Yohaku no bi

by | Gen 24, 2021 | Zuihitsu | 1 comment

Yohaku no bi

“La bellezza dello spazio vuoto nella cultura e nella pittura giapponese”
di Shozo Koike
( Prima parte )


Lo yohaku no bi ( 余白の美 ) è un concetto prettamente, esclusivamente giapponese. Le traduzioni di questo termine sono molteplici ma sommate una all’altra ci permettono di comprendere:

“La bellezza di ciò che manca”

“La percezione estetica del vuoto”

“La bellezza del bianco rimanente”

Prima di procedere, è necessario confrontare la pittura occidentale con quella orientale, in particolare con quella giapponese, due forme d’arte, due culture millenarie estremamente diverse.

I grandi maestri occidentali hanno dipinto capolavori fitti di personaggi, di architetture, di simboli, addirittura nella “Ronda di notte” di Rembrandt sono raffigurati ben trentaquattro personaggi.

La Ronda di notte, Rembrandt, 1642
 Da Wikipedia, L’enciclopedia libera

Rembrandt esprime la sua maestria con le figure, con l’essere umano, il suo stile è caratterizzato dal pathos. Tutto è spiegato, esposto nei minimi dettagli e quello che non si può spiegare è indicato, sottinteso con i simboli.

Noi siamo solo degli spettatori, fortunati e privilegiati, ma spettatori.

Un altro chiaro esempio sono le nature morte. E’ soprattutto nell’Europa del Nord che la natura morta diventa uno dei temi preferiti della pittura fiamminga e tedesca. La religione protestante diffusasi in questi paesi vietava la raffigurazione di Cristo, della Madonna, dei Santi. Per questo motivo, in questa area ricca di pittori insigni, ebbe tanto successo un genere minore come la natura morta.

Nella tela di Floris van Dyck conservata al Riijksmuseum, così limpida, accurata e realistica, ci accorgiamo che la frutta non rappresenta solo uno dei doni più generosi che la Natura offre all’uomo: l’uva è un simbolo eucaristico ed evoca la futura redenzione, la mela ricorda il peccato originale, addirittura il formaggio era considerato cibo del digiuno e ricordava l’atmosfera cupa della Quaresima.

Tavolo apparecchiato con frutta e formaggio, Floris van Dyck, 1615 ca. Amsterdam, Rijksmuseum
Copyright: Pubblico dominio

Allo spettatore resta solo il compito di “leggere” il quadro e ammirarlo.

Pare addirittura che la pittura occidentale soffra di horror vacui.

Al contrario, nella pittura giapponese, il pittore lascia ampi spazi che sembrano vuoti ma sono lasciati all’immaginazione, alle emozioni, alla fantasia dello spettatore.

Osserviamo il dipinto di Hasegawa Tōhaku ( 長谷川等伯) “Bosco di pini” Shōrin-zu byōbu ( 松林図屏風 ) conservato al Museo Nazionale di Tokyo. Si tratta di una coppia di paraventi (byōbu), ognuno composto da sei pannelli di carta washi e dipinti con inchiostro nero, con la tecnica sumie.

Hasegawa Tōhaku
“Bosco di pini”
Shōrin-zu byōbu
(Pannello di sinistra)
Museo Nazionale di Tokyo 

La pittura tradizionale cinese insegna che esistono tre livelli all’interno di un quadro: il primo è in basso e l’occhio dello spettatore si deve abbassare, il secondo è al livello dell’occhio dello spettatore, il terzo è in alto e lo spettatore deve alzare lo sguardo.

Ben lontano da questi rigidi canoni estetici, Tōhaku ha colto un angolo di natura giapponese, un bosco di pini nella foschia. Quattro o cinque alberi sono appena suggeriti, i tronchi sottili sono dipinti con l’inchiostro nero con tutte le sfumature del grigio; utilizzando gli effetti che un pennello più o meno caricato di inchiostro permette, l’artista ha espresso la qualità propria ad ogni elemento, le foglie, i tronchi, le radici appena affioranti.

Il grande spazio bianco sullo sfondo non è vuoto, le sagome dei pini che scompaiono nella nebbia ci fanno intuire la vastità del bosco.

