” è la manifestazione fisica del “selezionare”.  È il volto pubblico di una scelta privata, intima, personale. È in questa fase che l’attività del collezionista si avvicina di più a quella dell’artista. Scegliendo il miglior volto della pietra, l’angolo appropriato per la sua esposizione, il tipo e il design del supporto (daiza, o vassoio, tavolo o jiita), le piante o gli oggetti di accompagnamento, oppure il nome poetico, si fanno scelte analoghe alle scelte di una artista, che sia un pittore o un fotografo, che attraverso la sua arte esprime anche se stesso, oltre a portare all’attenzione di molti qualcosa di oggettivo.

Attenzione: è solo in questa fase che possiamo, forse, avvicinare il termine “arte” al suiseki.

L’uomo non crea, ma scopre; non plasma, ma riconosce.

Nel suiseki, l’intervento umano si limita alla cura, alla scelta, all’ascolto silenzioso di una forma già perfetta nel suo equilibrio spontaneo. È un atto di umiltà, più che di espressione.

Chiamarlo arte rischia di spostare l’attenzione dalla pietra/roccia… alla mano che lo espone, mentre il cuore del suiseki è proprio nell’assenza di artificio, in una bellezza che emerge senza intenzione.

Nel mondo occidentale, l’artista è tradizionalmente visto come un creatore. Dalla visione rinascimentale in poi, l’artista è colui che esprime la propria interiorità, la propria visione del mondo, attraverso un atto creativo intenzionale. L’opera d’arte nasce quindi dall’io, è segno di genio individuale, e porta con sé una firma, un’identità precisa.

L’artista è colui che crea qualcosa di nuovo, che plasma la materia per dare forma a un contenuto interiore.

E nel pensiero moderno e contemporaneo, questa centralità dell’individuo è ancora più marcata: l’arte può anche essere provocazione, concettualizzazione, gesto personale.

In Giappone, invece, l’artista è spesso concepito come un veicolo, più che un creatore. L’accento non è posto sull’espressione personale, ma sull’armonia con la natura, sulla disciplina, sulla ripetizione consapevole di gesti essenziali. Nelle arti tradizionali come la cerimonia del tè (chanoyu), l’ikebana, la calligrafia (shodō) o il suiseki stesso, l’artista si annulla per lasciar parlare l’oggetto, l’azione, il momento. È l’assenza dell’ego a fare spazio al significato.

L’artista giapponese non impone, ma si accorda. Non inventa, ma rivela.

È proprio in questo sottile confine — tra il non-intervento e la scelta consapevole — che si colloca il suiseki: un’arte senza artista, o meglio, con un artista silenzioso, non consapevole — la Natura — e un testimone attento — l’uomo, il collezionista.

Apprezzamento estetico.

La frase “apprezzamento estetico” indica che la pietra viene scelta per le sue qualità spirituali e/o il suo potenziale evocativo, e non per il suo valore geologico o per una supposta utilità materiale. Si può essere attratti da una pietra puramente per la bellezza della sua consistenza, forma, colore o composizione. Ma l’apprezzamento estetico nel suiseki va oltre il semplice piacere visivo; l’attrazione può risiedere nella capacità della pietra di evocare immagini o sensazioni più profonde, come una catena montuosa lontana, una figura umana, o l’energia che anima l’universo.

Tutto dipende dal piano di lettura in cui ci riconosciamo: per molti il suiseki è un gioco divertente, una ricerca di forme e significati, mentre per altri rappresenta un modo di esplorare spazi infiniti, dentro e fuori di noi, come un’esperienza meditativa. Qui, l’estetica non è solo un oggetto da ammirare, ma un incontro tra il nostro essere e il mondo naturale, un riflesso della nostra interiorità.

Qualunque sia la ragione per l’attrazione verso una pietra particolare, un suiseki è una pietra da guardare, da “sentire”. E sei tu, collezionista, che determinerai come e in quale modo, almeno inizialmente, la tua pietra sarà vista. Il suo valore estetico nasce dal nostro rapporto con essa: ciò che vediamo non è mai solo ciò che è, ma ciò che noi, nel nostro vissuto, decidiamo di attribuirle.

Nel corso delle fasi di selezione e visualizzazione di una pietra, si acquisisce familiarità con le sue caratteristiche e si costruisce un contesto per la pietra, che guiderà le percezioni degli altri verso l’apprezzamento di quelle qualità. Il tuo sguardo diventa, in un certo senso, il veicolo che trasforma la pietra da un oggetto naturale a un’opera di contemplazione. E se continui a esporre la pietra, a proporla e a discuterne — come facciamo da queste pagine, o come si fa in una mostra o in una collezione — si accresce il percorso iniziato nel momento in cui si è scelta quella roccia da un letto di torrente, in montagna o in un negozio, e si è visto in essa il potenziale di diventare un suiseki.

Il suo apprezzamento non è mai definitivo: ogni nuovo incontro, ogni nuova riflessione, ogni nuova esposizione rivela nuovi strati di significato. In questo modo, la pietra continua a “crescere”, proprio come cresce il nostro legame con essa, ed è proprio in questo processo che l’estetica del suiseki trova il suo pieno compimento.


