Non sono una bella bugiarda

by | Lug 17, 2023 | Suiseki | 2 comments

Non sono una bella bugiarda

Viene da un fiume giapponese e già solo questo è fonte di ‘giustificato’ sospetto. Perché, si sa, le pietre giapponesi sono modificate al fine di sembrare più belle, più perfette, più desiderabili, più appetibili, più vendibili. Sono le ‘belle bugiarde‘.

Ha una cinquantina d’anni, l’età giusta per sottoporsi a un ritocchino estetico. Ma anche su una giovane araishi si sarebbe potuto intervenire subito con un sapiente taglio che avrebbe eliminato un difetto evidente, un grossolano errore fatto dalla Natura.

I difetti sono la prova che nulla è stato fatto, e si dovrebbero quindi sommare ai pregi, nella valutazione globale. Ma soprattutto dovrebbero servire da monito: evitare di generalizzare, di puntare il dito, di assumere posizioni giudicanti. Perché al mondo esistono anche le ‘belle naturali‘. E la perfezione non può diventate sinonimo di alterazione, di dubbio, di sospetto, in ultimo di condanna: un clichè fin troppo abusato, che può diventare un boomerang, perché anche una “bella italiana” può non essere ingenua.

Hayakawa taki ishi


Proveniente dall’Hayakawa, un fiume della prefettura di Aomori, nella parte settentrionale dell’isola di Honshu, ha una consistenza ruvida e selvaggia, caratteristica delle pietre di questa zona del paese, così come la colorazione rossa e verde. E’ una pietra cascata con più flussi d’acqua, che globalmente restituisce una visione autunnale. Misura 17 x 6 x 18 cm.

E’ stata raccolta da Yamamoto Noboru, un membro anziano dell’International Aiseki Club durante una gita di gruppo del club negli anni Settanta. Il daiza fu realizzato da lui e osservandolo notiamo che il flusso d’acqua più a sinistra termina troppo in alto, si interrompe bruscamente, mentre dovrebbe finire sul daiza stesso.

Che informazioni ricaviamo? Un amatore, che nei famigerati anni ’70 raccoglie le sue pietre, che non le taglia e che anche se in modo imperfetto costruisce egli stesso il daiza.

Tutto il contrario della ‘narrazione‘ che tanto si ama ripetere: negli anni ’70 c’era così’ tanta richiesta di suiseki che le pietre non erano sufficienti, quindi alcuni abili artigiani li ‘creavano’, modificando e migliorandone l’estetica. Qualcuno si spinge anche ad aggiungere che venivano poi rimesse nei fiumi in modo che l’azione erosiva dell’acqua rendesse le modifiche invisibili, anche per dieci anni, lasciando così ai figli una eredità… sommersa. Sicuramente, tutto il mondo è paese, mi viene da parafrasare con una certa tristezza.

“Si dice che lo sciocco, quando gli si indichi la Luna, fissi invece il dito. É una metafora perfetta, per descrivere il tempo presente, in cui una pletora di dita si levano verso l’alto, ma noi non riusciamo comunque a vedere oltre. La Luna continua a sfuggirci.” (Enrico Tomaselli)

Con feroce attenzione per il particolare perdiamo di vista il generale. E il Giappone diventa il (comodo) dito.

Comunque, a scanso di equivoci, cerco, seleziono e amo le pietre naturali, e se hanno qualche difetto lo accetto come se fosse una “qualità di fabbrica”. In Giappone, le pietre naturali vengono definite ubu, che significa ingenuo, genuino, non sofisticato, come dovrebbe essere il nostro sguardo bambino, per riuscire a farci coglierne dallo stupore.

Come intervenire? O si taglia la pietra (se non lo ha fatto Noburu san… perché dare ragione ai malpensanti ? ), o si costruisce un daiza il cui bordo si alzi fino a raggiungere la cascata di sinistra (verrebbe forse troppo pesante? ), oppure ancora si utilizza un vassoio, in cui la pietra venga affondata nella sabbia quanto necessario.

In vassoio.


Una possibile esposizione in un vassoio in bronzo utilizzato dalla scuola ikebana Ikenobo (1850 circa).

Anche se inizialmente poteva essere un incensiere, questi piccoli contenitori in bronzo sono stati utilizzati come vassoi per l’ikebana.

Purtroppo, i malpensanti punteranno ancora il dito e sospetteranno che proprio il posizionamento in vassoio nasconda artatamente il taglio. Quando è capitato, grande è stata la sorpresa nel vedere nessun segno di lavorazione. Ma temo che non basti.

Oppure ce la godiamo così com’è, con la sua superficie aspra e rugosa, con i suoi salti d’acqua, che sembrano uscire da una foresta che si colora del rosso, arancione e giallo dell’autunno, imperfetta, forse, ma mai bugiarda.

Daniela Schifano

Passioni: i suiseki, i gatti, tutto ciò che è giapponese tranne il sushi. Leggere, scrivere, studiare, divulgare, viaggiare.

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2 Comments

  1. Colleoni Diego

    Non fa una piega
    Ciaooo

    Reply
  2. Claudio

    Mi piace leggere di tanto in tanto questo articolo perché mi fa pensare a quando ci incontriamo tra amici alle nostre mostre e avviene proprio così. I commenti sono sempre gli stessi “meglio il dito che la luna”. ed è un peccato soffermarsi davanti ad un suiseki e invece di cercare quali emozioni ci esprime spesso guardiamo il dito e ciò non fa che alimentare dubbi invece che gioia. Peccato….

    Reply

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