Al centro, in alto, le montagne si intravedono appena.

E’ una rappresentazione che non ci opprime, anzi ci invita ad entrare nel bosco, a passeggiare su un tappeto morbido di aghi.

Nell’ampio spazio bianco, Tōhaku ha “dipinto” anche l’aria fresca, profumata dall’aroma pungente della resina.

E’ più importante ciò che sembra mancare piuttosto ciò che è dipinto.

Con una tecnica monocroma – apparentemente limitata – l’artista ha espresso il sentimento poetico che caratterizza la tradizione giapponese dell’epoca Azuchi Momoyama ( 安土桃山時代 ) lasciandoci però la libertà di immergerci nella sua opera , di interpretarla secondo la nostra sensibilità o stato emotivo.

Lo yohaku no bi lascia spazi aperti, è infinito, incantato, non ha limiti, esprime la speranza di continuare.

Un altro esempio di questo stile pittorico ce lo offre il monaco zen Sesshū Tōyō.

Un piccolo aneddoto che tutti gli scolari giapponesi conoscono racconta che Sesshū da bambino era molto irrequieto e un giorno il suo maestro, esasperato, lo legò ad un pilastro del tempio. Il piccolo pianse e pianse e le sue lacrime formarono una piccola pozza, con la punta del piede usò le sue lacrime per disegnare con un solo tratto (筆描き hitofudegaki ) un topo perfetto.

Sesshū visse in Cina per imparare la tecnica di pittura ma la lasciò presto dicendo che la Cina non più aveva nulla da insegnargli.

Il famoso dipinto Haboku sansui-zu ( 破墨山水図 ) è stato lasciato ai suoi allievi come se fosse un testamento spirituale e tecnico sullo stile pittorico da realizzare. Il dipinto è composto da picchi lontani, un bosco, un lago, una casa, una barca ma non è un paesaggio reale, è nato nel suo spirito, le pennellate sono scure, piene di forza. La composizione è classica ma lo stile è quasi astratto, l’artista ha estratto dal paesaggio la sua essenza.

Sesshū Tōyō
Haboku sansui-zu (particolare), 1495
Museo Nazionale di Tokyo
(Tesoro Nazionale)

Anche se il termine yohaku no bi è prettamente estetico e pittorico, scivola con naturalezza nella filosofia zen (la filosofia dell’equilibrio) e nei concetti di vuoto (ku ) e di nulla (mu ) .

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Credits.

Shakkei Group ringrazia l’autore del testo Shozo Koike, pittore e insegnante sumie, per averci avvicinato con tanto ‘cuore’ a concetti così profondamente correlati con la sua arte e con il suo essere giapponese. Non potevamo trovare un maestro migliore.


L’autore.

Nato in Giappone, a Okaya (Nagano), Shozo Koike vive e lavora in Italia dall’inizio degli anni Novanta.
Dopo gli studi presso l’Accademia di belle arti Taiheiyo, a Tokyo, e un percorso lavorativo e artistico in terra nipponica, si trasferisce in Italia, a Firenze, per diplomarsi all’Istituto per il restauro “Palazzo Spinelli” e seguire il corso di disegno all’Accademia di Belle Arti.
Nel 2010 si trasferisce a Casale Monferrato dove continua a dipingere, svolgere l’attività di restauratore e insegnare la pittura tradizionale giapponese sumie.
E’ autore del libro “L’arte giapponese della pittura a inchiostro“, in cui, passaggio dopo passaggio, mostra le tecniche di base per dipingere 18 soggetti tradizionali giapponesi, ricordando sempre che “non si dipinge per dimostrare la propria bravura ma per esprimere sé stessi“.

Sito web
www.shozokoike.com

Pagina Facebook
www.facebook.com/shozo.koike.3


Daniela Schifano

Passioni: i suiseki, i gatti, tutto ciò che è giapponese tranne il sushi. Leggere, scrivere, studiare, divulgare, viaggiare.

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1 Comment

  1. Ernesto Tega

    Splendido articolo che mi ha aiutato a comprendere l’arte e l’estetica giapponese e quindi a goderne, magari non come un giapponese ma molto più di prima di leggerlo.
    Grazie Shozo, a quando il seguito?

    Reply

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