Quieta bellezza

Quieta bellezza


La radice della cultura giapponese nei Giardini Imperiali dello Shūgakuin


Sono finalmente tornato in Giappone dopo sei anni di assenza. L’ho trovato molto cambiato, e non necessariamente in meglio, anche se devo riconoscere che questo mio sentimento è naturale e inevitabile quando ci si accorge, e si accetta, che il tempo passa e porta via con sé cose che hanno significato la vita.

Io e la mia sposa abbiamo deciso di evitare per quanto possibile la congestione del turismo di massa e dedicarci ai giardini delle ville imperiali dello Shūgakuin e di Katsura. Sognavo di visitare questi giardini fin dai tempi dell’università. Ho trascorso più di metà della vita ad aspettare la possibilità di realizzare questo desiderio, ed ogni secondo di attesa è valso la pena. Mentre ci lasciavamo Katsura alle spalle, ho capito perché ho dovuto aspettare così tanto. Dovevo vedere Katsura dopo essere diventato un marito e un padre, e con la mia sposa accanto, ma questa è un’altra storia.

Siamo arrivati a Kyōto al mattino presto e ci siamo precipitati allo Shūgakuin. La visita è gratis, ma deve essere prenotata in anticipo. La presenza delle guardie imperiali all’ingresso e il fatto che l’accesso è possibile solo a un piccolo gruppo, e solo con un accompagnatore autorizzato, fa subito capire che questo non è un luogo qualsiasi. Ufficialmente è ancora una villa imperiale, ed è tenuta come tale.

Dire “imperiale” è fuorviante. Il tennō 天皇 giapponese non esercita il potere effettivo da oltre mille anni e la Costituzione del ’46 lo esautora da qualsiasi diritto politico, compreso il diritto di voto. Basta pensare che nel 2017 è stato necessario passare una legge apposita perché il tennō precedente manifestasse il desiderio di abdicare in favore del figlio. Tennō dunque non corrisponde all’imperator latino, nel senso che non detiene affatto l’imperium: storicamente, il tennō giapponese è la fonte della legittimità del potere, ma non è lui (o lei, come è accaduto diverse volte in passato) ad esercitarlo concretamente.

C’è un bel libro di Fosco Marini intitolato LAgape Celeste, che descrive i riti di consacrazione del tennō quando viene “incoronato”. Il significato di alcuni di questi riti è andato perduto, almeno ufficialmente, ma in senso generale si può dire che lo scopo di questi riti sia ribadire e formalizzare il collegamento tra il Cielo e la Terra. Lo stesso vale in particolare per il Daijōsai 大嘗祭,  che il tennō compie solo una volta nella vita e che lo rende manifestazione concreta del legame tra il cielo e la terra. I dettagli non sono mai stati divulgati, ma si tratta di un’offerta di riso prodotto in due zone diverse del Giappone, una nell’est e una nell’ovest, e di sakè.

Nella mitologia shintō, la religione autoctona del Giappone, la nascita del mondo viene raccontata come una vera nascita, cioè come il frutto del rapporto sessuale tra Izanagi no mikoto e Izanami no mikoto. In questo modo, si stabilisce un rapporto familiare tra la realtà e i kami che ne sono all’origine. Al vertice del pantheon shintō c’è Amaterasu Ōmikami, figlia di Izanagi no mikoto, la quale ordinò al proprio nipote Ninigi no mikoto di completare il processo di colonizzazione dell’arcipelago giapponese. Il primo sovrano pienamente “umano”, per così dire, fu Jinmu tennō, il pronipote di Ninigi no mikoto. In questo modo, lo shintō stabilisce un rapporto di discendenza diretta tra la stirpe dei kami celesti e la dinastia dei tennō sulla Terra. Questo rapporto viene rinnovato nel corso dei riti di consacrazione al trono, specialmente durante il Daijōsai.

C’è una precisazione importante da fare, ed è utile ricorrere alla differenza tra latria e dulia così come spiegata da Tommaso d’Acquino nella Summa Theologiae. Nella tradizione cristiana occidentale, i santi e Maria possono essere oggetto di dulia, cioè di venerazione e rispetto, ma non di latria. La latria è specificamente il culto riservato esclusivamente alla divinità, e l’unico oggetto accettabile della latria è Dio stesso. I kami in Giappone sono oggetto di dulia, non di latria.

Così, il tennō non è mai stato considerato un “dio in Terra” nella maniera in cui noi comprendiamo questa espressione in Europa, cioè come un essere superiore dotato di poteri sovrannaturali. La particolarità del tennō rispetto al resto del genere umano deriva dal suo essere sede e manifestazione della continuità tra il Cielo e la Terra. In questo senso, a mio modo di vedere, la presenza del tennō come continuità con il passato, e non di un tennō specifico in quanto tale, è la radice della cultura e della nazione giapponese.

Si potrebbe essere tentati di associare “imperiale” a “ricco, sfarzoso”, ma non c’è nulla di sfarzoso nello Shūgakuin. Le strutture sono in stile Shinden-zukuri, uno stile sviluppato in epoca Heian sulla base del modello architettonico cinese, ma la sensazione è distintamente giapponese: i colori sono naturali, i materiali sostanzialmente nella loro forma spontanea, senza decorazioni aggiunte.

Il vero capolavoro, però, è il giardino. La teoria del giardino giapponese è l’opposto del giardino all’italiana. La maestria risiede nel non rendere manifesto l’intervento dell’uomo, mentre in realtà ogni pianta è stata selezionata con un certo criterio, ogni scorcio progettato accuratamente per essere ammirato da una certa prospettiva, e per offrire qualcosa di diverso in ciascuna stagione.

Vi sono numerosi esempi di shakkei, i paesaggi “presi in prestito”, che ricostruiscono in piccolo luoghi famosi della tradizione cinese e giapponese. Per capire la citazione di uno shakkei si deve conoscere la poesia cinese, e quindi la lingua cinese classica. Questo significa che quando si percorre il giardino dello Shūgakuin e si conosce il “codice”, per così dire, ci si muove all’interno di un mondo che è simultaneamente simbolico e concreto, letterario e fisico, che conversa con l’osservatore attraverso i colori, la forma degli alberi, il suono del vento tra le foglie, le parole messe in poesia dal cuore di altri uomini centinaia di anni fa e ritrasformate in giardino.

Se tutto questo sembra retorica, un’occhiata all’introduzione in kana alla raccolta di poesia Kokin wakashū, compilata nel X secolo d.C. a cura di Ki no Tsurayuki, può essere utile per mettere le cose in prospettiva:

やまとうたは、人の心をたねとして、万の言の葉とぞなれりける。​世の中にある人、ことわざしげきものなれば、​心に思ふことを、見るもの聞くものにつけて、言ひいだせるなり。​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

“La poesia giapponese ha il proprio seme nel cuore umano, e si manifesta in migliaia di foglie di parole. Poiché le persone in questo mondo sono piene di emozioni, esprimono ciò che sentono nei loro cuori attraverso ciò che vedono e ciò che odono […]

ちからをもいれずして天地をうごかし、めに見えぬ鬼神をもあはれとおもはせ、男女のなかをやはらげ、猛きもののふの心をもなぐさむるは、歌なり

“La poesia, senza usare la forza, muove il Cielo e la terra, fa sì che perfino i kami invisibili e gli spiriti provino compassione, addolcisce la relazione tra uomini e donne e conforta il cuore dei rudi guerrieri”.

C’è quindi un legame indissolubile e concreto tra la poesia e il giardino, tra la realtà del mondo fenomenico, i sentimenti che essa ispira e le parole usate per esprimerli. In molti casi, i membri della Corte che visitavano lo Shūgakuin insieme al tennō non avevano mai visto i luoghi di cui scrivevano nelle loro poesie, o gli originali ai quali sono ispirati gli shakkei del giardino. Un po’ come nell’Europa medievale, in cui i pavimenti delle chiese e delle cattedrali erano decorati con labirinti che sostituivano metaforicamente il pellegrinaggio in Terrasanta, il giardino dello Shūgakuin è un viaggio attraverso alcuni dei più bei luoghi della Cina e del Giappone. Un viaggio che si compie a livello fisico, emotivo e psicologico: camminando, esprimendo in poesia i sentimenti del proprio cuore, trovando consolazione in una bellezza quieta e pacata.

Quando la guida ha aperto la porta di legno che dà accesso al giardino, la sensazione che ho provato è stata simile a quella che mi prese salendo sull’Acropoli di Atene al mattino presto. Mentre però l’Acropoli è decisamente il dominio dell’essere umano e della sua logica, l’ingresso allo Shūgakuin mi ha ricordato perché l’etimologia di “paradiso” è “giardino circondato da un muro”.

La cosa più stupefacente, dal mio punto di vista, è stato vedere delle risaie e degli orti all’interno dell’area dello Shūgakuin. Un tempo ero più affascinato da quello che portava l’essere umano al di sopra di se stesso, ma con il passare degli anni ho cominciato a sentirmi più a mio agio con quello che porta l’essere umano all’interno di se stesso. Ora, mentre cammino per questo giardino insieme alla mia sposa, sono dove sono in questo momento, né prima né dopo, e la presenza di un orto in un giardino imperiale in un certo senso mi risana, perché mi pare dimostri che il legame tra il Cielo e la terra è ancora integro.

Se è così, allora il Giappone che ho amato, pur nel cambiamento, è ancora vivo.


Credits.

Shakkei è felice di riprendere la collaborazione con Emanuele Bertolanipubblicando alcune sue personali e intime riflessioni, nate durante la visita alla villa imperiale Shūgakuin, luogo che fu dimora di un “Celeste Signore”, mediatore tra il mondo divino e quello umano. Qui, ora come allora, sembra che, così come dovrebbe essere, cielo e terra non sono opposti, ma danzano insieme, al punto che lo spazio coltivato, la risaia, è parte integrante del progetto visivo e spirituale. Come sempre, al lettore curioso Emanuele offre molti spunti di approfondimento storico e culturale, e non solo.


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